Avvento 24 – 24 Dicembre – Messa del mattino

Preghiere Avvento 23

2 Sam 7,1-5.8b-11.16; Lc 1,67-79

Giunge al suo compimento il tempo dell’attesa. Questa sera, con la celebrazione della messa vespertina nella vigilia, si concluderà il Tempo dell’Avvento e inizierà il Tempo di Natale.

Nel frattempo ancor si canta (vangelo). È la volta di Zaccaria, padre di Giovanni il Battista. E non poteva essere diversamente, perché anche Zaccaria ama, nonostante la fatica della fede che in occasione dell’annuncio della nascita del figlio lo ha portato a dubitare della potenza di Dio. E per questo rimase muto per un po’ di tempo. Ma ora canta perché il Signore gli ha usato misericordia.

Il «Benedictus» è il canto dell’amore e della fede di Zaccaria come già lo fu il «Magnificat» di Maria; è l’inno di ringraziamento per il compiersi delle azioni salvifiche poste da Dio e per l’adempimento delle promesse fatte ad Abramo e a Davide; è l’esaltazione dell’azione divina che approda a pienezza con l’avvento del Messia, il Signore Gesù, «il sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

Molto opportunamente il «Benedictus» di Zaccaria ci è dato oggi: esso è come il canto di una sentinella che saluta il nuovo giorno che sta per sorgere, l’aurora di un giorno luminoso che non vedrà tramonto.

Liturgicamente, però, dobbiamo fare un passo indietro e rivisitare anche la prima lettura. Davide vorrebbe costruire al Signore una casa (un tempio), ma contro ogni aspettativa è il Signore che promette a Davide una casa (una dinastia), un regno che durerà per sempre: «La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

L’interpretazione messianica, accompagnata da una missione spirituale e universale, non può che essere letta in un’unica direzione: il Messia sarà il frutto della discendenza di Davide e avrà un regno che durerà in eterno. «Il Signore Dio – annuncerà l’angelo a Maria – gli darà il trono di Davide suo padre… e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33).

Il Signore non si lascia circoscrive entro lo spazio di un tempio o, perlomeno, non di quello soltanto, ma vuole essere presente in tutta la realtà umana e in tutta la sua storia. Perciò la Chiesa ci fa pregare: «O Emmanuele… Dio-con-noi, attesa dei popoli e loro liberatore: vieni a salvarci con la tua presenza» (antifona «O»).

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Avvento 23 – IV Domenica di Avvento, 23 Dicembre – Anno C

rinnovamento

Mi 5,1-4a; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

Ultimo tratto di strada prima di incontrare il Signore che viene. Saranno giorni di immediata preparazione ad accogliere colui che è il «salvatore», colui che Elisabetta, rivolgendo il saluto alla cugina Maria, definisce il «mio Signore». E questo ci avverte anche che nuovi protagonisti, a cominciare proprio dalla Madonna, aiuteranno il nostro cammino di avvicinamento a Gesù che viene a farsi uno di noi.

Già a partire dalla prima lettura ci imbattiamo oggi in un oracolo del profeta Michea che mette in primo piano una località ben nota a chiunque celebri cristianamente il Natale: Betlemme. Ed eccolo l’oracolo: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele». Matteo citerà quasi alla lettera questo oracolo al momento di narrare la visita dei Magi e il loro incontro con Erode.

Nel suo contesto originario questo oracolo prende spunto dalla piccolezza di Betlemme paragonata implicitamente a Gerusalemme, la grande città, centro del potere religioso e politico. Viene subito da pensare che Dio si rivolga a qualcosa di insignificante per portare avanti i suoi progetti, seguendo il criterio del paradosso che pare esserGli abituale quando si tratta di rendere attuali e concreti i suoi interventi salvifici.

Non meno troviamo nella lettura evangelica dove l’umile serva del Signore, Maria, incontrando la cugina Elisabetta, si sente salutare «benedetta» e proclamare «beata», lei, la piccola semplice umile Maria, figlia, secondo una secolare tradizione, di Gioacchino ed Anna ben catalogabili a ragione tra gli anawim, «i poveri di Jhwh!». È la conferma dello stile di Dio che, comunque, non pregiudica la «potenza del suo braccio» (Lc 1,51). E Maria canta stupita e riconoscente: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva…».

Il canto di Maria è il prolungamento di quell’«Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà» (seconda lettura) pronunciato quale gioiosa risposta di Gesù al Padre. Ed è appunto da questa risposta che scaturisce la nostra possibilità di incontrare quel Dio che facendosi uomo nel Figlio ci ha santificati.

Non resta che orientare tutta la nostra vita alla luce della volontà del Padre, dell’offerta gioiosa di Gesù, del canto esultante di Maria.

Avvento 22 – 22 Dicembre

portare-frutto

1 Sam 1,24-28; Lc 1,46-55

«Chi ama canta» (sant’Agostino), ricordavamo già ieri. Così come, forse, è ancor più vero dire che canta chi ha il cuore contento perché sa di essere amato e di essere oggetto delle benevolenze di Dio. Se poi tali benevolenze si manifestano in modo impensabile o giungono imprevedibili e al di sopra di ogni aspettativa, allora il canto si fa preghiera ed espressione dei sentimenti più profondi.

A ricordarcelo in maniera stringata quanto sia efficace è, oggi, la prima lettura in cui troviamo Anna, moglie sterile di Èlkana (cfr. 1 Sam 1,5), che ringrazia Dio per la nascita del figlio Samuele e a Lui lo consacra con un atto pubblico e solenne di culto davanti al sacerdote Eli al quale viene consegnato il bambino. «Ho pregato – dice la donna -, e il Signore mi ha concesso quanto gli ho chiesto. A mia volta lo dono al Signore».

A questo punto la mamma felice scioglie il suo canto al Signore che predilige l’umile e il povero e che la liturgia ha fatto suo proponendolo come salmo responsoriale: «Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio…». Ed è significativo il versetto finale non riportato nella proposta liturgica: «Il Signore… darà forza al suo re ed eleverà la potenza del suo Messia (consacrato)» (2, 10), donde una facile lettura messianica successiva.

Il «Magnificat» di Maria, che ritroviamo nel vangelo, ha alla sua base il testo del canto di Anna e ambedue sono una specie di antologia intessuta di numerosi elementi desunti dai salmi, soprattutto da quelli in cui è più evidente l’idea, cara ai libri storici della Bibbia, che nelle vicende umane sono sempre i potenti a prevalere, ma che il Signore compie le sue scelte spezzando le logiche umane.

Canti di gioia e di esultanza, quindi, quelli di Anna e di Maria. Ma anche canti di chi sa di essere amata. E dunque anche, e soprattutto, professione di fede e di gioiosa speranza. Non per nulla il «Magnificat» è detto l’inno degli anawim, dei «poveri di Jhwh», di tutti quei fedeli, cioè, che si affidano totalmente a Dio e alla sua Parola certi che Egli li salverà e li guiderà in ogni traversia umana.

Se Anna e Maria potevano essere riconosciute voce profetica di tutto il popolo d’Israele, oggi è la Chiesa, siamo noi, a dover proclamare le meraviglie del Signore e a riconoscere nella fede il “dono” che è Gesù. «O Re delle genti e pietra angolare della Chiesa: vieni e salva l’uomo che hai tratto dalla terra» (antifona «O»).

Avvento 21 – 21 Dicembre

Avv21

Ct 2,8-14; Lc 1,39-45

Con il passare dei giorni abbiamo sempre più l’impressione – e forse più che impressione – che l’Avvento ci stia portando davvero ciò che il profeta Isaia tante volte ha preconizzato: «Il deserto fiorito…». Con tutti i risvolti di gioia e di sano ottimismo che ne derivano. Naturalmente il “deserto fiorito” è solo l’immagine di un progetto di salvezza che vede Dio stesso impegnato a ricondurre l’uomo alla sua originale bellezza.

L’attesa della sposa che annuncia e descrive l’arrivo dello sposo – prima lettura – e lo sposo che canta il suo incontro d’amore con la sposa, se primavera ancora non è, di certo aiuta a crearla… E la primavera indica la rinascita della vita, lo sbocciare impetuoso di una vigoria che non può più essere contenuta. Per questo essa è segno dell’amore di Dio che irrompe nella storia dell’umanità per dirle: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele… Il Signore ha revocato la tua condanna… Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore…» (cfr. Sof 3,14-18a lettura alternativa).

E il motivo di tanta gioia – che la liturgia vuole trasmetterci quest’oggi – è il fatto che sta ormai per giungere a noi lo «Sposo», lo stesso che Elisabetta, trasalendo di gioia, saluta all’arrivo di Maria nella sua casa; lo stesso che fa sussultare nel grembo della madre Giovanni il Battista in perfetta simbiosi con lei. Ma andiamo con ordine.

La pericope evangelica odierna si apre con un sorprendente «Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta…» la casa di Zaccaria dove saluta la cugina Elisabetta. Questo fatto la dice lunga sulla piena dei sentimenti che accompagna Maria in quel viaggio piuttosto disagevole e che nondimeno manifesta l’esultanza incontenibile per la benevolenza di cui si sente fatta oggetto e il desiderio di condividerla con cui a sua volta è stata coinvolta nello stesso mistero di grazia. E al saluto di benedizione della cugina che riconosce in lei «la madre del suo Signore», anche Maria risponderà cantando.

E come non cantare? Come non esultare di gioia di fronte al miracolo di un Dio le cui promesse di salvezza si sarebbero potute considerare astratte se non si fossero rivelate in termini di estrema vigilanza e di tanta tenerezza umana? Se è proprio di chi ama il cantare (sant’Agostino), lo è ancor più di chi sa d’essere amato. E ciascuno a suo modo canta: canta Elisabetta, canta il piccolo Giovanni, canta Maria…

«O Astro che sorgi… vieni e illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte» (antifona «O»).

Avvento 20 – 20 Dicembre

Preghiere Avvento 20

Is 7,10-14; Lc 1,26-38

«Non temere, Maria!». Le stesse parole rivolte ieri a Zaccaria: «Non temere, Zaccaria» e che possiamo ben pensare siano state rivolte anche alla mamma di Sansone e a quella di Samuele e, prima ancora, a Mosè, a Giacobbe, ad Abramo… «Non temere!». Una specie di parola d’ordine capace di sbloccare situazioni difficili o addirittura impossibili. Ma anche di sollecitare la fede di colui/colei cui tale parola è rivolta.

Liturgicamente, questa parola rivolta a Maria è preceduta da una profezia di Isaia proclamata quest’oggi nella prima lettura quasi a prepararne le disposizioni interiori ed esteriori: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio-con-noi». Questo annuncio viene dato come segno per ravvivare la fede del re Acaz e, in lui, di tutto il popolo d’Israele. La fede non la danno i segni – la fede è dono di Dio – ma i segni sollecitano la risposta a Dio, libera, sulla quale sembra quasi che Dio stesso voglia giocare i suoi interventi.

E gioca Dio, di fatto, perfino il suo piano di salvezza per eccellenza, l’incarnazione del Figlio, sottoponendolo all’assenso di una giovane donna del popolo d’Israele, Maria, la quale, di contro, dopo la rassicurante parola «Non temere!» vangelo – rompe ogni indugio dando il suo assenso a quanto l’angelo le proponeva a nome di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

È impressionante e sconvolgente questo “sì”, come consolante ed entusiasmante è quel «E l’angelo partì da lei»: ha il sapore di un sospiro di sollievo questa partenza dell’angelo con l’assenso di Maria in mano da presentare al buon Dio.

Il «Dio-con-noi» che emerge dalla profezia di Isaia, si chiarisce e si specifica ulteriormente con un nome preciso: si chiama «Gesù» ed è il Figlio di Dio e di Maria. Con l’annuncio dell’angelo Gabriele e la risposta affermativa di Maria di Nazareth giunge davvero quella che Paolo definisce la «pienezza del tempo» (Gal 4,4), il momento, cioè, in cui la salvezza, prima promessa da Dio nel paradiso terrestre e successivamente annunciata dai profeti, si fa visibile in mezzo a noi.

Acaz o Maria? L’«uomo vecchio» o la «donna nuova»? Acaz non nega, teoricamente, la potenza di Dio, ma concretamente è disposto a fidarsi soltanto dei suoi piani umani; Maria, pur chiedendo spiegazioni, è aperta al suo Dio. E noi? «O Chiave di Davide, che apri le porte del Regno dei cieli: vieni, e libera chi giace nelle tenebre del male» (antifona «O»).

Avvento 19 – 19 Dicembre – Anno C

689

Gdc 13,2-7.24-25a; Lc 1,5-25

All’approssimarsi del Natale si dà quasi per scontato il mistero della vita. Cosa che, invece, così scontata poi tanto non è se è vero – come è vero – che mai come in questi nostri giorni la vita – con tutte le sue problematiche di ordine naturale, morale, sociale, scientifico – è uno dei temi più dibattuti e di maggiore contrapposizione anche sociale. Per noi cristiani tutto dovrebbe partire dal pensare convintamente la vita come dono. Di Dio, naturalmente. E tale ci viene presentata oggi dalla liturgia della Parola dove le nascite di Sansone e di Giovanni il Battista, annunziate da un angelo, sono poste in chiaro parallelismo.

Ed eccolo, nella prima lettura, il racconto che rimanda a Sansone e alla sua prodigiosa comparsa sulla scena di questo mondo. C’è un uomo e una donna che, tutto sommato, non se la passano male… Ma non hanno figli e non possono averli.

Tutto quello che segue ricalca lo schema del genere letterario dell’annunzio e si conclude con la missione che il nascituro dovrà svolgere a favore del suo popolo mantenendo viva la speranza non solo della liberazione dai nemici, ma anche e soprattutto della protezione di Dio che non verrà mano, nonostante tutto. Non c’è sterilità che tenga davanti a Dio! Anzi, questa – come tutti i nostri limiti e le nostre povertà – possono diventare occasioni per Dio di manifestare quanto Egli sia al di sopra delle contraddizioni umane. E i suoi piani si vanno realizzando comunque. Non per la scelta di un uomo o di una donna, ma per una scelta gratuita del suo amore. A partire dal concepimento di un figlio dato in dono, fino alla missione specifica. Corrisposta, naturalmente, perché Dio impegna sempre la nostra libertà.

Il vangelo ci regala l’altra storia, quella di Giovanni il Battista e dei suoi genitori, Elisabetta e Zaccaria. Anche questa pagina segue il genere letterario dell’annunzio. Solo la missione è, liturgicamente, più puntuale con il tempo che stiamo vivendo: «Preparare al Signore un popolo ben disposto» ad accogliere Colui che da secoli era ed è l’«atteso, colui che deve venire» (cfr Mt 11,3).

Nell’economia divina della salvezza la collaborazione umana è sempre necessaria, ma è l’amore di Dio che compie meraviglie: «Canterò senza fine, Signore, le tue meraviglie» (ritornello al salmo responsoriale). «O Germoglio della radice di Iesse… vieni a liberarci, non tardare» (antifona «O»).

Avvento 18 – 18 Dicembre – Anno C

San Giuseppe

Ger 23,5-8; Mt 1,18-24

Oggi è di scena Giuseppe, lo sposo di Maria, l’uomo «giusto» che sta al vertice di quella lunga schiera di «giusti» conosciuti come anawim o «poveri di Jhwh» e che hanno anticipato nel tempo il «Giusto» per eccellenza, Gesù (cfr At 3,14).

Di questo «Giusto» parla oggi la prima lettura: «Susciterò a Davide un germoglio giusto». Dopo la benedizione su Giuda che la liturgia ci ha ricordato ieri, oggi, per bocca del profeta Geremia, viene dato corpo alla promessa di un re ideale, discendente di Davide, che sarà chiamato «Signore-nostra-giustizia». Egli sarà portatore dei beni messianici di liberazione, di pace e benessere, di diritto e giustizia. L’esodo del popolo d’Israele dall’Egitto, al confronto, sarà giudicato poca cosa.

Il «germoglio giusto» di cui parla il profeta è un’immagine certamente messianica usata anche da Isaia (11,1) e da Zaccaria (3,8). E come tale, a sua volta, intende presentarla la liturgia che vede, appunto, in Gesù il mediatore tra Dio e il suo popolo, Colui che porterà a compimento il disegno di salvezza.

Nel vangelo, se Matteo insiste, da un lato, nel presentare il ceppo umano di Gesù, cioè la sua discendenza dalla casa di Davide, dall’altro, richiama l’attenzione sulla collaborazione umana che sempre il Signore chiede per la realizzazione dei suoi piani. E qui entra in gioco Giuseppe con tutto quel processo di fede richiesto ad ogni credente per accostarsi ed accogliere la volontà di Dio.

Nel caso specifico, Giuseppe si trova a dover interpretare un “fatto” evidente senza cedere alla tentazione di giudicare e condannare: «Maria… prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta». È vero che l’evangelista aggiunge subito «per opera dello Spirito Santo», ma questo Giuseppe non poteva saperlo. E solo perché «giusto» riesce a trovare una soluzione umanamente onorevole: «… decise di rimandarla in segreto». Ma al Signore non basta e lo aiuta a trovare una soluzione nella fede: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa…». E Giuseppe accetta di credere, ricevendo in cambio il compito di dare il nome al Figlio di Dio e di Maria.

Dare continuità ai piani di Dio! Ecco ciò che si attende da noi il Signore, che nella sua benignità ci ha chiamati alla fede liberandoci «dalla schiavitù antica» (colletta). «O Signore, guida del tuo popolo… vieni a liberarci con la tua potenza» (antifona «O»).