Avvento/Le parole del compimento 31 – Le parole dell’intimità: Lodare

 

Lodare

«I pastori se ne tornarono glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20).

Non è raro, in questi giorni di festa, vedere adulti e bambini guardare, stupiti e ammirati, le luci, gli addobbi natalizi, le vetrine scintillanti, i presepi artistici… Dall’ammirazione nasce l’esclamazione gioiosa: «Che bello!».

Se un regalo particolarmente atteso e gradito ci viene posto nelle mani, sgorga dal cuore il grazie della riconoscenza e dell’amore.

Nella contemplazione attenta e silenziosa del grande mistero del Natale, l’anima si eleva, lodando, al Creatore.

LODARE È DIRE: «GRAZIE!»

«Dio non ha bisogno della nostra lode, ma per un dono del suo amore ci chiama a rendergli grazie» (Prefazio).

Considerando le grandi opere di Dio, le meraviglie che ha compiute, la sua bontà e sapienza che si manifestano nel creato, il suo amore misericordioso che si rivela come salvezza, noi sentiamo di dover essere voce per innalzare a Dio il cantico di lode di tutta la creazione.

La nostra grandezza consiste nella capacità che abbiamo di riconoscere e proclamare le meraviglie del Signore, di dire grazie, di essere «una lode della sua gloria» (cf Ef 1,12).

Israele ha sentito profondamente questo impegno e questa esigenza e nei salmi ha continuamente detto il suo grazie e la sua gioia perché Dio è Dio:

«Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode» (Sal 33,2).

All’alba dei tempi nuovi, Zaccaria, che vede cominciare ad avverarsi in Giovanni il Battista le promesse di Dio, esclama:

«Benedetto il Signore… che ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68).

LA LODE SI FA CANTO

La lode, che nasce nella gioia, ha bisogno del canto per spiegarsi in tutta la sua pienezza. Davanti ad Elisabetta che la saluta madre di Dio, Maria prende coscienza che in lei si sono compiute le attese e le promesse e che Dio ha fatto in lei «grandi cose». Allora Maria canta:

«L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1,46-47).

Dopo che Dio ha detto nel silenzio la sua Parola eterna e Gesù è stato deposto su poca paglia «avvolto in fasce» (Lc 2,7), la notte di Betlemme risuona delle voci di una moltitudine di angeli:

«Gloria a Dio nell’alto dei cieli» (Lc 2,14).

Il canto è diventato coro, perché la gioia ha bisogno di essere comunicata e condivisa.

LA LODE SI FA LITURGIA

Dopo aver visto il Bambino e constatato la verità di quanto annunciato dall’angelo, i pastori se ne tornarono «glorificando e lodando Dio». In loro è un popolo intero che celebra la salvezza vista e sperimentata nella fede.

Nell’assemblea eucaristica noi continuiamo nel tempo il rendimento di grazie facendo salire a Dio, «per Cristo con Cristo e in Cristo, ogni onore e gloria».

Siamo il popolo di Dio che «canta e cammina» (Sant’Agostino) perché

«quando il Signore verrà e busserà alla porta ci trovi vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode» (Liturgia).

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Avvento/Le parole del compimento 30 – Le parole dell’intimità: Meraviglia

Meraviglia

«… tutti si stupirono» (Lc 2,18).

GUARDA LA LUCE!

«Ah, luce!» (= guarda la luce), diceva il piccolo Lorenzo quella sera, vigilia di Natale, con il naso appiccicato al finestrino della macchina e indicando con il ditino le varie luci, quella dei pochi lampioni del paese, quella multicolore degli alberi di Natale posti sui poggioli delle case o nei giardini, quella delle varie finestre…

«Ah, luce!», ripeteva, quasi come una litania, davanti ad ogni luce, piccola o grande, compresa la luce del cruscotto. Cercava ogni luce, godeva nel vederla, la indicava con un senso di estasi, la nominava felice: era il tempo in cui cominciava a dare un nome a tutte le cose. Sembrava ci fosse in lui la stessa meraviglia che deve aver provato Adamo quando Dio gli fece passare davanti tutti gli esseri viventi, perché desse loro un nome (Gn 2,20).

Qualcosa di simile deve aver percepito Isaia quando, guardando lontano, poté dire come se fosse presente:

«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).

La stessa esperienza provarono forse i pastori di Betlemme quando «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9).

MERAVIGLIARSI

La meraviglia è un sentimento vivo e improvviso di ammirazione che si prova nel vedere, nell’udire, nel conoscere qualcosa o qualcuno che sia o appaia nuovo, straordinario, comunque inaspettato. È un sentimento lieto, piacevole, gradito, bello.

Chi è capace di meravigliarsi rende bella la sua vita, ne scopre i lati più felici. Un’esistenza senza meraviglia è come un corpo senza bellezza, un giorno senza sole, un fiore senza profumo, un cielo senza stelle, un cervello privo di fantasia.

La meraviglia sorge da ciò che è sorprendente: un panorama, un’opera d’arte, una persona, un modo di agire, un fatto.

Sembra che anche Dio sappia meravigliarsi di fronte all’opera delle sue mani:

«E Dio vide che era cosa bella» (Gn 1,21).

Una meraviglia forse più grande la provò quando contemplò un piccolo Bambino nelle mani di Maria SS., colui che era l’uomo nuovo fatto veramente a sua immagine e somiglianza.

LA MERAVIGLIA DEL NATALE

Il Natale è all’insegna della meraviglia.

La nascita del Precursore suscita ripetutamente la meraviglia (Lc 1,21.63), che si esprime poi nel cantico «Benedetto» (Lc 1,68-79).

I pastori, che sono spettatori dell’evento, propagano la meraviglia con il loro racconto:

«Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,18).

La loro meraviglia si traduce nella lode:

«I pastori se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito» (Lc 2,20).

I più meravigliati sono Maria e Giuseppe, che vivono quegli eventi in prima persona:

«Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui» (Lc 2,33).

Quella meraviglia diviene un cantico che ogni sera la Chiesa ripete:

«L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46-55).

Quella meraviglia si è trasmessa alle generazioni cristiane che, all’approssimarsi del Natale, canto il loro “oh!” estatico e adorante.

LE FONTI DELLA MERAVIGLIA

La meraviglia è figlia della sorpresa. Sorpresa furono gli angeli per i pastori, la nascita di un bambino per una vergine, l’apparizione della stella per i Magi. Tutta la storia condotta da Dio è piena di sorprese per l’uomo. Qualche volta invece di invocarlo come «onnipotente», bisognerebbe chiamarlo «sorprendente»,

La meraviglia nasce dal vedere. Può meravigliarsi chi riesce a penetrare, con strumenti adatti, nell’infinitamente piccolo o nell’immensità dei cieli. Non si meraviglia invece dei colori il cieco che non può vederli.

Certamente Dio è sorprendente nella storia, ma tutto ci rimane spesso oscuro e indecifrabile, quando ci manca l’occhio della fede, che introduce nel profondo degli eventi.

La fede porta i pastori e i magi a «vedere» la nascita di Cristo e a meravigliarsi perché «oggi è nato per noi un Salvatore» (Lc 2,11). Ma Erode, i sacerdoti e tutti gli altri sapienti e potenti che non credono, sono tagliati fuori dalla «visione» e non arrivano a meravigliarsi dell’avvento del Messia.

Per alcuni la meraviglia nasce solo da una particolare forma di visione che è l’udire. Il Vangelo ci dice che alcuni si stupirono anche solo al sentire ciò che i pastori raccontavano (Lc 2,18).

L’annuncio del Natale, del Dio-con-noi, del Dio-Salvatore, non finisce di stupire anche oggi e di far confluire molte persone alla celebrazione natalizia. Tutto il Vangelo, «buona notizia di Cristo», è capace di provocare la meraviglia; se lo accogliamo nella sua integrità e originalità, esso dà origine alla «generazione della meraviglia».

LA GENERAZIONE DELLA MERAVIGLIA

I poveri e i semplici, come i pastori e i Magi, hanno la disposizione interiore per avvicinarsi al Natale e lasciarsi prendere dalla meraviglia. Anche i bambini, con la loro freschezza e innocenza, con i loro grandi occhi appartengono alla categoria che non ha perso il senso della meraviglia.

Tutti i cristiani – vecchi o giovani -, che vivono la fede con sincerità, non cessano di meravigliarsi per tutti i doni che Dio nasconde nei momenti e nei luoghi più impensati. Chi però vive in superficie sembra sia stato vaccinato contro la meraviglia e perciò si preclude la via della gioia intima e della lode adorante.

DALLA MERAVIGLIA ALL’ADORAZIONE

La meraviglia ci porta la gioia, la lode, la contemplazione, l’adorazione.

La meraviglia che provoca il Natale di Gesù fa piegare le ginocchia e adorare, sorgere e danzare di gioia, cantare con Maria:

«Grande è il Signore: lo voglio lodare» (Lc 1,46).

Avvento/Le parole del compimento 29 – Le parole dell’intimità: Meditare

Meditare

«Maria conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).

VIVERE È «FARE»?

Un jet solca rombando l’azzurro del cielo; le macchine sfrecciano veloci sulle autostrade che si snodano come nastri neri di asfalto; uomini e donne si affrettano in un via vai incessante, come formiche indaffarate… Anche il Natale è spesso solo occasione per un più vorticoso ritmo di vita: compere, regali, feste…

Per l’uomo tecnologico vivere è fare, produrre, consumare, per tornare a fare e a produrre, in un ciclo senza fine. Egli sembra aver perduto la capacità di fermarsi, di riflettere su se stesso, sugli avvenimenti, sul mondo che lo circonda.

Le notizie incalzano, sfornate in continuazione dai mezzi di comunicazione, e quelle di oggi sono superate da quelle di domani, e l’impressione lasciata da una viene cancellata presto da un’altra più nuova.

A questo uomo le parole meditazione, contemplazione sembrano fare riferimento a cose riservate a pochi “addetti ai lavori”; cose un po’ strane e, tutto sommato, inutili.

DIMENSIONE CONTEMPLATIVA DELLA VITA…

In questo modo l’uomo moderno si priva di una dimensione essenziale della vita: quella della “gratuità”, che dice ad ogni realtà creata non: a che servi?, ma: grazie di esserci.

– Se la natura è solo qualcosa da “usare” per il nostro svago e il nostro benessere;

– se l’uomo è solo qualcuno che ci passa accanto e di cui possiamo “servirci”;

– se gli avvenimenti e la storia sono solo notizie da “consumare”;

allora tutto diventa possibile: dalla guerra ai disastri ecologici, al terrorismo, all’aborto, all’eutanasia…

Meditare è invece mettersi davanti a tutte queste realtà in silenzio, in ascolto di quello che hanno da dirci e da rivelarci, con il cuore pieno di stupore, di meraviglia, di riconoscenza. Allora potremo scoprire che

«i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani» (Sal 18a,1).

…E DELLA PREGHIERA

Per l’uomo di oggi Dio o è un “concorrente” da eliminare oppure qualcuno da “utilizzare” in qualche modo.

Meditare, come Maria, gli eventi meravigliosi di tutta una storia di salvezza e di liberazione, renderà la preghiera sempre meno un elenco di richieste fatte a un Dio “tappabuchi”, o un modo per tenersi buono un Dio “padre-padrone” e sempre più la scoperta di un Dio che è amore, che è dono, che è dialogo, che è l’Emmanuele, il «Dio-con-noi».

Avvento/Le parole del compimento 28 – Le parole dell’intimità: Manifestazione

Manifestazione

«Si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4).

MANIFESTARSI

Nessuno conosce il cuore dell’uomo, se egli non decide di rivelarsi. Questa decisione fa sorgere l’amicizia, porta all’amore e crea comunione.

Il ragazzo o la ragazza che si incontrano, cominciano a far cadere le barriere, rivelandosi reciprocamente; entrano così in una comunicazione profonda, crescono nell’amore, fino ad arrivare all’unità e allo sposalizio dello spirito.

Nulla sappiamo di Dio e del suo mondo, se egli non si rivela; e, d’altra parte, se noi continuiamo a nasconderci (cf Gn 3,8) non entriamo nel suo amore e nella comunione con lui.

L’INIZIATIVA DI DIO

Tutto il mistero della salvezza è comunicazione e rivelazione. Di Gesù risorto è detto che «è visto» (Mt 28,7.11.17…), «è apparso» (Mc 16,9.12.14…), «si mostra» (Lc 24,40…), «si manifesta» (Gv 21,1-14), «si presenta» (Gv 21,4), «si ferma in mezzo a loro» (Gv 20,19.26).

Non solo la risurrezione, ma tutta la vita di Gesù è un atto di rivelazione divina. Il Natale è il momento di inizio della manifestazione definitiva di Dio. A partire da allora, Dio è all’opera in Gesù perché vuole farsi conoscere da noi, manifestare ciò che è, dare dei segni della sua presenza, entrare in comunione con l’uomo, stabilire un rapporto sponsale con l’uomo.

MANIFESTAZIONE DELLA TENEREZZA

«Nel mistero adorabile del Natale egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne» (Prefazio di Natale II).

Nel Natale Dio si mostra bambino (Lc 2,12.16), con lui appare a noi «la grazia di Dio» (Tt 2,11: Messa della notte), si manifesta «la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini» (Tt 3,4: Messa dell’aurora), la «salvezza del Signore» (Sal 97: Messa del giorno). Se volessimo riassumere tutto questo, diremo che si manifesta la tenerezza di Dio.

LA TRIPLICE MANIFESTAZIONE

Nascendo da Maria «il Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne» (Prefazio di Natale II); egli però si è rivelato non in una situazione idilliaca, ma «in una carne mortale» (Colletta: 3 genn.), nella «nostra debolezza» (Prefazio di Natale III). Resta perciò difficile a noi cogliere il volto di Dio.

Gesù non cessa di percorrere tutte le vie per rivelarci il vero volto del Padre e per portarci alla piena conoscenza di Dio. Tre eventi lo dimostrano:

– l’adorazione dei magi: manifestazione e chiamata di tutte le genti alla fede;

– il Battesimo di Gesù: manifestazione del Figlio di Dio;

– Nozze di Cana: «manifestazione della sua gloria» (Gv 2,11).

MANIFESTAZIONE E SPOSALIZIO

Questi tre eventi costituiscono un unico fatto; sono momenti di rivelazione che ci portano ad un’unione sponsale con lui. Perciò all’Epifania cantiamo:

«Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo suo sposo; accorrono i Magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa».

MANIFESTAZIONE PROGREDIENTE

Ciò che vediamo a Natale attende di arrivare alla piena manifestazione. L’annunciatore delle feste e dei tempi inizia il suo canto dicendo:

«La gloria del Signore si manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno».

Con l’avvento del Signore è «apparsa la grazia» (Tt 2,11), ma viviamo «nell’attesa della manifestazione del nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13). Il giorno è già iniziato, il sole è sorto, la luce va crescendo; tutto va verso la completezza del giorno senza fine. Perciò è augurato:

«Come i santi Magi, al termine del vostro cammino possiate trovare con immensa gioia Cristo, luce dell’eterna gloria» (Benedizione)

Avvento/Le parole del compimento 27 – Le parole dell’intimità: Vedere

Vedere

«I miei occhi hanno visto» (Lc 2,30).

LA GENERAZIONE CHE CERCA DI VEDERE

Nel cuore dell’uomo è nascosto il desiderio di poter vedere tempi migliori e, soprattutto, di vedere Dio:

«Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto. Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8).

Un invito si tramanda sempre di padre in figlio:

«Cercate sempre il suo volto» (Sal 104,4).

I poveri sono i più sensibili a questo invito; essi sono «una generazione alla ricerca di Dio» (Sal 23,6).

Colui che essi cercano di vedere non è però un idolo, oppure un dio estraneo alla vicenda umana; ciò che interessa è un Dio vivente nella storia dell’uomo. Per questo essi sono chiamati «la generazione di coloro che cercano il volto del Dio di Giacobbe» (Sal 23,6).

I POVERI IN ATTESA VEDONO UN AVVENIMENTO

La ricerca dell’uomo si realizza quando Dio si manifesta in un avvenimento non facile da decifrare: la nascita di un bambino.

Un gruppo di pastori «vegliano di notte» (Lc 2,8). Una luce divina li avvolge (Lc 2,9: Is 9,1) e li sprona a partire per vedere «una grande gioia» (Lc 2,10). Decidono insieme di partire:

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15).

Trovano «un bambino che giace in una mangiatoia» (Lc 2,17). «Dopo averlo visto» restano stupiti (Lc 2,18).

La storia non racconta ciò che essi hanno pensato; si limita solo a segnalare che «se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che hanno udito e visto» (Lc 2,20).

Anche un vecchio è in attesa. Porta dentro di sé il presentimento divenuto intima certezza:

«Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza aver veduto il Messia del Signore» (Lc 2,26).

Egli può riconoscere il Messia in un povero bambino di otto giorni, che gli viene presentato da un’umile coppia di sposi e non riesce a far altro che ringraziare il Signore esclamando:

«I miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,30).

I pastori, il vecchio Simeone, insieme a Maria e Giuseppe appartengono a quella generazione che attende l’avvenimento della salvezza d’Israele, e, per una luce e ispirazione interiore,

«vedono con i loro occhi il ritorno del Signore in Sion» (Is 52,8: I Lettura del giorno di Natale).

TUTTI CHIAMATI A VEDERE L’AVVENIMENTO

L’andare a vedere «l’avvenimento» (Lc 2,15) della nascita di Gesù è una possibilità offerta a tutti:

«Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52,10).

Anche per quelli che sono lontani, nell’oriente, brilla una luce e una stella li guida (letture dell’Epifania) a Betlemme.

DAL VEDERE AL RICONOSCERE

Senza la luce non si può vedere nulla. Anche “l’avvenimento” ha bisogno della luce per essere visto; essa guida a Gesù i pastori, Simeone e i Magi; Simeone la chiama «Spirito Santo» (Lc 2,26).

Proprio questa luce ci fa passare dal vedere l’avvenimento al riconoscere la presenza del Salvatore e di adorarlo. Nel giorno di Natale san Giovanni ci ripete la sua esperienza:

«Dio nessuno l’ha mai visto; proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce l’ha rivelato… Noi vedemmo la sua gloria, gloria di unigenito dal Padre» (Gv 1,18.14).

Mentre scorrono i giorni noi preghiamo insistentemente di essere illuminati in modo da poter riconoscere il Salvatore:

«Illumina, o Padre, questa tua famiglia con lo splendore della tua gloria e infiamma sempre più i nostri cuori perché riconosciamo il Salvatore ed entriamo in vera comunione con lui» (Colletta, 6 gennaio).

«Concedi alla tua Chiesa di conoscere con fede le profondità del tuo mistero» (Natale: Messa dell’aurora).

DAL VEDERE AL DIVENTARE

Mentre vediamo il Salvatore, noi contempliamo anche la nostra realtà e la pienezza della nostra redenzione; nel Figlio di Dio, «nato da donna» (Gal 4,4), noi vediamo anche i figli di Dio; con il Capo ci sono anche le membra. Guardando a Colui che è nato noi possiamo esclamare:

«Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio» (1 Gv 3,1).

È una realtà difficile da cogliere: essa apparirà in tutto il suo splendore alla fine.

«Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli (Gesù) si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2).

La piena e definitiva visione del Figlio diventerà anche la completa visione di noi stessi.

Vedere l’avvenimento, guidati dalla luce, è pertanto diventare quell’avvenimento; vedere la nascita del Salvatore, è nascere; vedere il Figlio di Dio, è diventare figli di Dio. Non possiamo avvicinarci al mistero senza esserne trasformati, come non ci si può avvicinare al fuoco senza essere investiti dal suo calore, o alla luce senza essere illuminati. Chi si avvicina al Natale finisce per esserne partecipe, per viverlo in prima persona, come «proprio evento», come «nostro avvenimento». Non si può non pregare così:

«Dio onnipotente ed eterno, che nel Natale del Redentore hai fatto di noi una nuova creatura, trasformaci nel Cristo tuo Figlio, che ha congiunto per sempre a sé la nostra umanità» (Colletta: 7 gennaio).

Avvento/Le parole del compimento 26 – Le parole della festa: Luce

Luce

«… la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9).

DAL BUIO ALLA LUCE

Atto I del “Fidelio” di Beethoven. Nelle segrete di una squallida e buia prigione giacciono le innocenti vittime di un regime di terrore e di sangue. Per alcuni istanti essi possono uscire dalle tenebre sopra la terra. E allora si alza un coro unisono, possente e toccante, un canto di ringraziamento, un inno alla luce. Lo splendore del sole dapprima li abbaglia, poi li riempie di gioia e di speranza.

Vivevano sepolti in celle umide e fredde, e finalmente escono per un attimo da quel mondo senza sole. Emergono da abissi mortali e la luce del sole li illumina e li riscalda, mentre da lontano giunge l’eco di squilli di tromba, che preannunciano la venuta di un principe liberatore.

Sembra di sentire l’eco dell’annuncio della notte di Natale:

«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia, gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete, e come si esulta quando si divide la preda. Poiché tu… hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra che gravava sulle sue spalle e il bastone dell’aguzzino. Poiché un bambino è nato per noi» (Is 9,1-5).

Quel popolo è rappresentato dai pastori:

«In quella regione alcuni pastori vegliavano di notte, facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. … L’angelo disse loro: Ecco, vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato, nella città di Davide, un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,8-14).

Su quanti si aprono alla fede risplende la luce del Natale:

«Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore» (Prefazio).

LA STORIA DELLA LUCE E DEL BUIO

Fin dall’inizio del mondo, «Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre… e fu sera e fu mattino» (Gn 1,4). In pieno giorno, nella luce paradisiaca, Dio creò l’uomo e la donna, facendoli signori del giorno.

Sopravvenne colui che vive nel buio e ha il “potere delle tenebre”; l’uomo e la donna cedettero alla tentazione di diventare come Dio, il creatore della luce; e si trovarono nelle tenebre del peccato e della morte. Rimase loro una speranza: rivedere la luce e vincere la morte.

La Bibbia ci narra tutto il cammino percorso per arrivare alla luce. È un lungo seguito di notti e di giorni, di tenebre e di luce, di peccato e di santità, di morte e di vita.

L’uomo tenta di arrivare da solo alla luce e intraprende la scalata al sole, ma finisce per trovarsi nella babele della divisione e della incomunicabilità (Gn 11,1-9). Dio però continuerà a tenere desta la speranza dell’uomo e nelle fughe più burrascose e nelle notti più oscure gli fa intravedere in sogno di poter salire la scala del cielo (Gn 28,10-22). Con una luce dall’alto guida Israele nella notte attraverso il Mar Rosso, mentre le tenebre più fitte coprono l’esercito degli Egiziani e il duro cuore del faraone (Es 14,24).

Lungo tutta la storia Dio non cessa di dare al’uomo l’aspirazione alla “luce dall’alto”. Lungo la notte, nei cammini bui e tortuosi della vita, l’uomo avanza verso la luce; scruta, come i magi, le stelle e, come i pastori, vigila attento.

Finalmente una giovane madre, la nuova Eva, presenta all’uomo, ormai vecchio per la lunga attesa, un bambino, «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Prendendo tra le sue braccia quel piccolo, l’uomo può stringere la luce e benedire Dio:

«I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria dal tuo popolo Israele» (Lc 2,30-32).

In quel bambino tutti possono riconoscere che Dio è venuto a visitarci, come un sole che sorge

«per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79).

Con l’incarnazione ormai «la luce splende nelle tenebre» (Gv 1,5) e si va verso il compimento finale, verso la Gerusalemme celeste, dove

«non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5).

Mentre procede verso questo traguardo la Chiesa prega perché tutti gli uomini giungano alla luce:

«Dio onnipotente, il Salvatore che tu hai mandato, luce nuova all’orizzonte del mondo, sorga ancora e risplenda su tutta la nostra vita» (Mercoledì dopo l’Epifania).

Prega anche perché ogni uomo diventi lui pure una luce:

«Signore onnipotente, che ci avvolgi della nuova luce del tuo Verbo fatto uomo, fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito» (Messa dell’aurora).

Avvento/Le parole del compimento 25 – Le parole della festa: Pace

Pace

«… pace in terra agli uomini che Dio ama» (Lc 2,14).

UN GIORNO ALL’INSEGNA DELLA PACE

Quando giunge Natale sembra che tutto e tutti vogliano entrare in un giorno di pace. Dove ci sono guerre si stabiliscono tregue. I conflitti sociali sono sospesi o, almeno, si cerca che non “turbino” la pace di quel giorno. C’è una preoccupazione di fare in modo che tutti arrivino ad assaporare, anche solo per alcuni momenti, il beneficio della pace.

C’è in questo un “giocare alla pace” che rivela e richiama però il senso profondo di questo giorno. Chi è penetrato in profondità nella beatitudine della pace si accorge che spesso noi banalizziamo il dono di Gesù; pur tuttavia bisogna riconoscere che in questo balbettio di forme si nasconde la ricerca insistente dell’uomo, l’espressione e l’anelito a un tempo, anche minimo, di pace, il sogno persistente che non si vuole lasciare, un’utopia che rimane e non cessa di stimolare la ricerca.

LE MASCHERE DELLA PACE

Spesso assume il nome di pace ciò che invece ne è solo un surrogato, un sottoprodotto, una finzione.

Si scambia per pace il quieto vivere. È un’aspirazione molto diffusa che esprimiamo con tante espressioni del vivere quotidiano:

«Lasciami in pace».

«Non voglio grane».

«Non ti impicciare in quell’affare».

«Non disturbatemi…».

Questa pace è assenza di “grane”, di preoccupazioni; è desiderio che tutto fili via liscio senza intoppi; è ricerca di un angolino tutto per me, ben riparato dalle scottature del sole o da rigori del gelo. Spesso è simile alla pigrizia e alla indifferenza e si tinge di individualismo.

La pace è scambiata anche con il conservatorismo. In questo senso c’è pace quando ognuno resta al suo posto, si mantengono le distanze già fissate, si rispettano le posizioni e gli spazi che ciascuno ha acquisito. Lo sviluppo, il cambiamento, le aperture, le novità, le trasformazioni sono accettati purché servano a migliorare, ingrandire e accumulare privilegi e diritti. Una simile pace diventa spesso ingiustizia istituzionalizzata, restia al mutamento dei ruoli e al riconoscimento di nuove possibilità e attitudini.

Crediamo di essere in pace quando non c’è la guerra: pace è assenza di guerra. Norberto Bobbio nel “Dizionario di politica” scrive:

«Circa la definizione di pace, la prima considerazione da fare è che non può essere definita se non in relazione e in stretta relazione con la definizione di guerra».

Il “Lessico Universale Italiano” si pone in questa prospettiva e detta:

«In senso stretto (pace è) la condizione contraria allo stato di guerra».

Sembra che l’uomo non sappia definire la pace; sa che cosa è la guerra, ma ignora la pace, oppure pensa che il massimo a cui si può aspirare è non essere in guerra, non avere liti e contrasti.

LA PACE: ANNUNCIO EVANGELICO

La pace è alla base dell’annuncio del Vangelo ed è ben più di un’assenza di guerra o un quieto vivere. È «il lieto messaggio ai poveri» (Lc 4,18); è pienezza di vita, di salvezza, di gioia; è sempre qualcosa di completo, di integro, che comprende tutti i livelli (spirituale e corporale, la natura, le persone…); si accompagna necessariamente con la pratica della giustizia, l’osservanza del diritto, l’accoglienza ai poveri, la fedeltà a Dio. È dono di Dio e frutto della conversione dell’uomo; fa entrare nella beatitudine del regno.

LA PACE: ANNUNCIO NATALIZIO

Gli angeli annunciano la nascita di Cristo e insieme l’avvento della pace sulla terra. Cantano:

«Pace in terra agli uomini che Dio ama» (Lc 2,14).

Il loro annuncio è l’eco del profeta Isaia letto nella notte e nel giorno di Natale:

«Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”» (Is 52,7).

«Un bambino è nato per noi… ed è chiamato… Principe della pace» (Is 9,5).

Da allora il compito del cristiano sarà di annunciare il vangelo della pace:

«State ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzature ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace» (Ef 6,14-15).

LA PACE: DONO DEL RISORTO

L’annuncio di Natale trova il suo compimento nella Pasqua. Nell’ultima cena Gesù lascia come testamento la sua pace:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27).

Apparendo ai suoi, Gesù dice loro:

«Pace a voi» (Gv 20,19.21.26).

Non è solo un saluto: è piuttosto la comunicazione di una realtà, di Cristo stesso.

LA PACE È CRISTO STESSO

Isaia e Michea, in alcuni brani letti nell’Avvento e nel Natale, parlano della venuta del principe della pace, di una pace sicura, senza fine (Is 9,5; Mic 5,4). Questa pace è Cristo stesso.

«Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia… per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace… Egli è venuto perciò ad annunciare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).

Nella celebrazione dell’Eucaristia si dà dapprima il segno della pace e poi il corpo di Cristo: non sono due realtà, ma un solo dono: Cristo, donando se stesso, dà anche la sua pace.

LA COMUNITÀ CRISTIANA LUOGO DELLA PACE

Gli antichi pellegrini domandavano la pace per Gerusalemme, sicuri che essa sarebbe poi rifluita come un bene su tutte le città di Israele:

«Domandate pace per Gerusalemme, sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace! Per la casa del Signore nostro Dio chiederò per te il bene» (Sal 121,6-9).

Il Signore risorto dà alla nuova Gerusalemme la pace (Gv 20,19.21.26). L’augurio e la preghiera si trasmette ad ogni comunità:

«Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi» (2 Ts 3,16).

Si tratta di una pace frutto della volontà di Dio (Ef 1,2; Fil 1,2…), che «sorpassa ogni intelligenza» (Fil 4,7) e donata «in abbondanza» (1 Pt 1,2; 2 Pt 1,2). I cristiani operano nel mondo in modo da essere “pacifici” (cf Mt 5,9) e arrivare all’incontro con Gesù «in pace» (2 Pt 3,14).