Auguri 6 – Un augurio per il nuovo anno

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Gentile direttore,

un augurio per il nuovo anno: vedere il mondo con occhi capaci di vedere il tutto anche nell’apparente nulla, con lo stupore unico di un bambino. Occhi pieni di amore, di speranza e voglia di vivere. Occhi che guardano a un mondo dove la frenetica corsa alla ricchezza si arresta di fronte alla semplicità e alla forza dell’animo, dove l’odio e la violenza si dissolvono nell’amore. Abbiamo tutti bisogno di una salutare immersione in un mondo dove il materialismo lascia il posto alla spiritualità. È importante ritrovare il gusto delle cose semplici e della vita, diventando di nuovo capaci di trasmettere ai nostri figli l’entusiasmo, la passione, l’interesse, la curiosità, la fiducia e la positività. Per farlo abbiamo la necessità di riprendere contatto con quella Fonte di luce che illumina la profondità e la coscienza di ognuno di noi, per poter guardare alla vita, con occhi più sereni e fiduciosi.

Andrea Zirilli, «Un augurio per il nuovo anno», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 2.

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Auguri 5 – Il discorso di fine anno del segretario generale dell’Onu: Appello alla difesa della dignità umana

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Un augurio per un nuovo anno «fortunato, prospero e tranquillo» arriva dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha invitato i cittadini del mondo a impegnarsi nel 2019 per difendere la dignità umana e per «costruire insieme un avvenire migliore. L’anno scorso in questa stessa occasione io avevo lanciato l’allerta rossa per alcuni danni che avevo elencato. Gli stessi persistono ancora», ha ricordato Guterres. «Per molti tra noi il periodo che viviamo è di profonda angoscia e il mondo è messo a dura prova» ha aggiunto sottolineando che «i cambiamenti climatici persistono, le divisioni geopolitiche si accentuano rendendo i conflitti più difficili a risolversi. Siamo arrivati al record di persone che migrano in cerca di sicurezza e protezione», ha denunciato il segretario generale.

«Le disuguaglianze aumentano in un mondo in cui un pugno di persone possiede una ricchezza equivalente a quella della metà dell’umanità intera», ha sottolineato rilevando che c’è comunque qualche segno di speranza. In particolare ha citato l’accordo per lo Yemen e quello tra Etiopia ed Eritrea, oltre all’intesa tra i protagonisti del conflitto in Sud Sudan. Tra le note positive Guterres ha citato anche l’accordo sui migranti e i rifugiati e la Conferenza sul clima di Katowice, sottolineando che «quando la cooperazione internazionale funziona si vince. Nel 2019 – ha concluso Guterres – le Nazioni Unite continueranno a riunire i popoli, costruire ponti e creare spazi per le soluzioni».

«Appello alla difesa della dignità umana. Il discorso di fine anno del segretario generale dell’Onu», in·”L’Osservatore Romano”, mercoledì-giovedì 2-3 gennaio 2019, p. 1.

Auguri 4 – Sergio Mattarella, Discorso di fine anno – «Valori condivisi per sentirsi comunità. C’è sicurezza se tutti si sentono rispettati»

Mattarella

Pubblichiamo integralmente qui di seguito il testo del discorso di fine d’anno, pronunciato la sera del 31 dicembre, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana. Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo. Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno. Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza. Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune. La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità. (Vedi Riquadro A: «”Felicizia”, la città dove tutti si vogliono bene» alla fine del discorso. NdR)

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società. Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni. Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità. I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’«Italia che ricuce» e che dà fiducia. (Vedi Riquadro B: «L’eco dell’espressione adottata da Bassetti» alla fine del discorso. NdR).

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà. Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto. Anche per questo vanno evitate «tasse sulla bontà».

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere. Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo. Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare. Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte. Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno. Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale. È stato ed è un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare. L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore. Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento. Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole. Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei. Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne. Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. (Vedi Riquadro C: «Anna e quei carabinieri contro la solitudine» alla fine del discorso. NdR).

Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità. Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso. Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia. La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero. Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità. Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita. Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato. (Vedi Riquadro D: «La relazione come cura: così si argina l’autismo» alla fine del discorso. NdR).

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso. A tutti voi auguri di buon anno.

Sergio Mattarella, dal Palazzo del Quirinale 31 dicembre 2018

Sergio Mattarella, «Valori condivisi per sentirsi comunità. C’è sicurezza se tutti si sentono rispettati», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, pp. 6-7.

Riquadro A L’esperienza di Torino: «Felicizia», la città dove tutti si vogliono bene

«Felicizia», è la città dei bambini in cui le leggi chiedono di volersi bene, in cui tutti devono poter mangiare, essere felici, in cui i sogni si avverano. Felicizia è il luogo immaginario che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto citare nel suo discorso di fine anno. Il riferimento è alla sua ultima visita all’Arsenale della Pace di Torino. Qui lo scorso 26 novembre aveva incontrato i bambini che frequentano le scuole del Sermig e aveva risposto alle loro domande. Da loro aveva ricevuto commosso l’attestato di cittadino onorario di Felicizia. Un nome che racchiude il segreto di una buona convivenza: felicità e amicizia. Perché, come aveva sottolineato il Presidente ai bambini, «l’amicizia è una cosa molto importante, nessuna persona nasce per essere sola. Una grande rete di amicizia nel mondo rende migliore la vita di tutti». La potenza dell’amicizia che supera ogni divisione, che alimenta la felicità.

«Avevamo scelto di regalargli alcuni momenti di serenità con i bambini – ricorda Ernesto Olivero – quel giorno ero accanto al Presidente ho visto la sua gioia autentica nel ricevere la cittadinanza di Felicizia. Siamo molto contenti che abbia voluto condividere pubblicamente questa gioia. Le sue parole ora ci impegnano ancora di più a lavorare su questa linea ogni giorno».

Nel suo discorso Mattarella ha paragonato Felicizia ad «un sogno, forse una favola» ma ha subito ammonito: «Dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti. In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società».

Chiara Genisio, in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 6.

Riquadro B La citazione: L’eco dell’espressione adottata da Bassetti

«È l’”Italia che ricuce” e che dà fiducia». Salta agli occhi, in questo passaggio del discorso di fine d’anno del capo dello Stato, l’uso del verbo «ricucire». E il pensiero va immediatamente al cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, che di quello stesso verbo ha fatto una sorta di bandiera, citandolo spesso nei suoi interventi pubblici. Un semplice caso o una voluta consonanza? Propendiamo decisamente per la seconda ipotesi.

In altri campi (quello cinematografico, ad esempio) si parlerebbe di “citazione”. Tanto più che il contesto in cui la frase è inserita nel discorso del presidente Mattarella – riferimento alla grande risorsa tutta italiana del volontariato, sottolineatura della solidarietà come una delle virtù del Paese – rafforza questa sensazione. E il tono complessivo del messaggio, con l’invito a riscoprirsi comunità, va proprio nel senso più volte auspicato dal presidente dei Vescovi. Il quale proprio meno di due mesi prima delle elezioni del 4 marzo scorso vedeva il futuro dell’Italia all’insegna di tre verbi: «Ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società». E indicava alle forze politiche alcune priorità – lavoro, famiglia, giovani – per la loro azione. Guarda caso gli stessi temi toccati lunedì sera da Mattarella.

(M.Mu.), in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 7.

Riquadro C La novantenne di Marano (Napoli): Anna e quei carabinieri contro la solitudine

«Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine, voglio rivolgere un saluto affettuoso»… La “signora Anna”, cui si è rivolto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo tradizionale messaggio di fine anno agli italiani, è una novantenne di Marano, nel Napoletano.

Il capo dello Stato ha voluto rendere omaggio all’anziana donna – colpita da una forma di invalidità – che nella notte del 25 dicembre alzò la cornetta del telefono e chiamò i carabinieri della locale stazione per un motivo molto semplice: avere un poco di compagnia in un giorno che tradizionalmente si trascorre con i propri cari.

I figli della donna vivono lontano, così la signora Anna, non avendo nessuno dei suoi familiari vicino, fece il primo numero ricordato a memoria, quello dei militari dell’Arma, per chiedere di parlare un po’. L’operatore che prese la telefonata non solo la rincuorò telefonicamente, ma la raggiunse a casa sua per trascorrere la serata con lei. I militari hanno poi provveduto a segnalare il caso ai servizi sociali del comune napoletano.

Il capo dello Stato è rimasto talmente colpito da questo episodio da appuntarlo e ricordarlo nel discorso di fine anno: «Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai carabinieri.

La loro divisa, come quella di tutte le forze dell’ordine e quella dei vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità», ha affermato Mattarella nel messaggio. Dal canto suo la donna novantenne, meravigliata di tanto clamore, per il momento non ha voluto commentare il saluto particolare ricevuto dal presidente della Repubblica davanti a tanti milioni di italiani.

Antonio Averaimo, in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 6.

Riquadro D L’Istituto di Verona: La relazione come cura: così si argina l’autismo

Sofia ha 5 anni. È autistica non verbale. Quando arriva “nonno Sergio” – è il 30 novembre – gli sale in braccio, si arrampica intorno al collo e non lo molla più. Lui, il capo dello Stato, non nasconde la commozione. Gli altri bambini, per mano ai genitori, guardano divertiti. Ancora di più mamma, papà e i medici. Eravamo, quel pomeriggio, al Centro regionale per l’autismo operativo all’ospedale di Borgo Trento, a Verona. Il clima è tale che i bimbi regalano al presidente quadri e fumetti, mentre lui sottolinea la «collaborazione fra pubblico e privato, fra medici, genitori e istituzioni». Mattarella è così colpito che nel messaggio di fine anno cita quella visita, uno dei luoghi straordinari dove – dice – il rapporto con gli altri è avvertito come ciò che dà senso alla vita. Proprio uno dei disegni regalati dagli ospiti è alle sue spalle durante il discorso.

L’istituto di Verona è un piccolo miracolo, nato nel gennaio 2018 senza fondi pubblici speciali ma grazie a contributi privati, come quello della Fondazione Cattolica. Assicura diagnosi, ricerca, formazione e assistenza nell’età dello sviluppo. Nell’unità di neuropsichiatria ci si occupa di ricerca e cura dei più piccoli mentre a Treviso, dove è stato attivato un centro analogo, si lavora su assistenza all’età adulta e riabilitazione. «Finora chi è affetto da autismo è stato soggetto a uno stigma generale – spiega il governatore Luca Zaia –, con questa innovazione vogliamo far sì che queste persone possano affrontare un percorso di cura tale da poter essere inseriti a pieno titolo nella società». Già ora il 50% dei pazienti riesce ad avere miglioramenti importanti.

Francesco Dal Mas, in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 7.

Auguri 2 – Alda Merini, Buon Natale

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A Natale non si fanno cattivi pensieri
ma chi è solo
lo vorrebbe saltare
questo giorno.
A tutti loro auguro di
vivere un Natale
in compagnia.

 

Un pensiero lo rivolgo a
tutti quelli che soffrono
per una malattia.
A costoro auguro un
Natale di speranza e di letizia.

 

Ma quelli che in questo giorno
hanno un posto privilegiato
nel mio cuore
sono i piccoli mocciosi
che vedono il Natale
attraverso le confezioni dei regali.

 

Agli adulti auguro di esaudire
tutte le loro aspettative.

 

Per i bambini poveri
che non vivono nel paese dei balocchi
auguro che il Natale
porti una famiglia che li adotti
per farli uscire dalla loro condizione
fatta di miseria e disperazione.

 

A tutti voi
auguro un Natale con pochi regali
ma con tutti gli ideali realizzati.