Asia Bibi 17/7 – Le è stata salvata una vita che potrebbe però non riuscire a vivere

asia172c7

Dopo l’arresto, un processo farsa, una condanna a morte, nove anni di carcere e il patibolo evitato solo per il pronunciamento della Corte Suprema del Pakistan, Asia Bibi, la donna e madre cristiana accusata di “blasfemia”, rischia di scontare una nuova pena: le è stata salvata una vita che potrebbe anche non riuscire a vivere. La decisione della Corte Suprema pachistana è stata coraggiosa. Infatti, i tre giudici che hanno annullato la condanna a morte e assolto Asia Bibi da tutte le accuse sono stati condannati a loro volta a morte dagli estremisti islamici e devono essere protetti e scortati. Saif ul-Mulook, l’avvocato musulmano che ha difeso Asia nell’ultimo processo, ha dovuto lasciare il Pakistan e chiedere asilo all’Olanda. I familiari della donna cristiana vivono nascosti e a loro viene data una caccia senza sosta dai seguaci dell’islamismo più cieco e violento. Ma questo è il Pakistan, nessuno si illudeva che sarebbe stato facile.

Il primo ministro, l’ex campione di cricket Imran Khan, ha dovuto fronteggiare l’incendio che si è diffuso nel Paese, difendendo i giudici ma potendo mettersi frontalmente contro il partito estremista Tehreek-Labbaik Pakistan, di qui il primo annuncio che non si sarebbe opposto a un eventuale appello contro le decisioni della Corte. Nelle ultime ore, invece, le centinaia di arresti tra gli islamisti, compreso quello del loro leader Khadim Hussai Rizvi, hanno mostrato che c’è almeno un tentativo di fare rispettare lo Stato di diritto. Quello che risulta incredibile è l’apparente silenzio del resto del mondo. Nessuno tra i Paesi islamici ha sentito la necessità di pronunciarsi su una questione che comunque riguarda molti di loro, almeno quelli in cui la blasfemia è reato punito da un codice penale usato quasi sempre per intimidire o colpire le minoranze.

Peggio ancora, nessuno tra i Paesi cosiddetti «cristiani», che forse sarebbe più realistico definire «occidentali» e basta, ha sentito il dovere o il bisogno di tendere pubblicamente una mano verso quella cristiana perseguitata e offrirle altrettanto pubblicamente ospitalità e protezione (anche se una certa cautela diplomatica può essere necessaria per mandare a buon fine trattative più riservate). Un accordo con il Pakistan sembra però più semplice di tanti che si fanno ogni giorno per vendere armi o tecnologie. E se Imran Kahn non può facilmente trovare un modo rapido di consentire l’espatrio dell’ex condannata a morte, basterà concedere ad Asia Bibi e ai suoi familiari la cittadinanza di uno qualunque dei nostri Paesi per togliere d’impaccio il premier e riportare alla vita lei e i suoi. È quanto l’avvocato Saif ul-Mulook ha chiesto qualche giorno fa alla Germania.

È più che probabile che siano in corso negoziati lontani dai riflettori per risolvere questo caso assurdo e drammatico. Ed è possibile che, prima o poi, arrivino buone notizie. Resta il fatto che nessun Paese europeo si è finora detto esplicitamente disponibile a livello dei vertici politici ad aiutare Asia Bibi. Uno scandalo se pensiamo al caso singolo. E un grande errore politico se pensiamo che sostenere Asia vorrebbe dire aiutare, tramite lei, tutti i cristiani che vivono nei Paesi dove la maggioranza della popolazione è islamica e i diritti di altre fedi non sono adeguatamente tutelati, quando non addirittura apertamente conculcati.

Ed è infine una tragedia: vuol dire che l’estremismo e il suo figlio, il terrorismo, non sono ancora stati sconfitti dalla vastissima galassia dell’islam moderato. Vicende come questa hanno un fortissimo impatto sui cristiani dell’Asia e del Medio Oriente. E noi, che abbiamo fatto anche le guerre contro i dittatori, possiamo non capire che se abbandoniamo Asia abbandoniamo tutti e convinciamo milioni di cristiani a tenersi ancora più stretti i vari Al Sisi e Bashar al-Assad?

Per capire quanto sono cambiati i tempi, basta ricordare un altro caso di “blasfemia”, quello di Salman Rushdie. Nel 1988 lo scrittore, indiano ma naturalizzato inglese, fu colpito dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini per aver pubblicato il romanzo «I versetti satanici». Khomeini l’accusava di aver insultato Maometto, proprio come è stato fatto con Asia Bibi, e chiedeva che fosse ucciso. Le autorità del Regno Unito furono non solo pronte a proteggerlo, ma orgogliose di farlo. Investendo in uomini e mezzi e sfidando per anni il rischio di rappresaglie e attentati, finché il pericolo per Rushdie non fu passato. Con Asia Bibi si è scelta tutt’altra strada. Se le salverà la vita, dovremo dire che è stata la più efficace. Ma siamo sicuri che sia anche quella più giusta?

Fulvio Scaglione, «Le è stata salvata una vita che potrebbe però non riuscire a vivere», in “Avvenire”, domenica 25 novembre 2018, p. 17.

Foto: Proteste a Karachi, nel novembre scorso, contro Asia Bibi (Ansa)

Annunci

Asia Bibi 17/6 – Gli esperti. «Per l’espatrio continui l’attenzione internazionale»

asia172c6

L’avvocato Gill: è una scelta dell’esecutivo quella di trattenerla per un po’ per soddisfare le mire degli islamisti. Scettico l’attivista Salamat: non c’è stata inversione di rotta sulle minoranze

«L’assoluzione di Asia Bibi è stata possibile soltanto grazie alla pressione internazionale e un suo espatrio e la sua salvezza definitiva si concretizzeranno soltanto se questa attenzione non si attenuerà», ma è alto il rischio di una permanenza prolungata in Pakistan «funzionale alle necessità del governo, dei militari e degli estremisti».

Questo il parere di Sardar Mushtaq Gill, cristiano, già avvocato di Asia Bibi, attivista per i diritti umani. Da oltre due anni anche esule per salvare se stesso e la sua famiglia, messa a rischio di ritorsioni dal suo impegno nella tutela legale per minoranze e emarginati . Se a tre settimane della sua assoluzione, Asia Bibi si trova ancora in un luogo segreto, sotto protezione, è inevitabile chiedersi che cosa sia ragionevole aspettarsi. «È una scelta del governo quella di tenere Asia Bibi in Pakistan per qualche tempo affinché gli estremisti possano pensare che almeno in parte la loro opposizione al provvedimento dei giudici supremi abbia avuto successo«, spiega Gill.

«Va tenuto presente – continua – che lo stesso governo ha puntato molto sulla propria identità islamica e il Tehreek-i-Labbaik (principale responsabile delle proteste violente seguite alla sentenza della Corte Suprema) è in un certo senso un partner del potere dato che personalità politiche hanno rapporti stretti con questo e altri gruppi estremisti che le forze armate hanno utilizzato per premere su precedenti governi. Attualmente, il governo in carica e i generali sono in sintonia. Di conseguenza, non si oppone alle richieste dei militari e sta giocando la carta Asia Bibi per tenere a bada le potenze straniere che l’hanno messo sotto pressione per onorare gli impegni rispetto a diritti umani, convivenza, sviluppo condiviso».

Gli ultimi giorni hanno segnalato la marcia indietro di alcuni Paesi rispetto alla disponibilità a ospitare Asia Bibi e la sua famiglia che solleva diversi interrogativi… «Sicuramente devono tenere conto dell’influenza islamista a casa loro. La retromarcia dipende anzitutto da un ripensamento sulle possibili conseguenze, dati i rischi di infiltrazione estremista in molte comunità musulmane nel mondo», ricorda il legale-attivista.

Si può quindi parlare di rischi concreti per il governo pachistano, i Paesi aperti all’accoglienza e la stessa Asia Bibi in caso di espatrio? È difficile valutare le reali condizioni di rischio connesse alla concessione di asilo alla madre cattolica e alla sua famiglia, ma sicuramente vi è allarme per un suo prolungato soggiorno in Pakistan. Ancor più perché, spiega ancora Mushtaq Gill, «le titubanze di alcuni Paesi occidentali danno agli islamisti nuovo spazio per utilizzare la religione come strumento di prevaricazione».

Oltre il “caso Asia Bibi”, gli osservatori concordano sulla difficoltà di intravedere una netta inversione della situazione pachistana con riferimento alle minoranze perseguitate. Come ha ricordato il 16 novembre, in occasione della Giornata mondiale della tolleranza, l’attivista pachistano per i diritti umani Samson Salamat, a capo della Ong pachistana Rawadari Tehreek (Alleanza per la tolleranza), cresce la necessità di promuovere la tolleranza per ridurre lo sviluppo di violenza e conflitti: «Tutti devono essere rispettati sulla base di un rispetto generale del loro credo, etnicità, religione, cultura, condizione sociale, ecc., come indica l’articolo 1 della Dichiarazione internazionale dei Diritti umani».

Tuttavia, ha indicato ancora Salamat, «in Asia meridionale e soprattutto in Pakistan e India l’intolleranza sta avanzando con un crescendo allarmante e questo dà luogo a conflitti motivati dalla fede, mentre politiche fallimentari alimentano quella che è diventata una minaccia per le minoranze religiose».

Stefano Vecchia, «Per l’espatrio continui l’attenzione internazionale», in “Avvenire”, domenica 25 novembre 2018, p. 17.

Foto: L’avvocato Sardar Mushtaq Gill

Asia Bibi 17/5 – L’attesa infinita. E Islamabad tace ancora

asiabibi1

La Corte Suprema del Pakistan ha rigettato il ricorso dei fondamentalisti. Asia Bibi è ora libera anche di partire. Qui di seguito, raccolgo gli ultimi articoli che completano il dossier sulla vicenda umana e cristiana di Asia Bibi.

Slitta la concessione dei visti per l’estero, mentre crescono i timori per la sicurezza dei familiari della madre cattolica: «Continuano a cercarli». Retate di fondamentalisti in Punjab alla vigilia di una imponente mobilitazione

Retate nella notte in diverse città pachistane, tra cui Lahore e Rawalpindi, dove subito dopo l’assoluzione di Asia Bibi il 31 ottobre e per i due giorni successivi i militanti del Tahreek-i-Labbaik Pakistan (Tlp) e Tehreek-i-Labbaik Ya Rasool Allah avevano provocato blocchi e incidenti che avevano causato gravi problemi e anche vittime. Oltre 1.300 gli attivisti e dirigenti dei gruppi prelevati da moschee e abitazioni, tra cui il leader del Tlp, Khadim Hussain Rizvi. Il governo ha quindi deciso di agire. E spiega che l’azione è stata preventiva rispetto alle iniziative di protesta previste per oggi in Punjab che avrebbero potuto ripetere quelle che lo scorso anno paralizzarono l’area della capitale, ma ha «smentito ogni collegamento» con la vicenda di Asia Bibi (che appaiono però palesi). Mentre sulla condizione della donna crescono le incertezze. Come sembra crescere l’isolamento internazionale del governo che tentenna sulla definitiva liberazione e l’espatrio della madre cattolica.

Un isolamento che segna la leadership di Imran Khan, islamista che ha però più volte indicato nell’esempio dell’Occidente la via per fare uscire il suo Paese dall’arretratezza. Il 22 novembre, durante un seminario sulla sicurezza nazionale, il ministro dell’Interno Shehryar Afridi ha lamentato la mancanza di considerazione per il suo Paese.

«Il mondo dovrebbe riconoscere la nostra esistenza», ha affermato, criticando anche il ruolo dei mass media, per lui tiepidi nel sostenere gli obiettivi del governo mentre mancherebbero di dare risalto a eventi che danno un’immagine positiva del Pakistan. Afridi ha portato a esempio la vicenda di Asia Bibi, criticando la copertura mediatica del suo caso in contrasto con l’impegno a riportare in patria il dottor Aafia Siddiqui, donna medico condannata a 86 anni di carcere nel 2010 da un giudice statunitense perché accusata di avere cercato di assassinare ufficiali dell’esercito Usa nella base afghana di Bagram.

Un caso che ha sollecitato minore attenzione ma che si situa in un contesto ben diverso da quello di Asia Bibi e delle minoranze del Pakistan. Non a caso, lo stesso Saqib Nisar, presidente della Corte Suprema e responsabile primo della sentenza di assoluzione dalla condanna a morte per Asia Bibi ha denunciato nei giorni scorsi che «il caso ha mostrato che il sistema giudiziario pachistano ha fallito nel merito, privando la popolazione del proprio diritto alla giustizia». Lo ha fatto, significativamente, in Gran Bretagna, mostrando come la situazione non sia un segreto, ma addirittura possa essere oggetto di analisi e critiche aperte. Più volte i giudici – ultimi quelli della Corte Suprema nella sentenza finale per Asia Bibi – hanno indicato la gravità di accuse che espongono al rischio di esecuzioni sommarie.

Questo sembra essere il caso di Asia Bibi. Dopo la sentenza di assoluzione il 31 ottobre, che le ha aperto le porte alla piena libertà, seppure condizionata dal rischio di diventare vittima di iniziative letali degli estremisti che ne vogliono la morte a ogni costo, diversi Paesi – con modalità e intensità diverse – hanno mostrato la disponibilità all’accoglienza per lei e per i suoi congiunti.

Negli ultimi tempi, però, sembra calato il silenzio e di conseguenza si è imposta la linea ufficiale di attesa di un pronunciamento della Corte suprema sulla richiesta di revisione della sentenza di assoluzione chiesta dal principale accusatore di Asia Bibi, l’imam Qari Muhammad Salim. Non senza conseguenze, come sottolinea John Pontifex, responsabile di Aiuto alla Chiesa che soffre nel Regno Unito e che riporta la condizione di paura in cui sta vivendo la famiglia, separata da Asia Bibi. «Mi hanno detto che leader musulmani vanno di casa in casa per individuarli e catturali. Una situazione che li costringe a spostarsi continuamente per evitare l’individuazione e la morte».

Stefano Vecchia, «Asia Bibi, l’attesa infinita. E Islamabad tace ancora. Il governo frena gli estremisti: 1.300 arresti. In cella leader radicale contro l’assoluzione», in “Avvenire”, domenica 25 novembre 2018, p. 17.

Foto: Il marito e una delle figlie di Asia Bibi in udienza da Papa Francesco

Le ultime tappe

31 OTTOBRE 2018

Con coraggio, la Corte Suprema assolve Asia Bibi dall’accusa di blasfemia e ne ordina la immediata scarcerazione. Dopo aver trascorso 3.421 giorni dietro le sbarre, la donna lascia la prigione e viene trasferita in una struttura protetta annessa sempre al carcere di Multan. La prigione è diventata troppo pericolosa per Asia, minacciata dalla rabbia estremista e già aggredita in cella in passato. La cattolica, di fatto scarcerata, resta sotto custodia perché è necessaria una serie di pratiche per il rilascio formale.

3 NOVEMBRE 2018

Dopo tre giorni di proteste violente, arresti e scontri con la polizia il governo trova un’intesa con i fondamentalisti. In cambio della fine delle manifestazioni, un’istanza contro il proscioglimento di Asia Bibi viene sottoposta alla Corte Suprema. Nel frattempo, Asia Bibi dovrà restare in Pakistan: per tale ragione, il suo nome verrà inserito nella lista delle persone a cui è vietato l’espatrio. L’ordine del tribunale, però, non è ancora arrivato e, dunque, Asia non figura nell’elenco.

7 NOVEMBRE 2018

Dopo l’espletamento delle formalità burocratiche, il processo di rilascio formale di Asia Bibi è completato. La donna viene trasferita in aereo dal luogo protetto di Multan a un’altra struttura segreta a Islamabad. Sempre nella capitale, nelle stesse ore, viene trasportato anche il resto della famiglia: il trasferimento avviene in auto dopo giorni trascorsi in un’altra residenza protetta.

8 NOVEMBRE 2018

Il portavoce del ministero degli Esteri, Muhammad Faisal, conferma che la donna si trova «in un luogo sicuro» ma che non può lasciare il Paese, nonostante magistrati, attivisti e diverse fonti governative sostengano la sua «assoluta libertà». Tiene l’accordo tra governo e estremisti in attesa del giudizio sulla revisione della sentenza di assoluzione.

Da “Avvenire”, domenica 25 novembre 2018, p. 17.

Asia Bibi 17/4 – Il giudice: «Per Asia Bibi il fallimento della giustizia»

asia-bibi, la cronologia1

«Il caso di Asia Bibi ha mostrato che il sistema giudiziario pachistano ha fallito nel merito, privando la popolazione del proprio diritto alla giustizia». Lo ha detto il capo della Corte Suprema del Pakistan Saqib Nisar, durante un incontro con i parlamentari anglopachistani, commentando il caso di Asia Bibi, la donna cattolica condannata a morte per blasfemia e assolta dalla Corte Suprema pachistana il mese scorso, dopo anni di calvario giudiziario. Nisar ha rilevato che «il sistema giudiziario pachistano è frammentato e necessita di riforme che lo modernizzino in modo che i cittadini possano ottenere una giustizia di qualità e in tempi brevi».

Sul caso di Asia Bibi, «sfortunatamente ci sono voluti circa otto anni» nonostante non ci fossero prove. Tra l’altro, ha ammesso il giudice, il dossier è rimasto fermo quattro anni alla Corte Suprema prima di essere esaminato.

Parlando poi della richiesta di asilo all’estero di Asia Bibi, anche a causa dalle minacce ricevute dagli integralisti islamici, il giudice ha affermato che «è un dovere dello Stato pachistano proteggere la vita e la salute dei propri cittadini, ma se lei chiede protezione all’estero ciò significa che il Pakistan ha fallito».

E.A., «Il giudice: “Per Asia Bibi il fallimento della giustizia”», in “Avvenire”, venerdì 23 novembre 2018, p. 5.

Asia Bibi 17/3 – Venezia è illuminata di rosso per Asia Bibi e i perseguitati. L’avvocato: «Nessun governo le ha ancora offerto asilo»

Asia Biibi 17,3

Il legale: vuole venire in Occidente. Il messaggio di Eisham, figlia della donna cattolica: «Voglio ringraziare tutti voi che continuate a pregare e quei giudici coraggiosi che ne hanno riconosciuto l’innocenza»

Si è tinta di rosso ieri sera l’acqua del Canal Grande, per un tratto antistante la basilica di Santa Maria della salute, nell’ambito del tradizionale pellegrinaggio dei giovani guidato dal patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia. L’iniziativa, patrocinata dal Comune, dal patriarcato e da Aiuto alla Chiesa che soffre, ha avvolto di una speciale illuminazione anche altri luoghi-simbolo della città lagunare ed è stata dedicata a ricordare le condizioni di difficoltà quando non di martirio dei cristiani in molti Paesi. Un’iniziativa, quella di “Venezia in rosso” colta a «far volgere ancora una volta lo sguardo del mondo sul dramma dei nostri fratelli che soffrono la persecuzione», ha ricordato il direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre-Italia, Alessandro Monteduro. «Abbiamo voluto dedicare la serata ad Asia Bibi, e con lei a tutte le donne che subiscono violenze e abusi in nome della fede», ha aggiunto. All’evento ha partecipato in qualità di testimone anche monsignor Botros Fahim Hanna, vescovo copto-cattolico di Minya, in Egitto.

Di «provvida iniziativa» aveva parlato il Papa in un messaggio inviato al patriarca, auspicando che l’evento suscitasse «una doverosa attenzione da parte di tutti al grave problema delle discriminazioni che i cristiani subiscono in tante parti del mondo». «Vi sono infatti Paesi dove è imposta un’unica religione, altri dove si assiste a una persecuzione violenta o sistematico dileggio culturale nei confronti dei discepoli di Gesù», aveva ricordato Francesco sottolineando come quello alla libertà religiosa sia un diritto «fondamentale dell’uomo che va riconosciuto poiché riflette la sua più alta dignità».

La manifestazione ha ospitato un videomessaggio di Eisham, figlia di Asia Bibi, la cattolica pachistana diventata suo malgrado simbolo della persecuzione resa possibile da una legge che dovrebbe tutelare l’onore dell’islam ma viene utilizzata in modo arbitrario. La “blasfema” Asia Bibi è stata assolta il 31 ottobre dalla Corte Suprema con una sentenza di grande equilibrio impugnata però dai suoi avversari per impedirle una uscita immediata dal Paese. «Voglio ringraziare tutti voi che continuate a pregare per mia madre e voglio anche dire grazie a quei giudici coraggiosi che finalmente hanno riconosciuto l’innocenza di mia madre», ha detto Eisham nel messaggio. «Lo scorso febbraio eravamo a Roma quando Aiuto alla Chiesa che Soffre ha illuminato di rosso il Colosseo; mia madre era in carcere allora, mentre questa sera, mentre voi illuminate di rosso Venezia – ha proseguito – lei finalmente è libera, grazie a Dio». La giovane ha infine espresso il suo ringraziamento verso «tutti quei governi come quello italiano che sono preoccupati per il nostro futuro e per la nostra salvezza».

Una salvezza che tarda, mentre sembra vacillare la determinazione di diversi governi a offrire un asilo sicuro a Asia Bibi. Ieri, l’avvocato, Saiful Malook, per anni a capo del suo consiglio di difesa e ora in Olanda per sfuggire alla vendetta dei fondamentalisti, ha dichiarato ai giornalisti incontrati a Francoforte che se la donna si trova ancora in Pakistan è «perché nessun Paese le ha ancora offerto ospitalità». Secondo Malook, per Asia Bibi «ogni Paese occidentale andrebbe bene» se le venisse garantito un visto d’ingresso o, in alternativa, un passaporto straniero. «Se il cancelliere tedesco dovesse chiedere all’ambasciatore di fornire un passaporto a lei, al marito e alle figlie insieme alla cittadinanza tedesca, nessuno potrebbe più fermarla». Berlino, che non ha commentato le dichiarazioni di Malook, avrebbe già avviato colloqui con il governo pachistano, come pure quello canadese, ma diversi fattori concorrono a rendere indefiniti i tempi dell’espatrio.

Stefano Vecchia, «Venezia è illuminata di rosso per Asia Bibi e i perseguitati. L’avvocato: “Nessun governo le ha ancora offerto asilo”», in “Avvenire”, mercoledì 21 novembre 2018, p. 4.

Asia Bibi 17/2 – Attesa per Asia Bibi, la polizia allerta i cristiani

asia-bibi, la cronologia1

Le forze dell’ordine invitano a «tenere alta la vigilanza». Il vescovo anglicano Peters: «Sappiamo di poter contare sulla protezione delle autorità»

Si prolunga l’attesa per la decisione della Corte Suprema sull’istanza di revisione della sentenza con la quale i giudici, lo scorso 31 ottobre, hanno assolto la cattolica Asia Bibi dalla condanna per blasfemia, rendendola libera, anche se sotto lo stretto controllo delle autorità, controllo che si estende anche alla famiglia. Un’attesa vissuta con apprensione per i rischi che lo stallo pone sulla madre cattolica e sull’intera comunità cristiana sotto stretta osservazione da parte degli estremisti contrari all’espatrio della donna che ritengono una “congiura” dell’Occidente per delegittimare l’islam.

A testimoniare questo rischio, l’avvertimento della polizia a tutti i leader e alle istituzioni cristiani per la possibilità di attacchi terroristi. Nella nota, conferma l’Agenzia Fides, si segnala che organizzazioni terroristiche come Tehreek-i-Taliban Pakistan e Jamaat-ul-Ahrar starebbero pianificando azioni dimostrative e per questo la polizia ha esortato i cristiani a «tenere alta la vigilanza» mentre saranno individuate nuove misure di controllo e protezione. A maggior ragione in vista delle festività natalizie.

Una conferma è arrivata dal vescovo anglicano di Peshawar, Humphrey Peters, per il quale la polizia «ha assicurato che farà di tutto per proteggere le chiese nella città». «Sappiamo che è un momento critico. I cristiani in Pakistan confidano nell’operato delle forze di sicurezza. Continueremo a svolgere il nostro ruolo nella società, in piena collaborazione con le forze dell’ordine e il governo», ha dichiarato.

Resta intanto alta l’attenzione internazionale verso la sorte di Asia Bibi e dei suoi congiunti, con le offerte di asilo ancora sottoposte a una decisione finale del governo pachistano, che a sua volta le lega alla decisione in sospeso della Corte Suprema.

Stefano Vecchia, «Attesa per Asia Bibi, la polizia allerta i cristiani», in “Avvenire”, martedì 20 novembre 2018, p. 15.

Asia Bibi 17/1 – Asia Bibi, altra frenata. «Non può espatriare»

asia-bibi, il fatto1

Islamabad frena sventolando «l’esame della richiesta di revisione». Per i giuristi si tratta di una «forzatura arbitraria e oppressiva»

Una doccia fredda è arrivata ieri sulle speranze di vedere presto Asia Bibi libera e al sicuro all’estero insieme alla sua famiglia. Negando ogni validità alle voci di espatrio già avvenuto da quando, il 6 novembre, la donna è stata trasferita da Multan, nel cui carcere femminile era stata rinchiusa negli ultimi anni, alla capitale Islamabad, il ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, ha ribadito che «non ci sono dubbi che sia qui». «Dal momento che è in corso l’esame della richiesta di revisione, come potrebbe andarsene?», ha detto ai giornalisti.

Nei giorni scorsi, durante un colloquio telefonico con l’omologa canadese, Qureshi aveva confermato che il suo Paese è intenzionato a «rispettare pienamente i diritti legali della donna», tuttavia quello della «legalità» della permanenza di Asia Bibi in Pakistan è un punto controverso.

Sul piano legale non ci sarebbero impedimenti all’espatrio, ma il governo ha incluso nell’accordo che ha messo fine alle proteste di piazza del movimento Tehreek-i-Labbaik Pakistan nei tre giorni successivi alla sua assoluzione da parte della Corte Suprema, l’impegno a impedirne l’uscita dal Paese fino a una decisione definitiva sulla richiesta di revisione della sentenza chiesta da Qari Salam, leader religioso che è stato negli anni il principale accusatore di Asia Bibi.

Tuttavia, proprio giuristi e magistrati hanno a più riprese segnalato che la libertà immediata è esplicita nella sentenza dei giudici supremi. A confermarlo, Reema Omar, consulente legale dell’International Commission of Jurists: «Asia Bibi è una persona libera e secondo la legge del Pakistan la sua libertà di movimento non può essere limitata. L’interpretazione del ministero degli Esteri – sottolinea – risulta arbitraria e oppressiva in quanto contrasta con il godimento di diritti fondamentali». Interpretazioni contrastanti che, associate a quelli che sembrano tentennamenti da parte delle diplomazie – europea in particolare – che avevano segnalato la disponibilità all’accoglienza anche davanti al rischio di ritorsioni degli estremisti islamici che ne vogliono l’esecuzione a ogni costo, rendono incerte le prospettive della madre cattolica, incarcerata per nove anni e condannata a morte perché accusata di blasfemia. Una situazione che anche il premier canadese Justin Trudeau ha indicato come «delicata» per «il contesto interno che rispettiamo», segnalando tuttavia la volontà del suo governo di contribuire a risolvere positivamente la vicenda di Asia Bibi.

Stefano Vecchia, «Asia Bibi, altra frenata. “Non può espatriare”. Il ministero rimescola ancora le carte: “In attesa del ricorso sull’assoluzione”», in “Avvenire”, venerdì 16 novembre 2018, p. 21.