Asia Bibi 17/4 – Il giudice: «Per Asia Bibi il fallimento della giustizia»

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«Il caso di Asia Bibi ha mostrato che il sistema giudiziario pachistano ha fallito nel merito, privando la popolazione del proprio diritto alla giustizia». Lo ha detto il capo della Corte Suprema del Pakistan Saqib Nisar, durante un incontro con i parlamentari anglopachistani, commentando il caso di Asia Bibi, la donna cattolica condannata a morte per blasfemia e assolta dalla Corte Suprema pachistana il mese scorso, dopo anni di calvario giudiziario. Nisar ha rilevato che «il sistema giudiziario pachistano è frammentato e necessita di riforme che lo modernizzino in modo che i cittadini possano ottenere una giustizia di qualità e in tempi brevi».

Sul caso di Asia Bibi, «sfortunatamente ci sono voluti circa otto anni» nonostante non ci fossero prove. Tra l’altro, ha ammesso il giudice, il dossier è rimasto fermo quattro anni alla Corte Suprema prima di essere esaminato.

Parlando poi della richiesta di asilo all’estero di Asia Bibi, anche a causa dalle minacce ricevute dagli integralisti islamici, il giudice ha affermato che «è un dovere dello Stato pachistano proteggere la vita e la salute dei propri cittadini, ma se lei chiede protezione all’estero ciò significa che il Pakistan ha fallito».

E.A., «Il giudice: “Per Asia Bibi il fallimento della giustizia”», in “Avvenire”, venerdì 23 novembre 2018, p. 4.

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Asia Bibi 17/3 – Venezia è illuminata di rosso per Asia Bibi e i perseguitati. L’avvocato: «Nessun governo le ha ancora offerto asilo»

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Il legale: vuole venire in Occidente. Il messaggio di Eisham, figlia della donna cattolica: «Voglio ringraziare tutti voi che continuate a pregare e quei giudici coraggiosi che ne hanno riconosciuto l’innocenza»

Si è tinta di rosso ieri sera l’acqua del Canal Grande, per un tratto antistante la basilica di Santa Maria della salute, nell’ambito del tradizionale pellegrinaggio dei giovani guidato dal patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia. L’iniziativa, patrocinata dal Comune, dal patriarcato e da Aiuto alla Chiesa che soffre, ha avvolto di una speciale illuminazione anche altri luoghi-simbolo della città lagunare ed è stata dedicata a ricordare le condizioni di difficoltà quando non di martirio dei cristiani in molti Paesi. Un’iniziativa, quella di “Venezia in rosso” colta a «far volgere ancora una volta lo sguardo del mondo sul dramma dei nostri fratelli che soffrono la persecuzione», ha ricordato il direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre-Italia, Alessandro Monteduro. «Abbiamo voluto dedicare la serata ad Asia Bibi, e con lei a tutte le donne che subiscono violenze e abusi in nome della fede», ha aggiunto. All’evento ha partecipato in qualità di testimone anche monsignor Botros Fahim Hanna, vescovo copto-cattolico di Minya, in Egitto.

Di «provvida iniziativa» aveva parlato il Papa in un messaggio inviato al patriarca, auspicando che l’evento suscitasse «una doverosa attenzione da parte di tutti al grave problema delle discriminazioni che i cristiani subiscono in tante parti del mondo». «Vi sono infatti Paesi dove è imposta un’unica religione, altri dove si assiste a una persecuzione violenta o sistematico dileggio culturale nei confronti dei discepoli di Gesù», aveva ricordato Francesco sottolineando come quello alla libertà religiosa sia un diritto «fondamentale dell’uomo che va riconosciuto poiché riflette la sua più alta dignità».

La manifestazione ha ospitato un videomessaggio di Eisham, figlia di Asia Bibi, la cattolica pachistana diventata suo malgrado simbolo della persecuzione resa possibile da una legge che dovrebbe tutelare l’onore dell’islam ma viene utilizzata in modo arbitrario. La “blasfema” Asia Bibi è stata assolta il 31 ottobre dalla Corte Suprema con una sentenza di grande equilibrio impugnata però dai suoi avversari per impedirle una uscita immediata dal Paese. «Voglio ringraziare tutti voi che continuate a pregare per mia madre e voglio anche dire grazie a quei giudici coraggiosi che finalmente hanno riconosciuto l’innocenza di mia madre», ha detto Eisham nel messaggio. «Lo scorso febbraio eravamo a Roma quando Aiuto alla Chiesa che Soffre ha illuminato di rosso il Colosseo; mia madre era in carcere allora, mentre questa sera, mentre voi illuminate di rosso Venezia – ha proseguito – lei finalmente è libera, grazie a Dio». La giovane ha infine espresso il suo ringraziamento verso «tutti quei governi come quello italiano che sono preoccupati per il nostro futuro e per la nostra salvezza».

Una salvezza che tarda, mentre sembra vacillare la determinazione di diversi governi a offrire un asilo sicuro a Asia Bibi. Ieri, l’avvocato, Saiful Malook, per anni a capo del suo consiglio di difesa e ora in Olanda per sfuggire alla vendetta dei fondamentalisti, ha dichiarato ai giornalisti incontrati a Francoforte che se la donna si trova ancora in Pakistan è «perché nessun Paese le ha ancora offerto ospitalità». Secondo Malook, per Asia Bibi «ogni Paese occidentale andrebbe bene» se le venisse garantito un visto d’ingresso o, in alternativa, un passaporto straniero. «Se il cancelliere tedesco dovesse chiedere all’ambasciatore di fornire un passaporto a lei, al marito e alle figlie insieme alla cittadinanza tedesca, nessuno potrebbe più fermarla». Berlino, che non ha commentato le dichiarazioni di Malook, avrebbe già avviato colloqui con il governo pachistano, come pure quello canadese, ma diversi fattori concorrono a rendere indefiniti i tempi dell’espatrio.

Stefano Vecchia, «Venezia è illuminata di rosso per Asia Bibi e i perseguitati. L’avvocato: “Nessun governo le ha ancora offerto asilo”», in “Avvenire”, mercoledì 21 novembre 2018, p. 4.

Asia Bibi 17/2 – Attesa per Asia Bibi, la polizia allerta i cristiani

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Le forze dell’ordine invitano a «tenere alta la vigilanza». Il vescovo anglicano Peters: «Sappiamo di poter contare sulla protezione delle autorità»

Si prolunga l’attesa per la decisione della Corte Suprema sull’istanza di revisione della sentenza con la quale i giudici, lo scorso 31 ottobre, hanno assolto la cattolica Asia Bibi dalla condanna per blasfemia, rendendola libera, anche se sotto lo stretto controllo delle autorità, controllo che si estende anche alla famiglia. Un’attesa vissuta con apprensione per i rischi che lo stallo pone sulla madre cattolica e sull’intera comunità cristiana sotto stretta osservazione da parte degli estremisti contrari all’espatrio della donna che ritengono una “congiura” dell’Occidente per delegittimare l’islam.

A testimoniare questo rischio, l’avvertimento della polizia a tutti i leader e alle istituzioni cristiani per la possibilità di attacchi terroristi. Nella nota, conferma l’Agenzia Fides, si segnala che organizzazioni terroristiche come Tehreek-i-Taliban Pakistan e Jamaat-ul-Ahrar starebbero pianificando azioni dimostrative e per questo la polizia ha esortato i cristiani a «tenere alta la vigilanza» mentre saranno individuate nuove misure di controllo e protezione. A maggior ragione in vista delle festività natalizie.

Una conferma è arrivata dal vescovo anglicano di Peshawar, Humphrey Peters, per il quale la polizia «ha assicurato che farà di tutto per proteggere le chiese nella città». «Sappiamo che è un momento critico. I cristiani in Pakistan confidano nell’operato delle forze di sicurezza. Continueremo a svolgere il nostro ruolo nella società, in piena collaborazione con le forze dell’ordine e il governo», ha dichiarato.

Resta intanto alta l’attenzione internazionale verso la sorte di Asia Bibi e dei suoi congiunti, con le offerte di asilo ancora sottoposte a una decisione finale del governo pachistano, che a sua volta le lega alla decisione in sospeso della Corte Suprema.

Stefano Vecchia, «Attesa per Asia Bibi, la polizia allerta i cristiani», in “Avvenire”, martedì 20 novembre 2018, p. 15.

Asia Bibi 17/1 – Asia Bibi, altra frenata. «Non può espatriare»

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Islamabad frena sventolando «l’esame della richiesta di revisione». Per i giuristi si tratta di una «forzatura arbitraria e oppressiva»

Una doccia fredda è arrivata ieri sulle speranze di vedere presto Asia Bibi libera e al sicuro all’estero insieme alla sua famiglia. Negando ogni validità alle voci di espatrio già avvenuto da quando, il 6 novembre, la donna è stata trasferita da Multan, nel cui carcere femminile era stata rinchiusa negli ultimi anni, alla capitale Islamabad, il ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, ha ribadito che «non ci sono dubbi che sia qui». «Dal momento che è in corso l’esame della richiesta di revisione, come potrebbe andarsene?», ha detto ai giornalisti.

Nei giorni scorsi, durante un colloquio telefonico con l’omologa canadese, Qureshi aveva confermato che il suo Paese è intenzionato a «rispettare pienamente i diritti legali della donna», tuttavia quello della «legalità» della permanenza di Asia Bibi in Pakistan è un punto controverso.

Sul piano legale non ci sarebbero impedimenti all’espatrio, ma il governo ha incluso nell’accordo che ha messo fine alle proteste di piazza del movimento Tehreek-i-Labbaik Pakistan nei tre giorni successivi alla sua assoluzione da parte della Corte Suprema, l’impegno a impedirne l’uscita dal Paese fino a una decisione definitiva sulla richiesta di revisione della sentenza chiesta da Qari Salam, leader religioso che è stato negli anni il principale accusatore di Asia Bibi.

Tuttavia, proprio giuristi e magistrati hanno a più riprese segnalato che la libertà immediata è esplicita nella sentenza dei giudici supremi. A confermarlo, Reema Omar, consulente legale dell’International Commission of Jurists: «Asia Bibi è una persona libera e secondo la legge del Pakistan la sua libertà di movimento non può essere limitata. L’interpretazione del ministero degli Esteri – sottolinea – risulta arbitraria e oppressiva in quanto contrasta con il godimento di diritti fondamentali». Interpretazioni contrastanti che, associate a quelli che sembrano tentennamenti da parte delle diplomazie – europea in particolare – che avevano segnalato la disponibilità all’accoglienza anche davanti al rischio di ritorsioni degli estremisti islamici che ne vogliono l’esecuzione a ogni costo, rendono incerte le prospettive della madre cattolica, incarcerata per nove anni e condannata a morte perché accusata di blasfemia. Una situazione che anche il premier canadese Justin Trudeau ha indicato come «delicata» per «il contesto interno che rispettiamo», segnalando tuttavia la volontà del suo governo di contribuire a risolvere positivamente la vicenda di Asia Bibi.

Stefano Vecchia, «Asia Bibi, altra frenata. “Non può espatriare”. Il ministero rimescola ancora le carte: “In attesa del ricorso sull’assoluzione”», in “Avvenire”, venerdì 16 novembre 2018, p. 21.

Asia Bibi 16/2 – Corsa a ostacoli per l’espatrio di Asia Bibi. Lo stallo aumenta i rischi per la madre

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Mentre nel mondo si moltiplicano le manifestazioni e gli appelli per chiedere la partenza di Asia Bibi, nel suo Paese si intensifica, anche a livello politico il braccio di ferro, tra chi ne sostiene la piena libertà dopo la sentenza di assoluzione della Corte Suprema dalla pena capitale per il reato di blasfemia e chi ritiene invece impossibile un espatrio prima che la stessa Corte si sia pronunciata sulla richiesta di revisione presentata dal principale accusatore. Uno stallo che prolunga la segregazione sotto protezione per Asia Bibi e per la sua famiglia, ma aumenta anche i rischi di ritorsioni, come pure di iniziative degli estremisti religiosi per impedirle la partenza.

D’altra parte, se alcuni i Paesi, per ultimo il Canada hanno ribadito in questi giorni l’interesse ad accoglierla, altri sembrano temere a loro volta le rivendicazioni degli estremisti. Anche l’Europa non si dimentica di Asia Bibi e un altro segnale incoraggiante è arrivato dal leader dei Popolari al Parlamento Europeo, Manfred Weber che ha incontrato il legale di Asia Bibi, Saif Malook: «Il Ppe farà tutto il possibile per aiutarla insieme alla sua famiglia a trovare una casa sicura al di fuori del Pakistan. L’Europa dovrebbe fare di più per proteggere le minoranze cristiane perseguitate in tutto il mondo».

Stefano Vecchia, «Corsa a ostacoli per l’espatrio di Asia Bibi. Lo stallo aumenta i rischi per la madre», in “Avvenire”, giovedì 15 novembre 2018, p. 19.

Asia Bibi 16/1 – Trudeau: «Colloqui con Islamabad per accoglierla»

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Il premier canadese ufficializza la sua disponibilità. Pronti anche Olanda e Belgio. E a Lahore l’Alta Corte fa cadere le accuse contro un leader estremista

Dopo diversi Paesi europei, in particolare Belgio e Olanda, ieri anche il Canada ha segnalato di avere in corso “discussioni” con le autorità pachistane riguardo la possibilità di accogliere Asia Bibi. La conferma è arrivata dal premier Justin Trudeau, a Parigi per le celebrazioni del centenario della fine della Prima guerra mondiale. «Siamo in discussione con il governo del Pakistan, non voglio dire di più su questo perché è molto delicato, ma come voi sapete bene il Canada è un Paese che accoglie», ha ammesso Trudeau intervistato da Afp. Una speranza ulteriore per Asia Bibi, assolta il 31 ottobre dall’accusa di blasfemia e dalla condanna a morte, che vede prolungarsi l’attesa per la concessione del visto dell’Unione Europea che ne consentirebbe l’espatrio con la sua famiglia.

Un’attesa vissuta in una località segreta insieme al marito ma non con i figli nascosti altrove, con la coscienza che una sua permanenza prolungata in Pakistan non solo la espone alle ritorsioni dagli estremisti che non hanno mai rinunciato a chiederne l’impiccagione. Ma con lei mette a rischio anche coloro che hanno cercato di garantirle libertà e sicurezza.

Significativa appare la decisione dell’Alta Corte di Lahore di far cadere le accuse di tradimento a carico di Khadim Hussain Rizvi, leader del partito estremista Tehreek-i-Labbaik per avere rivolto alle forze armate e alla magistratura pesanti accuse durante le proteste successive all’assoluzione di Asia Bibi. Fonti locali di Avvenire confermano che la volontà delle autorità di garantire l’espatrio sembra sincera, nonostante i rischi di una reazione violenta degli estremisti. Solo per alcuni, un limite potrebbe essere rappresentato dal ricorso contro la sentenza di assoluzione consegnata alla Corte suprema dal principale accusatore della donna, che non implica però un’attesa nel Paese, ma un eventuale rientro se richiesto, circostanza a cui pochi danno credito.

Stefano Vecchia, «Asia Bibi. Trudeau: “Colloqui con Islamabad per accoglierla”», in “Avvenire”, martedì 13 novembre 2018, p. 15.

Asia Bibi 15 – La figlia di Asia Bibi: voglio piangere con lei

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Video-messaggio della giovane ad Aiuto alla Chiesa che soffre. Cresce la preoccupazione per il ritardo dell’espatrio. Il premier Khan: «La sentenza sarà rispettata»

«Non ho ancora incontrato mia madre ma sono molto felice che sia sta liberata. Quando la incontrerò sicuramente la abbraccerò molto forte e piangerò insieme a lei». Eisham Ashiq, la figlia maggiore di Asia Bibi, appare sorridente nel breve video-messaggio inviato alla fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” per ringraziarla per il sostegno. Nel suo viso non traspaiono i segni del grande dolore vissuto negli ultimi nove anni, in cui la giovane – che ora ha 22 anni – è cresciuta lontano dalla madre. Sempre nascosta, insieme al padre, Ashiq Masih, e ai quattro fratelli, per timore delle vendette degli estremisti.

Tuttora gli Ashiq sono costretti a vivere in clandestinità: mercoledì sono stati portati in auto a Islamabad, come Asia, giunta in aereo da Multan. Nella capitale, i familiari vengono tenuti separati da lei. Con quest’ultima si trova, da giovedì, solo il marito, Ashiq.

La gioia per la liberazione della mamma sembra aver cancellato sul volto di Eisham anche le ultime, difficili settimane. In cui la famiglia, convinta di un’immediata partenza dopo la sentenza della Corte Suprema, il 31 ottobre scorso, s’è trovata senza provviste di cibo. Nell’impossibilità di uscire a comprarle per ovvie ragione di sicurezza, i parenti di Asia hanno atteso, con pazienza, che i rifornimenti potessero arrivare. Cosa che, solo ora, è finalmente accaduta. «So che siete tutti molto felici per la liberazione di mia madre, grazie per tutte le vostre preghiere », dice Eisham nel filmato, visibilmente emozionata per gli ultimi avvenimenti.

Il ritardo nell’espatrio, però, fa crescere il disagio e la frustrazione nei cristiani del Pakistan. Se diversi Paesi hanno segnalato la disponibilità all’accoglienza, tra cui l’Italia, restano evidentemente ancora ostacoli alla partenza. Non di carattere legale. Sebbene il verdetto di assoluzione debba essere riesaminato dalla stessa Corte, Asia Bibi non è stata ancora inserita nella lista dei cittadini a cui è impedito di lasciare il Paese. Tecnicamente, dunque, è una libera cittadina. Lo hanno sottolineato le stesse autorità pachistane in più occasioni.

Il governo cerca, tuttavia, di mantenere un difficile equilibrio tra la necessità di attenersi alla legge e quella di non urtare eccessivamente i fondamentalisti. L’attesa, però, aumenta i rischi per Asia Bibi: le esecuzioni extragiudiziali di persone accusate di blasfemia e poi assolte sono drammaticamente frequenti. Oltretutto c’è il precedente del governatore del Punjab, Salman Taseer, assassinato da una delle sue guardie del corpo il 4 gennaio 2011, proprio per aver difeso Asia e criticato la legge anti-blasfemia.

D’altra parte, secondo le fonti locali di Avvenire, la Delegazione dell’Unione Europea a Islamabad non avrebbe ancora consegnato i visti necessari, nonostante sia in possesso, da mercoledì, dei documenti d’identità utili alla partenza di Asia Bibi e dei suoi familiari – in totale dieci persone – per una destinazione all’interno del Continente.

Accusato di cedimento verso gli estremisti e in particolare verso il partito Tehreek-e-Labbaik Pakistan, la cui proteste dopo all’assoluzione hanno provocato disagi e ingenti danni, il primo ministro Imran Khan, partecipando ieri alla posa della prima pietra di un centro d’accoglienza per i poveri a Lahore, ha segnalato che l’esecutivo non è passivo riguardo la vicenda di Asia Bibi. «Non ci saranno compromessi riguardo la decisione dei giudici della Corte Suprema – ha detto il premier –. Lo Stato non può funzionare se gli ordini della magistratura non sono rispettati».

Stefano Vecchia, «La figlia di Asia Bibi: voglio piangere con lei. L’attesa di Eisham: l’abbraccerò presto. Si allungano però i tempi in Pakistan», in “Avvenire”, domenica 11 novembre 2018, p. 14.