Archeologia 3 – Il sigillo e il governatore di Gerusalemme

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A cento metri dalla zona circostante la moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, è stato rinvenuto, nel corso di scavi che durano da cinque anni, un prezioso sigillo databile intorno all’anno 700 prima dell’era cristiana. Nel dare notizia della significativa scoperta, l’1 gennaio, il dipartimento israeliano per le Antichità ha detto che il reperto, di creta, dalle dimensioni di una piccola moneta, sembra essere appartenuto al «governatore» di Gerusalemme, la più alta carica amministrativa dell’epoca.

A suggerire l’attribuzione è la scritta in ebraico impressa sul sigillo: Leshar-Ir, che significa “del governatore della città”. Non è comunque ricordato il nome del personaggio. Sul reperto sono effigiati due uomini, posti uno di fronte all’altro: tra le loro mani tese sembra distinguersi il profilo della luna.

Il sigillo sarà ora esposto nell’ufficio del sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, che si è detto felice di questa scoperta, definita di grande rilevanza storica da Shlomit Weksler-Bdolah, una delle responsabili degli scavi, perché l’espressione «governatore di Gerusalemme» era attestata finora soltanto nei testi biblici.

«Il sigillo e il governatore di Gerusalemme», in “L’Osservatore Romano”, martedì-mercoledì 2-3 gennaio 2018, p. 5.

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Archeologia 2 – Recuperata una famosa scultura

Archeologia

Lo speciale reparto dei carabinieri preposto alla tutela del patrimonio storico ed artistico a disposizione del Ministero per i beni culturali ha recuperato la famosa testa in bronzo raffigurante la cosiddetta «divinità barbuta», databile tra il IV e V secolo avanti Cristo, che era stata rubata dal museo nazionale di Paestum nel novembre 1978.

Il Ministro per i beni culturali Biasini ha rivolto un caloroso messaggio di compiacimento al comandante del reparto, colonnello Pio Alferano, ed a tutti i suoi collaboratori. Si tratta – ha dichiarato il Ministro Biasini – «di trarre dall’episodio un duplice motivo di soddisfazione. Da un lato, si è ritrovata un’opera di inestimabile significato e di grande valore. Da un altro lato, la collaborazione fra i carabinieri e la procura generale di Salerno si è dimostrata straordinariamente proficua. Senza enfatizzazione e senza trionfalismo, si può finalmente parlare di un’inversione di tendenza nella lotta alla criminalità, che il Ministero intende proseguire con sempre maggiore impegno».

«Recuperata una famosa scultura», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 30 maggio 1980, p. 8.

Archeologia 1 – La «chiave» della tomba di San Pietro – Importanti reperti archeologici nel «Tesoro» della Basilica

Chiave di San Pietro

1. Tra la preziosa suppellettile sacra, riordinata nel 1975 nelle sale del nuovo Tesoro della Basilica di San Pietro, non risulta elencata neanche nei repertori più attenti una chiave a duplice impugnatura e duplice fusto, sagomata e non incrociata come quella papale, legata da un cordone ritorto che termina con il fiocco ornamentale. Nel fiocco è inserito un cannello da infilare nella toppa della serratura. Il cartellino, che risale alla prima sistemazione del Tesoro (1909) dice che si tratta nientemeno della chiave della Tomba di San Pietro.

La chiave è collocata accanto a un’altra in argento, smalti e pietre, insegna di un antico Ordine cavalleresco, donata nel 1575 da un signore di Fiandra, giunto in Roma in pellegrinaggio e registrata in tutti gli inventari che parlano del Tesoro. Mentre l’indicazione «chiave della Tomba di San Pietro» dovette sembrare tanto leggendaria ai compilatori dei successivi cataloghi, e probabilmente non solo ad essi, da ometterne qualsiasi cenno.

Ne nasceva un quesito da stimolare la curiosità di chi sa per esperienza che in san Pietro anche le leggende hanno un fondamento storico. Iniziando le indagini, s’è recuperato innanzi tutto un cofanetto originale in pelle, ben conservato con fodera in velluto, ritagliata in modo da poter accogliere la chiave ricca di sagomature. Nel vano dell’astuccio è inserito un foglietto, di scrittura piuttosto recente, in cui si ricopia un brano del Cerimoniale di Luigi Secondiani del 1850 dove si legge che il Canonico Altarista è nominato con Breve pontificio, da leggersi dal Notaro avanti all’altare maggiore. «Poi l’Altarista è condotto alla Confessione e si apre il finestrino interiore; ancora genuflette e bacia».

Non mi è stato possibile di ritrovare il testo del Secondiani in Archivio, ma esso è letteralmente ricopiato dal ceremoniale manoscritto di Francesco Colignani che porta la data del 1705. Il documento precede dunque di quasi mezzo secolo la Bolla di Benedetto XIV (agosto 1748) con cui il Papa intende ripristinare la cerimonia della benedizione dei Palli, delle insegne cioè che da tempo immemorabile il Pontefice Romano inviava ai Patriarchi e agli Arcivescovi in segno della comunione apostolica.

Citando l’autorità di Pietro Mallio canonico di San Pietro negli ultimi decenni del sec. XII, di Maffeo Vegio e dei libri cerimoniali della Basilica, Benedetto XIV nella sua Bolla ricorda che i Palli «si calavano nella Confessione del beato Pietro in modo che appoggiassero sopra il suo corpo…». «Nella parte anteriore dell’altare della Confessione – continua la bolla – esisteva come una piccola finestra e nello spazio tra questa e la mole dello stesso altare c’era un foro perpendicolare all’arca di bronzo dove riposa il sacro corpo dell’Apostolo».

La tradizione dei Palli andò in disuso, «quando fu mutata la forma dell’Ara maggiore», dice la Bolla. I recenti scavi hanno difatti dimostrato le distruzioni e manomissioni di cui fu oggetto la zona cemeteriale intorno al «trofeo» (ca. 150 d.C.) o piccolo monumento funerario cui si riferisce il presbitero Gaio alla fine del II secolo. Il «trofeo» fu inglobato nel IV secolo nel «monumento» costantiniano e su di esso si eressero successivamente e in verticale gli altari di Gregorio Magno, di Callisto II e di Clemente VIII, quest’ultimo oggi visibile sotto il baldacchino.

2. Dell’arca di bronzo di cui parla la Bolla di Benedetto XIV dietro il racconto di Anastasio Bibliotecario, a più riprese utilizzato dal Grimaldi, e del foramen quadratum attraverso il quale «si scorge, a cinque palmi e mezzo l’arca del sacratissimo corpo di Pietro» dà notizie e testimonianze il Grimaldi stesso, il quale peraltro riconosce che trattasi di un argomento assai complesso: «neque ingenii mei sit rem tantam aggredi». Accenna tuttavia alla figura antichissima del Salvatore al centro della piccola abside, con Pietro e Paolo ai lati, opera musiva bizantineggiante del tempo di Leone III o, secondo Anastasio, di Leone IV, e soprattutto, per quanto qui ci interessa, descrive accuratamente il foramen quadratum della «lastra marmorea che copriva l’arca del corpo del beatissimo Pietro». Nonostante le modifiche e gli interventi, alcuni distruttori, avvenuti durante i secoli intorno alla tomba dell’apostolo, sono indiscutibilmente visibili, a giudizio degli studiosi, il piccolo monumento petriano, il rivestimento marmoreo costantiniano, la cripta e l’altare di Gregorio Magno, l’altare di Callisto II e infine quello di Clemente VIII.

L’accesso alla Confessione che occupa lo spazio tra la base dell’altare di Callisto II e la sottostante «memoria», fu anch’esso più volte ritoccato. La nicchia arcuata dei Palli, come si vede oggi dopo i recenti restauri, si inserisce in questo contesto strutturale, con sul fondo la figura del Cristo bizantino, malamente restaurata, e sui muri laterali le figure di Pietro e Paolo di recente fattura. Al centro della nicchia si trova il cofano d’argento dove si conservano i Palli, sollevato di cirri di nuvole poggiate sulla lastra di bronzo o «catarattina» voluta da Innocenzo X per decorare la lastra marmorea in cui si trovava il «finestrino» del Colignani o il «foramen quadratum» di Anastasio, lastra anch’essa recuperata durante gli scavi, e che adesso ha ottenuto la sua degna collocazione.

S’è trovato anche la notula del pagamento «dell’indoratura a fuoco sul pavimento che s’è fatto di nuovo et sua catarattina sopra il sepolcro delli Santi Apostoli nella Confessione da mastro Girolamo Grippa, in tutto sc. 55, 1 luglio 1648». Tale abbellimento si rese necessario dopo che per gli stupendi «sportelli della Confessione (adesso esposti nel Tesoro della Basilica) Francesco Spagna argentiere consegnò nel 1633 due telari, quattro palmette e uno Spirito Santo con i suoi splendori, tutto argento, libbre 26 e mezzo».

Benedetto XIV, per vari anni canonico di San Pietro, ricorda che per tutta l’Ottava della festa dei ss. Pietro e Paolo «i Palli venivano deposti sopra il corpo dell’Apostolo». Terminata l’Ottava le insegne si chiudevano in una cassetta con conopeo di seta vermiglia e affidata alla custodia del Canonico Altarista, mentre la chiave veniva presa in consegna dal Cerimoniere pontificio, come avviene anche oggi. Nel ripristinare la cerimonia della benedizione dei Palli, che stando al Colignani fu sospesa il 18 gennaio 1704, il Pontefice dichiara di donare a spese proprie l’attuale cofano d’argento dorato che «dovrà restare sempre sulla Confessione del beato Pietro e accanto al suo corpo… Vogliamo che la cura e la custodia di questa cassetta spetti al canonico altarista pro tempore; mentre la chiave di essa sarà tenuta dal maestro delle cerimonie».

3. L’officio del canonico altarista, dunque, era strettamente legato alla custodia dei Palli nella Confessione e nell’assicurare la loro diretta comunicazione con la tomba dell’Apostolo. La «catarattina» o coperchio di bronzo dorato di Innocenzo X ha la superficie divisa dai quattro bracci della croce. Nella parte inferiore, a destra, si scorge il foro della serratura. La chiave esistente nel Tesoro, infilata nella toppa della serratura, vi gira senza difficoltà e apre la «catarattina» o coperchio con cui Innocenzo X volle decorare il buco della pietra sottostante. Il foro è in diretta comunicazione con la Tomba dell’Apostolo ed è attraverso di esso che i fedeli calavano i brandea per metterli a contatto della Tomba di Pietro.

Nel disegnare il Cristo della piccola abside della Confessione, a destra del disegno, il Grimaldi scrive che trattasi di «un’antichissima immagine che si trova nella Confessione, davanti alla quale c’è un foro corrispondente all’arca del sacro corpo di Pietro. Exemplatur hic prout est hodie». Il coperchio di Innocenzo X, che cela il foramen quadratum, aperto con detta chiave, consente il diretto contatto con la Tomba dell’Apostolo.

Ancora una volta la tradizione si dimostra veritiera. Al Cerimoniere pontificio veniva affidata la chiave dell’urna dei Palli; al Canonico Altarista la chiave della Tomba di San Pietro.

Ennio Francia, «La “chiave” della tomba di San Pietro. Importanti reperti archeologici nel “Tesoro” della Basilica», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 30 maggio 1980, p. 7.