Anniversario 7 – 13 marzo 2013 – 13 marzo 2019. Sei anni in 7 foto: l’anniversario del pontificato di papa Francesco

Udienza generale di Papa Francesco

Il 13 marzo 2013 l’argentino Jorge Mario Bergoglio veniva eletto Papa con il nome di Francesco. In sette fotografie gli eventi più significativi del Pontificato

Francesco1

Foto: 2013. Il 13 marzo il Conclave elegge Jorge Mario Bergoglio nuovo Pontefice, che assume il nome di Francesco. È il primo Papa latinoamericano. (Foto Gennari)

Francesco2

Foto: 2014. Ad ottobre si apre il primo dei due Sinodi dei vescovi dedicati alla famiglia. Al termine del secondo papa Francesco pubblicherà l’esortazione apostolica post sinodale Amoris Laetitia. (Foto Ansa)

Francesco3

Foto: 2015. L’8 dicembre papa Francesco apre ufficialmente in San Pietro l’Anno Santo straordinario della misericordia. Con un gesto a sorpresa, però, aveva aperto qualche giorno prima la Porta Santa nella Cattedrale di Bangui nella Repubblica Centrafricana, dove si trovava in viaggio apostolico. (Foto Osservatore romano)

Francesco4

Foto: 2016. Papa Francesco si reca in Svezia, nella città di Lund, per partecipare all’inizio delle celebrazioni per i 500 anni della riforma luterana. Un gesto concreto sulla via del dialogo ecumenico. (Foto Ansa)

Francesco5

Foto: 2017. Il 20 giugno papa Francesco rende omaggio a due parroci che hanno segnato la storia della Chiesa in Italia, visitandone le tombe: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Nei mesi successivi renderà omaggio anche a monsignor Tonino Bello, vescovo di Molfetta, don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, e Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari. (Foto Osservatore romano)

Francesco6

Foto: 2018. Un anno segnato dallo scandalo degli abusi commessi da sacerdoti e religiosi sui minori. Tra i gesti più clamorosi della lotta alla pedofilia voluti dal Papa, vi è la convocazione di tutti i vescovi del Cile in Vaticano, conclusosi con l’offerta delle dimissioni da parte dell’intero episcopato cileno. (Foto Ansa)

Francesco7

Foto: 2019. Il viaggio negli Emirati Arabi Uniti rappresenta un importante tassello nel dialogo interreligioso. Ad Abu Dhabi la storica firma del Documento sulla fratellanza da parte del Papa e del grande imam di Al-Azhar (Foto Ap)

Redazione Catholica, «Sei anni in 7 foto: l’anniversario del pontificato di papa Francesco», martedì 12 marzo 2019.

Annunci

Anniversario 6 – La Radio Vaticana: I primi cinquant’anni 12 febbraio 1931 – 12 febbraio 1981

50-anniversario-della-radio-vaticanaL’intuizione, l’idea, il progetto di una Radio che fosse portavoce, prolungamento a tutte le Nazioni della parola del Papa, risalgono ancor prima della Conciliazione che, l’11 febbraio 1929, veniva a sancire e riconoscere i confini dello Stato della Città del Vaticano.

Questa ipotesi è convalidata da uno scritto del p. Giuseppe Gianfranceschi S.I., che reca la data del 25 luglio 1925: «Caro Commendatore, ho ripensato al progetto della Stazione trasmittente. Credo che per renderla utile agli scienziati, e giustificarne così l’impianto alla Specola, si potrebbe organizzare una specie di Bollettino Scientifico Radio della Specola – quindicinale – cioè ogni quindici giorni ad un’ora fissa, per cinque minuti si spiegherebbero in tutto il mondo le più recenti e più importanti notizie astronomiche e fisiche che potrebbero essere preventivamente raccolte dalla Specola e dalla Accademia. Si organizza una specie di Comitato di Redazione, si redige il messaggio in latino per rendere universale la comprensione e affermare il latino come lingua scientifica internazionale. Mi pare che sarebbe una iniziativa geniale. Il Vaticano sarebbe il primo. Se ha occasione, ne parli su. Saluti». Il biglietto era indirizzato all’ing. Luigi Respighi, Reggente della Direzione delle Comunicazioni della Città del Vaticano.

A soli quattro giorni dalla firma dei Trattati Lateranensi, Marconi riceve l’incarico della costruzione e messa in opera della Stazione Radio nei Giardini Vaticani.

La questione delle comunicazioni radio-telegrafiche-telefoniche fu oggetto di una particolare Convenzione con il Regno d’Italia, stipulata il 18 novembre 1929. I lavori procedevano alacremente, a pieno ritmo.

La lettera di nomina di p. Gianfranceschi S.I. a primo direttore della Stazione Radio reca la data del 21 settembre 1930. Nome conosciuto, nell’ambito della scienza, era stato Rettore della Gregoriana, Presidente dell’Accademia Pontificia già dei Lincei, compagno di Nobile nella spedizione polare, ricercatore geniale di primo piano.

Il 12 febbraio 1931 viene inaugurata la Stazione Radio alla presenza di Pio XI e di un nutrito gruppo di personalità: Marconi, Gianfranceschi, i cardinali Granito Pignatelli di Belmonte, Pacelli, Gasparri, Ehrle.

Il testo del primo radiomessaggio pontificio fu in latino: «… Udite o cieli quello che sto per dire…». Successo strepitoso, in ogni angolo del mondo, sia cattolico o no. Vasta eco sulla stampa internazionale: dovunque la voce del Papa è stata ascoltata nitidissima, senza alcun disturbo, tranne che in Francia, e subito si pensò ad interferenze interessate.

Lo stesso giorno, 12 febbraio, mentre gli «speakers» – spesso improvvisati – traducevano al microfono in altre lingue il fausto Messaggio, si teneva nella Casina Pio IV (Accademia delle Scienze) l’inaugurazione ufficiale. E Marconi fu annoverato tra lo stuolo degli Accademici Pontifici.

In Italia, come in gran parte di Europa la situazione politica era alla vigilia di una crisi che si prevedeva catastrofica, i rapporti internazionali tesi, si dovette quindi usare molta prudenza. Dopo l’Enciclica Non abbiamo bisogno, la situazione si fece ancor più tesa per i ripetuti attacchi fascisti all’Azione Cattolica. Da più parti si chiedeva un più incisivo intervento della Radio del Papa che allora si limitava a qualche discorso pontificio di rilievo, ad articoli letti da L’Osservatore Romano, a notizie dell’agenzia Fides. La risposta alle attese degli ascoltatori fu una netta smentita apparsa sull’Organo vaticano il 25 luglio 1931: «… Ci si domanda da più parti il programma delle nostre radio-emissioni. È bene si sappia che noi non facciamo, né faremo, radio-diffusioni. Abbiamo però ore fisse di esercitazioni…». Il comunicato era a firma di p. Gianfranceschi S.I.

Il 19 aprile 1931 venne inaugurato il primo numero del Giornale Parlato delle Scienze: Radiophonicus Nuncius. Nel corso della trasmissione, alla presenza di Pio XI e Marconi, p. Gianfranceschi S.I. lesse due suoi articoli in latino: De propaganda undarum quae a Radio Vaticana emittuntur e De Constantia velocitatis lucis. Le emissioni avvenivano alla 11 di mattina e alle 19 di sera.

Nel 1933 venne l’Anno Santo: la Radio trasmise la cerimonia di apertura della Porta Santa, per la prima volta, con alcuni commenti in altre lingue. L’anno successivo, il 9 luglio, p. Gianfranceschi S.I. moriva. Gli successe p. Filippo Soccorsi S.I.

Questione da chiarire era l’inserimento della Radio del Papa nei confronti degli allora vigenti regolamenti internazionali. Nel Congresso di Parigi del 1935, la Radio venne accolta nell’UIR come Membro a titolo speciale.

Il 24 dicembre 1936, primo Radio-messaggio Natalizio di un Papa alla Radio: molti i collegamenti.

Intanto si andava pensando ad un potenziamento tecnico, per mezzo di un trasmettitore Telefunken di 25 Kw. Ugualmente si prospettava la necessità di una maggiore organizzazione delle notizie e, in questo settore, furono impegnati i pp. Federico Muckermann S.I. e Giuseppe Ledit S.I. La guerra, poi, e le difficili relazioni tra Santa Sede e nazismo, bloccarono questi progetti, che avrebbero portato senz’altro lontano.

Alla scomparsa di Pio XI, la Radio partecipò attivamente all’elezione di Pio XII. E L’Osservatore Romano scriveva: «… Radiodiffusione mondiale! Può con sicurezza asserirsi che mai, negli annali della radiodiffusione, questa espressione si era verificata con tanto rigore di termini…». Numerosi e di diverse nazionalità i cronisti sugli spalti del colonnato: tra questi, per la prima volta, la lingua ungherese, rappresentata dal p. Tibor Gallus S.I.

Dalla primitiva palazzina marconiana, la Radio passò alla ex Specola Vaticana: fu la prima peregrinazione di un Organismo in espansione. La guerra ormai è alle porte: «… Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra!». Grido che rimase inascoltato per la follia di molti.

L’annessione dell’Austria, l’invasione della Polonia: la guerra! Il Primate polacco, card. Augusto Hlond, invita il suo popolo, dai microfoni vaticani, alla resistenza: «… Polonia, non sei perita!» (28 settembre ’39).

Da allora i commenti della Radio del Papa sono contro il nazismo, anche se in forma a volte larvata. Celebre l’intervento di p. J. Coffey S.I. che, per primo, parlò di campi di sterminio e deportazione (21 gennaio 1940). Hitler invadeva i Paesi Bassi: dalla Stazione Radio Vaticana partivano i celebri telegrammi a Leopoldo III del Belgio e alla Granduchessa Carlotta di Lussemburgo, alla Regina Guglielmina di Olanda.

La presa di posizione della Radio Vaticana suscitò dure reazioni dei nazisti. Proteste diplomatiche, minacce, ci furono perfino persone che finirono in carcere e nei campi di concentramento per aver ascoltato la Radio del Papa.

In Francia, le trasmissioni venivano ascoltate, stenografate e ciclostilate da un gruppo della Resistenza cattolica, costituitosi nel Collegio della Compagnia di Gesù di Avignone. I rapidi Bollettini periodici, distribuiti furtivamente a rischio della vita, portavano la testata: «La voce del Vaticano».

Intanto la guerra divampava e la Radio Vaticana era in prima linea. Goebbles, irato, ebbe a dire: «Bisogna zittirla!… Con ogni mezzo!». La Radio Vaticana zittì, solo per servire la carità poi con l’Ufficio Informazioni.

* * *

Con il proseguire della guerra, la Radio Vaticana venne assorbita quasi interamente dall’Ufficio Informazioni.

Nel settembre del 1939 giunse in Vaticano una lettera che supplicava Pio XII di interporre la sua opera al fine di ritrovare un padre di famiglia scomparso nel turbine dell’invasione della Polonia. L’appello non rimase inascoltato, e il succedersi di richieste e domande, lettere che chiedevano notizie di dispersi in guerra, fecero nascere l’Ufficio Informazioni, presso la Segreteria dello Stato.

In questo servizio di carità da un continente all’altro, la Radio Vaticana fu lo strumento indispensabile, sempre pronto, sollecito, al di sopra delle parti.

Nel 1940 le trasmissioni radio per l’Ufficio Informazioni presero 2.509 minuti, per un complessivo di 5.252 messaggi. La Radio non si limitò a lanciare appelli e messaggi che chiedevano notizie di persone lontane, ma si mise in corrispondenza con Nunziature, Curie Vescovili, sedi di Azione Cattolica. Si organizzarono così posti di ascolto dovunque. Nel 1941 il numero dei minuti salì a 56.458 per 103.162 messaggi. Nel 1942 le cifre si raddoppiarono. Nel 1943: 139.127 minuti, 245.289 messaggi. Solo con il finire della guerra, nel 1945, la parabola cominciò a decrescere.

Tirando le somme: dal 1940 al 1946 i microfoni vaticani trasmisero un totale di 1.240.728 messaggi.

Alla prova delle guerra la Radio Vaticana aveva retto bene. L’enorme servizio reso all’umanità sofferente con l’Ufficio Informazioni aveva aperto nuove e più ampie prospettive. E, da più parti, si richiedeva un potenziamento tecnico e di programmi.

Intanto i programmi aumentavano: nel 1940 nasceva il Programma Lituano, allora bisettimanale. Nel 1947: il Romeno e il Ceco. Nel 1948: il Russo, lo Sloveno, l’Etiopico, il Lettone. Poi, nel 1949, lo Slovacco. Alle soglie del 1950 ben 19 sono le lingue presenti alla Radio Vaticana. Vi figurano per la prima volta il Bulgaro, Croato, Bielorusso, Arabo. E la fisionomia internazionale, nell’identità del messaggio, andava sempre più acquistando forma. In questo periodo nasceva inoltre un settore che, con il tempo, andrà sempre più delineandosi: la trasmissione quotidiana di un Bollettino di Notizie. Questo si chiamava I. R. Vat., ossia: Informazioni Radio Vaticana. Sarà il primo passo che porterà poi alla costituzione, nel 1957, del Radiogiornale.

Il 3 aprile 1949 cadeva il Giubileo Sacerdotale di Pio XII. Fu allora che il Comitato Centrale dell’Anno Santo, ormai alle porte, si rivolse all’Episcopato cattolico per raccogliere fondi allo scopo di potenziare gli impianti della Radio Vaticana. Le offerte più cospicue pervennero dall’Olanda e dalla Francia. Il 19 maggio 1950 fu ufficialmente donato al Santo Padre un trasmettitore Philips da 100 Kw per onde corte, acquistato grazie alle offerte dei cattolici dei Paesi Bassi.

Se il Settore tecnico andava potenziandosi, anche i programmi acquistavano rinnovato impulso. Per ovvie circostanze andava sempre più affermandosi il Programma Italiano, responsabile ne era il padre Francesco Pellegrino S.I.. Tra le rubriche che riscuotevano particolare successo, furono: Campo di Dio, Discussioni serene, I Dialoghi del dotto e l’ignorante.

L’anno 1950 vide le prime, sporadiche trasmissioni in lingua cinese, primo responsabile del programma fu il p. Martino Shen Tai ch’i S.I. Così nel 1951 un’altra lingua si aggiungeva alle altre già familiari ai microfoni vaticani: l’albanese.

Nel 1951, già si pensava ad una sede prevalentemente tecnica per la Radio Vaticana, al di fuori dei confini della Città del Vaticano. Era stato perfino deciso il luogo dove far sorgere il nuovo Centro trasmittente: a Santa Maria di Galeria, su di un’area appartenente al Pontificio Collegio Germanico, 18 chilometri da Roma. Allo scopo di studiare progetti e prospettive, il Santo Padre istituì nel 1951 un’apposita Commissione.

L’8 ottobre 1951 avvenne la firma di un accordo, tra la Santa Sede e il Governo della Repubblica Italiana, riguardante gli impianti della Radio Vaticana a Santa Maria di Galeria e a Castel Romano. L’accordo stipulato venne ratificato dal Presidente della Repubblica Italiana il 18 giugno 1952 e da Pio XII il 24 dello stesso mese. E a Santa Maria di Galeria cominciarono i lavori.

Il 29 marzo 1953 L’Osservatore Romano riportava notizia di cambiamenti al vertice della Radio Vaticana: «Il Santo Padre si è benignamente degnato di nominare Direttore della Stazione Radio Vaticana il Rev.do Padre Antonio Stefanizzi S.I:, compiacendosi in pari tempo di conferire il titolo di Direttore Emerito della medesima Stazione Radio Vaticana al Rev.do Padre Filippo Soccorsi S.I.».

Sempre nel 1953, nel quadro di potenziamento dei Programmi, cominciarono trasmissioni sperimentali in danese, norvegese, svedese. Trasmissioni che, nel 1954, divennero regolari per suggerimento del p. Emil Schmitz S.I., allora responsabile del programma tedesco.

Finalmente a Santa Maria di Galeria era tutto pronto, i lavori brillantemente conclusi. E domenica 27 ottobre 1957, alle ore 10,30, Pio XII si recò ad inaugurare solennemente il nuovo Centro trasmittente. Il Santo Padre partì per l’occasione da Castel Gandolfo e fu questo il viaggio più lungo del suo pontificato: 27 chilometri.

Per seguire l’avvenimento, avevano chiesto il collegamento con la Radio Vaticana i seguenti Paesi: Italia, Francia, Irlanda, Principato di Monaco, Olanda, Germania, Radio Europa Libera, Canada, Stati Uniti. L’intera cerimonia fu ripresa dalla televisione italiana.

«Ascoltate o popoli lontani – aprì il discorso Pio XII – porgete tutti l’orecchio: dalla nuova Stazione Radio Vaticana, da questa selva di antenne, cui sovrasta, alta e invitta, la Croce, segno di verità e di carità, si rivolge a voi la nostra parola…».

Su una superficie dieci volte più grande dalla Città del Vaticano, il Centro radio di Santa Maria di Galeria, al momento dell’inaugurazione, disponeva di:

  • un trasmettitore «Philips»da 100 Kw per onde corte, dono dei cattolici olandesi;
  • due trasmettitori «Brown Boveri» da 10 Kw ciascuno, per onde corte, capace di funzionare anche in parallelo;
  • un trasmettitore «Brown Boveri» da 100 Kw per onde medie;
  • un commutatore d’antenne ad onde corte, capace di collegare rapidamente fino a sei trasmettitori rispettivamente su 6 antenne scelte secondo le esigenze di servizio fra le 21 disponibili;
  • 24 torri in tubi metallici di altezza variabile da 34 a 54 metri, disposte lungo tre assi a 120 gradi l’una dall’altra, sostenenti un sistema di 21 antenne direttive per onde corte;
  • un’antenna auto irradiante per la diffusione dei programmi sull’onda media di 196 metri.

Se il 1957 fu l’anno di S. Maria di Galeria, fu anche l’anno che vide il nascere del Radiogiornale. Veniva a prendere il posto dell’I. R. Vat. All’inizio fu solo un cambiamento di testata, ma che ciò sia avvenuto, già faceva prevedere nuovi indirizzi e prospettive future che si sarebbero poi avverate. A quell’epoca responsabile del Radiogiornale, e lo è ancora, con la qualifica di Direttore, era il padre Francesco Farusi S.I.

L’«exploit» del Radiogiornale avvenne con i giorni che precedettero e seguirono la scomparsa di Papa Pio XII. Indimenticabili furono le ripetute Cronache in diretta da Castel Gandolfo, dove il Papa era agonizzante. La voce di padre Pellegrino, radiocronista, entrò in ogni casa. I collegamenti con la residenza estiva avvenivano alle 14,30, ora del Radiogiornale, alle 16, alle 19,30, alle 22,30.

Pio XII morì il 9 ottobre 1958, alle ore 3,52 di mattina. La funesta notizia la diede, poco dopo, al mondo, il padre Francesco Pellegrino da Castel Gandolfo. I giornali erano ancora in tipografia e si affrettarono a mandare in macchina la notizia: ancora una volta la radio aveva superato in velocità la carta stampata.

* * *

L’elezione di Giovanni XXIII fu resa nota alla folla in piazza San Pietro alla sesta fumata: ore 17,08 del 28 ottobre 1958. Innumerevoli i collegamenti con la Radio Vaticana.

L’anno 1958 segnò un ulteriore ampliamento nei Programmi: furono inaugurate trasmissioni in portoghese per il Brasile, in spagnolo per altri Paesi dell’America Latina, in francese, inglese, portoghese per le diverse zone in cui queste lingue venivano rispettivamente parlate, in inglese per l’India, il Pakistan e Ceylon.

Il 17 febbraio 1959 iniziarono le trasmissioni in lingua giapponese. Il 29 giugno di quello stesso anno vennero inaugurati i complessi radiofonici allestiti nell’ex Museo Petriano, edificio ora demolito che si trovava ai confini della Città del Vaticano, al lato sinistro del colonnato. Intanto, in questi anni, diveniva sempre più incisiva la presenza di una Redazione Generale, allora si chiamava così. Questa Redazione curava tre particolari Rubriche o meglio testate: «Situazioni e Commenti», «Studi», «Chiesa del silenzio».

Nonostante l’incessante progredire tecnico, la Radio del Papa aveva ancora bisogno di potenziamento. Ciò comprese il mondo cattolico e significativa fu l’offerta, nel 1960, di un trasmettitore Telefunken di 100 Kw, da parte dei fedeli della diocesi di Colonia. Il trasmettitore, dono del cardinale Frings, entrerà in funzione il 6 novembre 1961.

Il 12 febbraio 1961, trentesimo della Radio Vaticana, per la prima volta L’Osservatore Romano e tutta la stampa diedero massimo risalto alla ricorrenza. Il gesto del cardinale Frings non rimase isolato, in occasione dell’ottantesimo genetliaco di Giovanni XXIII, l’Episcopato della Nuova Zelanda e dell’Australia offrirono un quarto potente trasmettitore per il Centro di Santa Maria di Galeria.

Il giorno di Natale del 1961 Giovanni XXIII firmava la Bolla di indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Per impetrare favori per il Concilio, il Santo Padre si recò in pellegrinaggio a Loreto ed Assisi. I primi radiocronisti della Radio Vaticana seguirono il Papa nel viaggio compiuto in treno. Avvenimento nuovo nella storia dell’Emittente Vaticana che, con i successivi pontificati, si troverà sempre più impegnata a seguire le peregrinazioni apostoliche del Papa.

Il 27 novembre 1962 Giovanni XXIII inaugurava, con un radio-messaggio in latino, il nuovo trasmettitore offerto dai Vescovi della Nuova Zelanda e dell’Australia.

Nel 1963 la Radio Vaticana diffondeva complessivamente 368 programmi settimanali, così suddivisi: 231 diretti a 28 diversi Paesi europei; 47 diretti verso tutto il continente africano; 42 destinati al Canada, agli Stati Uniti e ai diversi Paesi dell’America Latina; 22 irradiati verso l’Asia e 14 verso l’Australia e la Nuova Zelanda. A questi si aggiungevano 12 programmi di carattere generale, come i Concerti del Giovedì, il Rosario, le Liturgie latina e orientale.

In media, l’Emittente Vaticana trasmetteva per 14-15 ore al giorno. Trenta le lingue impiegate: 16 per l’Europa centro-orientale; 9 per l’Europa Occidentale; 5 lingue non europee, oltre l’inglese, il francese, lo spagnolo, il portoghese per i popoli degli altri continenti.

Vennero poi i giorni dell’angosciosa malattia che portò a morte Giovanni XXIII. E dal primo pomeriggio di venerdì 31 maggio 1963, alla sera di lunedì 3 giugno, quasi tutto il mondo trattenne il fiato e si pose in sintonia con la Radio Vaticana. Intensa, febbrile, senza posa l’attività per i Novendiali, il Conclave, l’elezione di Paolo VI.

Giovanni Battista Montini: un Papa veramente per la Radio, mai nessun altro Pontefice intuì a tal punto l’importanza e la missione dell’Emittente Vaticana. Infatti, subito dopo l’elezione, il 27 giugno 1963, Paolo VI visitò la Stazione Radio nei Giardini Vaticani. E, in quell’occasione, ebbe a dire: «… Oggi quanti sono addetti alla Radio Vaticana, cioè alla diffusione universale della voce di verità, possono essere considerati come lo strumento più adeguato ed anche più vicino alle esigenze del ministero apostolico…».

Il 4 gennaio 1964 Paolo VI annunciò l’intenzione di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa, e la Radio Vaticana seguì il Papa con radiocronisti e tecnici: il primo viaggio al di là del mare.

L’anno 1965, per la Radio, fu caratterizzato da due avvenimenti: il Concilio in fase di chiusura e la visita di Paolo VI all’ONU. Il primo impegnò a fondo la Radio sia nel settore Programmi che tecnico; il secondo, anche se esauritosi nel giro di un giorno, collaudò ancora una volta l’intero organismo radiofonico che inviò numerosi servizi d’oltreoceano.

Sempre nel 1965 venne favorevolmente ultimato il collaudo di un nuovo trasmettitore RCA ad onde corte della potenza di 100 Kw, offerto dal cardinale Spellman. A questo se ne aggiungerà un altro di uguale potenza, dono dei Cavalieri di Colombo. Come pure un trasmettitore da 250 Kw, onde medie, reso possibile grazie a generose elargizioni.

Il 30 giugno 1966 Paolo VI benedisse e inaugurò i tre trasmettitori a Santa Maria di Galeria e, nella occasione, pronunciò un discorso che rimane programmatico per l’avvenire della Radio: «… il proposito di darle nuovi perfezionamenti e nuovi incrementi, specialmente per quanto riguarda il settore dei programmi. È questa la parte principale dell’opera relativa alla Radio: cioè il suo scopo, il suo uso, la sua effettiva utilità…».

Nel 1966, la Radio Vaticana andava progressivamente adeguando i suoi programmi in 32 differenti lingue con 430 programmi settimanali della durata di 15 minuti ciascuno. Sempre nel 1966 venne inaugurato il programma in lingua Armena che, nel 1975, diverrà giornaliero.

Dopo il discorso programmatico del 30 giungo 1966, si intensificarono le riunioni ad alto livello per dare un volto nuovo e una più adeguata strutturazione a tutta la Radio.

Il 6 gennaio 1967, L’Osservatore Romano rendeva note le nomine riguardanti la Radio: P. Giacono Martegani S.I., Delegato, con funzioni di Direttore Generale; P. Giorgio Blajot S.I., Direttore dei Programmi; P. Francesco Farusi S.I., Direttore del Radiogiornale; P. Antonio Stefanizzi S.I., Direttore Tecnico.

Nel 1967, tre avvenimenti caratterizzarono la vita della Radio: pellegrinaggio del papa a Fatima, viaggio in Turchia, Sinodo dei Vescovi. In questo stesso anno gli Uffici dei Programmi e del Radiogiornale si trasferirono dall’ex Museo Petriano, provvisoriamente, a Palazzo Torlonia. Intanto si cercava una degna e capace sede alla nuova Radio Vaticana che andava sempre più sviluppandosi. Molte le proposte e i progetti, la scelta cadde su Palazzo Pio, in via della Conciliazione.

Il primo gruppo di locali, opportunamente attrezzati allo scopo, furono approntati a Palazzo Pio il 29 gennaio 1970. Li inaugurò il cardinale Villot. Da quel giorno fu un continuo progredire e presa di possesso di altri ambienti, nello stesso Palazzo, fino all’attuale situazione.

Durante i viaggi di Paolo VI in Africa prima, in Estremo Oriente, Oceania, Australia poi, la Radio Vaticana affinò i mezzi a disposizione e rispose magnificamente alle esigenze.

Il 1971 fu l’anno del Quarantesimo; in dieci anni, dal Trentennio, molto era cambiato: 36 programmi in 32 lingue diverse. Il 27 febbraio 1971, memorabile udienza pontificia a tutto il personale della Radio: «… Voi siete un’istituzione privilegiata, tutti vi vogliono bene!…». Oltre che l’anno dei quarant’anni dalla fondazione, il 1971 fu l’anno del Sinodo dei Vescovi. Alle riunioni partecipò ogni volta un giornalista del Radiogiornale. Innumerevoli i collegamenti con Radio di altri Paesi.

La Redazione Generale, per la malattia del Responsabile, andava languendo. L’arrivo di p. Pasquale Borgomeo S.I. portò la produzione di Studi ad uno al giorno. Si cominciò anche una serie di «editoriali» con il nome di Appunti. E la Redazione divenne Centrale, sempre più potenziandosi, puntando su di un lavoro di «équipe» e in comune per tutti i programmi.

Si cominciò anche a pensare alla propaganda, ossia a far meglio conoscere ed apprezzare il lavoro della Radio Vaticana: nel luglio del 1972 venne pubblicato – in via sperimentale – il primo Bollettino Programmi. Inizialmente fu bimestrale, con il 1973 divenne mensile.

Il 25 settembre 1973, il p. Roberto Tucci S.I. succedeva al p. Martegani S.I. e il p. Sabino Maffeo S.I. diveniva Direttore Tecnico. Una nuova pagina si apriva per la Radio tutta.

Il 1974 fu anno che vide nascere tre nuovi programmi che furono espressione di un nuovo modo di fare radio, almeno per l’Emittente del Papa: «Studio A», «Radiodomenica», «6983555 Speciale Anno Santo».

L’Anno Santo del 1975 trovò la Radio Vaticana all’altezza dell’avvenimento, così nel 1977 per il Sinodo dei Vescovi. Il 13 aprile 1978 il p. Giorgio Blajot S.I. lasciò l’incarico di Direttore dei Programmi, gli successe p. Pasquale Borgomeo S.I. Nella direzione della Redazione Centrale che andava sempre più affermandosi, successe il P. Felix Cabasés S.I.

Nel 1978, il 26 agosto, i lavori di impianto dell’antenna orientabile di S. Maria di Galeria furono ultimati e vennero sperimentati, con successo, in occasione delle trasmissioni del Conclave e per l’inaugurazione solenne del Pontificato di Giovanni Paolo II. Attualmente la potenza complessiva della Radio Vaticana è di oltre 1500 Kw.

I viaggi e il ritmo dinamico del nuovo Pontificato imposero subito alla Radio Vaticana ulteriore e crescente impulso. La Radio del Papa non venne meno al suo mandato, esplicitamente espresso da Giovanni Paolo II nel discorso pronunciato nella storica visita del 5 febbraio 1980 a Palazzo Pio: «La Radio Vaticana, attraverso la quotidiana instancabile attività di informazione, di evangelizzazione, di catechesi… si sforza di rendere presente il cuore stesso della Chiesa ad ogni sua parte, soprattutto collegando immediatamente con la Sede di Pietro e tra loro quelle Chiese locali che si trovano in precarie condizioni di libertà religiosa…».

Fernando Bea, «La Radio Vaticana compie cinquant’anni», in “L’Osservatore Romano”, 28 gennaio 1981, p. 5.

Anniversario 5 – Paolo IV: Il ricordo – 6 agosto 1978 – 6 agosto 2018

Paolo VI

Il 6 agosto 1978 Paolo VI moriva alle 21.40 nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Una morte quasi improvvisa anche se papa Montini era da tempo sofferente. Nella residenza estiva sui Colli Albani era giunto il 1° agosto. Ad accoglierlo c’era anche l’allora vescovo di Albano, Gaetano Bonicelli, che nell’intervista che pubblichiamo ripercorre quei giorni. Terminava un pontificato di 15 anni durante il quale aveva portato a conclusione il Concilio Vaticano II e aveva guidato l’applicazione delle novità introdotte dall’assise ecumenica. Fu il primo Papa a viaggiare in aereo e a toccare tutti i continenti. Molti suoi scritti – encicliche, lettere apostoliche – conservano tuttora un’attualità straordinaria. È stato beatificato da papa Francesco il 19 ottobre 2014 e sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre.

«È stato un santo autentico: la sua dottrina e la sua condotta erano Vangelo trasparente» Il malore gli impedì l’ultimo incontro con i fedeli all’Angelus

Ha quasi novantaquattro anni, settanta di sacerdozio appena celebrati nella sua terra natale, Vilminore, oltre mille metri di quota al centro della bella Valle di Scalve. Nella sua vita ha conosciuto tre Papi santi («ma non mi è difficile sentirmi legato a tutti i Papi», «tra i pregi che riconosco della mia educazione bergamasca c’è la devozione al Santo Padre»): il conterraneo Giovanni XXIII (da vice assistente delle Acli); Paolo VI (quando dirigeva la pastorale degli italiani all’estero, poi da segretario aggiunto della Cei, quindi come direttore dell’Ufficio delle comunicazioni sociali, infine da ausiliare e poi vescovo di Albano); Giovanni Paolo II (che da Albano lo nominò ordinario militare per l’Italia e poi arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino).

A quarant’anni dalla morte di papa Montini, e alla vigilia della sua canonizzazione, parliamo con un testimone come monsignor Gaetano Bonicelli. I suoi primi contatti con il futuro Paolo VI avvennero proprio a Vilminore (dove villeggiavano carissimi amici bresciani di “don Gibiemme” e poi di “Monsignor Sostituto”); si rafforzarono con Montini arcivescovo di Milano che – attento al mondo del lavoro e delle Acli – lo coinvolse pure nella famosa Missione popolare del 1957 a Milano, e, proprio al Pontefice di Concesio, Bonicelli deve la sua nomina ad Albano. Qui trovano il baricentro i ricordi degli ultimi incontri dell’arcivescovo Bonicelli al tempo in cui era «vescovo di Albano e dunque di Castel Gandolfo». «Quando il Papa giunge a Castello il vescovo è tra i pochi invitati ad accoglierlo. Ed è sempre qualcosa di bello e di grande…», rammenta Bonicelli. E aggiunge: «In quel ’78 costellato di fatti ben noti, ci fu una novità. Il Papa non arrivò in elicottero come di solito. Preferì un viaggio in auto che gli consentì di fermarsi alle Frattocchie dove c’è il sepolcro del cardinale Giuseppe Pizzardo, già vescovo di Albano, ma soprattutto a lungo potente segretario di quella che allora si chiamava la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio».

Ce ne spiega il motivo?

«La sosta costituiva un gesto di riconoscenza verso chi, tanti anni prima, aveva voluto Montini in delicati servizi della Santa Sede. Ma fu al contempo esemplare per altri motivi relativi a vicende romane».

Quelle riguardanti Montini poco prima del suo trasferimento a Milano così simile ad un esilio?

«Sì. Montini, in Segreteria di Stato, a contatto quotidiano con il Pontefice, era considerato molto, forse troppo influente… La circostanza del cambio alla guida di Milano fu per Pizzardo l’occasione elegante per allontanare Montini dal Vaticano. Eppure Paolo VI, da santo qual era, nulla lasciò trapelare e lì alle Frattocchie, l’1 agosto 1978, gli rese omaggio. Qualcuno sussurrò trattarsi di una pacificazione… Per un caso singolare, non l’aveva mai fatto negli otto anni precedenti, da quando Pizzardo era stato seppellito lì. Però mi pare che quella sosta in un clima afoso diede pure un brutto colpo alla salute di Paolo VI».

Cioè?

«Non stava bene. Era davvero provato. In chiesa, mentre parlava alla gente, lui padrone assoluto del lessico, dei pensieri, aveva bisogno di un foglietto per raccapezzarsi. Stentava a parlare. E quando mi accolse nella sua macchina per salire a Castel Gandolfo, poco più di un chilometro, lo trovai tutto rosso in viso, pronto a chiedermi notizie sulla diocesi, in fase di cambiamento con centri come Aprilia e Pomezia un tempo borghi agricoli, ma ormai cittadine, pur rimandando ad un colloquio più disteso a palazzo. Due giorni dopo, il 3 agosto, al di là di ogni protocollo ricevette il neoeletto presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini».

Arriviamo al 6 agosto di quarant’anni fa. Lei era ad Albano?

«Come presidente della commissione migranti mi trovavo in Abruzzo per un grande raduno: Messa, discorsi… A tavola il vescovo emerito di Teramo mi disse che la mattina il Papa non aveva salutato i fedeli perché indisposto. Mi tornarono in mente le mie preoccupazioni di pochi giorni prima. Chiesi ammenda alle autorità presenti e con la mia Seicento corsi a casa, o meglio a Castel Gandolfo. Don Fiore, il parroco salesiano, teneva i rapporti con la superiora delle Suore di Maria Bambina addette alla Casa Pontificia. Le notizie arrivavano aggiornate dalla residenza ogni mezz’ora. Il Papa stava male. Alle 18 non c’era già più nulla da fare. Attorno alle 21.40 il Papa si spegneva. Spalancai le porte della chiesa e celebrai il primo suffragio mentre la gente, avvertita dalla radio e dalla televisione, continuava ad affluire. Non avrei mai pensato di diventare per alcune ore il vescovo più seguito dai media di tutto il mondo, facendo in quei momenti da tramite. Restai in piazza alcune ore a dire quel che sapevo alla gente».

E che cosa disse allora di Paolo VI?

«Quello che sento profondamente anche oggi. Non era un santo facile o popolare, ma un santo autentico: la sua dottrina e la sua condotta erano Vangelo trasparente. Ho letto bene i suoi discorsi al Concilio, le sue encicliche. Ma ora mi basta il suo capolavoro teologico e pastorale Evangelii nuntiandi: lucidità, fervore, passione. Coinvolge la vita spirituale e la responsabilità apostolica di tutto il popolo di Dio. Papa Francesco ha ragione a trovare in papa Montini motivi d’ispirazione anche per il suo pontificato».

Marco Roncalli, «Quegli ultimi giorni accanto a Paolo VI. L’arcivescovo Bonicelli ricorda il 6 agosto 1978 «Si preparò con un percorso di pacificazione», in “Avvenire”, domenica 5 agosto 2018, p. 17.

Anniversario 4 – Don Giulio Penitenti: Il «piccolo operaio» dell’ecumenismo – 7 luglio 1978 – 7 luglio 2018

don-penitenti, anniversario4

Dal cardinale De Donatis l’«editto» per sollecitare la raccolta degli scritti del servo di Dio. La comunità da lui fondata alle porte di Roma ha anticipato il messaggio di unità del Concilio Vaticano II, diffondendosi anche all’estero

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di monsignor Giulio Penitenti, servo di Dio, pioniere in Italia del dialogo ecumenico e fondatore della Pia Società sacerdotale laicale “Casa dei Piccoli Operai”. Il sacerdote, nato a Sermide (diocesi di Mantova) il 10 gennaio gennaio 1912, si spense infatti a Roma il 7 luglio del 1978. E proprio il 2 luglio scorso il vicario di papa Francesco per la diocesi di Roma, il cardinale Angelo De Donatis, ha firmato un «editto» per sollecitare chiunque ne sia in possesso a consegnare alla postulazione della causa di beatificazione «qualsiasi scritto che abbia come autore il servo di Dio», ovvero «manoscritti, diari, lettere e ogni altra scrittura privata » di monsignor Penitenti, essendo già state raccolte tutte le sue opere pubblicate.

Penitenti entrò in Seminario nell’ottobre del 1924 e fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1936. Tra il 1942 e il 1943 fu valoroso cappellano militare in Russia. Nel giugno del 1944, a Roma, diede vita all’Associazione Michael, che fu poi chiamata Unitas, con un’omonima rivista. Nel 1945 lasciò l’iniziativa nelle mani di un esperto teologo per fondare, sempre a Roma, in via Matteo Boiardo, tra molte prove e difficoltà, la comunità “Casa dei Piccoli Operai” col fine di raccogliere anime «ardite e ardenti» che si consacrassero all’apostolato ecumenico. Nel 1946 don Penitenti venne nominato per i suoi meriti Canonico del Pantheon. Nel 1947 dovette trasferire la sede della sua piccola comunità a Pian Paradiso (Viterbo) e nel 1951 definitivamente a Riano (Roma), dove fu accolta dal cardinale Eugenio Tisserant, allora vescovo del luogo, che caldeggiò quel sogno ecumenico.

Il 13 dicembre dello stesso anno fu quindi eretta la Pia Società sacerdotale laicale, composta appunto da sacerdoti e da laici. Nel 1959 venne istituito il ramo associativo femminile. Oggi la comunità è composta dai Missionari ecumenici (religiosi-sacerdoti), dalle Oblate della Chiesa e Missionarie Ecumeniche (religiose), dai Michaleiti (laici consacrati) e dalle famiglie che seguono il carisma della comunità. La Casa madre è la Cittadella Ecumenica Taddeide, a Riano, diocesi di Porto-Santa Rufina. Monsignor Penitenti scelse il nome Taddeide in riferimento all’apostolo Giuda Taddeo, in quanto patrono dei casi impossibili e disperati. Sulla scia tracciata dal Concilio Vaticano II la sua opera si è diffusa in diverse zone d’Italia e anche all’estero: Spagna, Stati Uniti, Messico e Gerusalemme.

Nel testo del vicariato di Roma Penitenti viene descritto come «uomo e sacerdote di grande fede in Dio» che ha «favorito l’avvicinamento e il dialogo fra le diverse fedi cristiane perché sentiva viva l’esigenza dell’ecumenismo». Poi, la richiesta di contribuire alla raccolta dei documenti, «essendo andata aumentando, col passare degli anni, la sua fama di santità ed essendo stato formalmente richiesto di dare inizio alla causa di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio».

A 40 anni dalla scomparsa di questo sacerdote di razza – il cui motto di vita era Omnes unum in Christo – rimane ancora impressa nella memoria di molti la frase che amava ripetere a chi si accostava a lui per un consiglio spirituale: «Se potessi rinascere mille volte, mille volte rifarei il prete».

Filippo Rizzi, «Il “piccolo operaio” dell’ecumenismo. Moriva 40 anni fa don Penitenti, un pioniere del dialogo fra i cristiani, in “Avvenire”, martedì 31 luglio 2018, p. 19.

Anniversario 3 – Cardinal Ersilio Tonini – 28 luglio 2013 – 28 luglio 2018

tonini2, anniversario3

La sua è stata la lunga vita di un grande testimone, sempre dalla parte di chi fa più fatica: malati tossicomani, anziani. Sulla vita che ci aspetta diceva: sarà l’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile

Sono passati cinque anni da quel 28 luglio 2013 in cui il cardinale Ersilio Tonini moriva nella sua Ravenna, città di cui a lungo era stato vescovo. Aveva appena compiuto i 99 anni. La lunga vita di un grande testimone.

Era nato il 20 luglio 1914 in una cascina di Centovera di San Giorgio Piacentino, figlio di salariati agricoli. Suo padre, Cesare, capobifolco, è tra i fanti mandati sul Piave, nel maggio 1915. La madre, Celestina, trasmette ai figli una fede profonda in una terra come quella emiliana, in quegli anni visceralmente “rossa”. Questa madre torna costantemente nei ricordi di Tonini, anche nell’ultima vecchiaia, sempre vicina e presente, come un’ombra buona. Come una radice profonda. A chi gli chiedeva dove avesse imparato lo sguardo colmo di misericordia che aveva sugli uomini, il cardinale rispondeva: «Mia madre, il suo sguardo. Bisogna aver provato quell’amore radicale della vita, per comprendere che le tue mani, i tuoi occhi sono un bene che devi custodire».

In Seminario a 11 anni, ordinato nel 1937, dopo la guerra a lungo parroco a Salsomaggiore. Nominato vescovo da Paolo VI nel 1969, prima di Macerata e Tolentino, poi dal 1975 di Ravenna. Lo stesso Paolo VI, conoscendo la sua antica passione per il giornalismo, nel 1978 lo sceglie come presidente della Nei, la società editrice di Avvenire. Con il nostro quotidiano collaborerà intensamente. Negli anni ’90 Enzo Biagi lo invita alla trasmissione “I dieci comandamenti”: diventa un volto noto e caro al pubblico televisivo. Giovanni Paolo II lo crea cardinale nel 1994. Volendo cercare di riassumere in poche righe la lunga vita di Ersilio Tonini occorre citare queste date. Che sono poco, però, a fronte della vivezza del ricordo che chi lo ha conosciuto conserva di lui.

Piccolo di statura, magrissimo, la croce cardinalizia che sembrava più grande sul petto esile. Dietro gli occhiali, occhi chiari e acuti, ma buoni. Uomo coltissimo, profondo conoscitore della filosofia, innamorato di Platone e di Kant. Capace, a novant’anni, di lunghe citazioni in greco o in tedesco. Fine teologo, ogni mattina però voleva sulla sua scrivania Bild Zeitung, Le Monde e il Corriere. La sua passione per gli uomini lo portava a chinarsi sulle cronache dei giornali, a cogliere i segni della storia che avanza. (Fu tra i primi, tra l’altro, già alla fine degli anni ’80, a cogliere la portata della questione della procreazione assistita, della sfida etica che comportava).

La sua, di storia, coincideva con il Novecento. Aveva una formidabile memoria, e ricordava episodi degli anni Trenta come fossero accaduti ieri. Impressionava l’interlocutore, perché pareva di avere davanti la voce di un secolo: quando era nato lui, il papa era Pio X, e in Italia c’era il governo Salandra. Era già sacerdote, tre anni prima della Seconda guerra mondiale.

E come sapeva raccontare. Di quel soldato tedesco, per esempio, che si era confessato con lui, morente, e gli aveva messo nelle mani l’ultima lettera di una figlia bambina. Così che il giovane prete aveva capito che anche il nemico è un uomo, che è possibile abbracciarlo. Ma non una comprensione teorica: qualcosa, invece, di scritto nella carne.

Quando Tonini invitava a cena qualcuno, l’invitato sapeva che il menu sarebbe stato penitenziale – minestrina e insalata, sempre – ma che i racconti del cardinale lo avrebbero trascinato lontano. Sempre partendo da quel tempo remoto dell’Emilia anni Venti, degli anarchici, degli scioperi che lasciavano morire il bestiame nelle stalle – e, incombente, il fascismo. Eppure, con tutto ciò che nella sua vita aveva attraversato, Tonini aveva una fede assoluta nell’uomo, nella sua libertà: certo che era libertà di scegliere, alla fine, il bene. Anni e anni in confessionale a Salsomaggiore, anche tre o quattro ore al giorno a ascoltare peccati, non lo avevano distolto da questa certezza. Né dalla pratica della carità, intensa negli anni di Ravenna: assistenza ai tossicomani, agli anziani, ai malati ricevono forte impulso da Tonini.

Lucido fino a pochi mesi dalla morte, a chi lo interrogava su come avvertiva l’avvicinarsi di quel giorno rispondeva: «Oltre la morte, sarà bellissimo. Perché vedremo finalmente la nostra storia, tutta intera. Voglio dire: vedremo la storia di ciascuno di noi, dal suo vero principio, dall’istante in cui Dio ci ha concepito nei suoi pensieri. Perché ciascuno è stato pensato, progettato dall’inizio del tempo. È una prospettiva sterminata. È posare gli occhi sull’orizzonte infinito per cui sono stati fatti. Sarà, l’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile».

Marina Corradi, «Tonini, occhi di misericordia sull’uomo. “Noi oltre la morte? Sarà bellissimo”. Cinque anni fa, il 28 luglio 2013, la scomparsa del cardinale», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 19.

Anniversario 2 – Padre Paolo Dall’Oglio – 29 luglio 2013-29 luglio 2018

padre-paolo, anniversario2

Il gesuita Paolo Dall’Oglio è scomparso a Raqqa in Siria il 29 luglio del 2013: da allora non si hanno più notizie certe sulla sua sorte. A cinque anni dalla scomparsa, parenti e amici si confrontano sui dubbi e le voci. E spunta, per l’ennesima volta, la figura di un emiro del Daesh

Un mistico con l’urgenza del sociale. Così è stato definito padre Paolo Dall’Oglio, ieri durante una conferenza stampa dedicata al gesuita sparito alle ore 13 del 29 luglio 2013 a Raqqa. «Occorre tirare fuori dal cono dell’ombra la figura di Dall’Oglio », ha raccontato Amedeo Ricucci, autore di un’inchiesta che sarà in onda domani come “Speciale TG1”. «Nell’andare a Raqqa abbiamo appurato che Paolo ha incontrato nel quartiere generale del Daesh un emiro che ha gestito i prigionieri stranieri, Abd al-Rahman al Faysal Abu Faysal, e che successivamente ha sempre negato l’incontro con Paolo. Dall’Oglio era andato lì a chiedere la liberazione di un uomo, padre di famiglia e leader del movimento popolare anti Assad. Le autorità italiane brancolano ancora nel buio. La mia non è un’accusa, ma una constatazione. Rinnovo l’appello al Ministero degli Esteri perché il mistero sulla sparizione rischia di diventare sempre più fitto», ha affermato Ricucci. Una ricostruzione già emersa negli anni scorsi, ed ora rilanciata.

Falsi allarmi, notizie non confermate, e poi 5 anni di silenzio. «Continuiamo a sperare – ha affermato Francesca Dall’Oglio, sorella del gesuita – che si continui a lavorare perché si sappia la verità. Fa male il silenzio istituzionale sulle notizie confermate e smentite su mio fratello, anche se abbiamo avuto manifestazioni di vicinanza dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dall’ex premier, Paolo Gentiloni. La scomparsa di migliaia di persone in Siria deve essere una priorità sul tavolo delle trattative per il futuro della Siria».

Le iniziative di sensibilizzazione, per continuare nella ricerca della verità sulla sparizione mai rivendicata dai gruppi terroristici dell’Isis, continueranno in autunno. «Abbiamo organizzato il prossimo 6 ottobre – ha raccontato Elisa Marincola, portavoce dell’associazione Articolo 21 – una giornata nella città di Assisi per rilanciare la versione definitiva de La carta di Assisi, in occasione della giornata della pace».

«Dobbiamo stare lì dove si vogliono costruire muri», ha spiegato Padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli. «Padre Paolo affermava che il negazionismo non è una realtà di ieri. Ancora oggi, anche per bocca di alcuni rappresentanti delle istituzioni, si trasforma la solidarietà in crimine e si legittimano parole, pensieri e azioni razzisti nei cittadini. La profezia di Paolo ci invita oggi a destarci dal torpore civile che dimentica i conflitti e trasforma le vittime in parassiti».

Occorre, però, tenere fisso lo sguardo sulla realtà, senza dimenticare quanto il bene sia diffusivo. Lo ha detto padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger: «Ci tengo a sottolineare un piccolo “miracolo” raccontato dalla comunità di Deir Mar Musa. In questi 5 anni Paolo è stato “presente” perché la comunità ha continuato a mettere in pratica le sue parole e le sue azioni in zone di frontiera. Questo è un segno della vitalità e del messaggio che padre Paolo continua a seminare».

Emanuela Genovese, «Bisogna portare alla luce la verità su padre Paolo Dall’Oglio», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 12.

Anniversario 1/2 – Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze

charlie-gard, anniversario1

Fino al 4 agosto numerosi gli eventi promossi dalla Gard Foundation: rievocati pure Alfie Evans, Isaiah Haarstrup e Ines Afiri. Il governo «non è contrario» alla riforma delle norme sulla collaborazione tra parenti e medici

«Te ne sei andato ma il mondo non dimenticherà mai il bambino che ci ha fatto sentire tutti uniti». Così scrive su Twitter, in un messaggio commosso, la “Charlie Gard Foundation” dedicata al piccolo affetto dalla sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, morto un anno fa al Great Ormond Street Hospital di Londra dopo che ai suoi genitori era stata negata la possibilità di far curare il bambino all’estero.

Si tratta di una settimana significativa per “l’esercito di Charlie”, centinaia di sostenitori che, in tutto il mondo, hanno fatto il tifo per i genitori Connie e Chris mentre cercavano, disperatamente, attraverso i vari gradi di appello giudiziari britannici, di ottenere il diritto di sottrarre il figlio all’ospedale londinese Great Ormond Street Hospital, che lo teneva «in ostaggio». Si comincia oggi, primo anniversario della morte, e si arriverà a sabato 4 agosto, quando Charlie avrebbe compiuto due anni.

Ecco un altro tweet di Connie Yates, la mamma del bambino. Annuncia una veglia di preghiera, a lume di candela, a Bedfont Green, quartiere periferico occidentale di Londra, dove abita insieme al marito, per le 19.30 del 4 agosto. Chiede di partecipare e, se non è possibile, di accendere almeno una luce per il suo piccolo scomparso e di riempire di piccoli cuori blu, il simbolo della campagna di un anno fa, i messaggi di commemorazione su Twitter e Facebook.

Insieme a Charlie verrà ricordato anche Alfie, morto il 28 aprile scorso, per colpa di una malattia neurodegenerativa senza diagnosi e senza nome, ricoverato all’Alder Hey Children Hospital, che non ha voluto consentire ai genitori di trasportarlo all’estero. Tutto questo nonostante anche loro, come il papà e la mamma di Charlie, siano ricorsi in appello in tutti i gradi del sistema giudiziario.

Al centro della mobilitazione pure Isaiah Haarstrup, bambino di otto mesi, affetto da una grave paralisi cerebrale e non in grado di respirare autonomamente, al quale i medici del King’s College di Londra hanno voluto staccare la spina del respiratore, benché i genitori si opponessero.

E da ricordare, per gli attivisti, c’è anche Inés Afiri, soprannominata l’Alfie francese, quattordicenne morta giovedì 21 giugno a Nancy, dopo quaranta ore di agonia, con la polizia schierata in ospedale per impedire che i genitori fermassero la procedura di morte decisa da medici e giudici.

A difendere il diritto di Charlie di vivere e quello dei suoi genitori di farlo curare era stato anche il Papa, un anno fa, con un tweet, nel quale parlava di «impegno d’amore a combattere la malattia che Dio affida ad ogni uomo». Sullo stesso caso ci furono poi altre dichiarazioni di Francesco riferite dal direttore della Sala Stampa, Greg Burke, in cui il Papa auspicava che non fosse trascurato «il desiderio dei genitori di accompagnare e curare Charlie fino alla fine».

La tragedia dei genitori di Alfie Evans, Charlie Gard, Isaiah Haarstrup e Inés Afiri ha colpito milioni di cittadini britannici che non vogliono vedere altri mamme e papà soffrire inutilmente come loro.

Oggi una proposta di modifica della legge, sotto il nome di «Charlie’s law», vuole garantire i diritti dei genitori contro quello che è diventato lo strapotere dei medici e assicurare loro un secondo parere specialistico. Chris e Connie, papà e mamma di Charlie Gard, hanno lavorato per mesi insieme a degli specialisti per mettere a punto il nuovo decreto legge.

La Charlie’s law arriverà Westminster sotto la formula del “private member’s bill”, vale a dire la proposta di un parlamentare che non fa parte dell’esecutivo. Il governo sembra «intenzionato», per ora, ad approvare il provvedimento che ha il sostegno di politici, esperti autorevoli, di tante persone comuni e dei media.

A illustrarne i contenuti è Stephanie Roundsmith, portavoce della “Charlie Gard Foundation”, che ha collaborato con Chris Gard e Connie Yates alla stesura del testo: «I genitori di Charlie hanno lavorato duramente a questa nuova legge per evitare che altri papà e mamme si ritrovino nella loro situazione – spiega Roundsmith – collaborando con il governo britannico e con specialisti di etica e di diritto per costruire un consenso attorno alla sua approvazione». La nuova legislazione, precisa Roundsmith, «assicurerà innanzitutto a mamme e papà di bambini malati migliore accesso a comitati etici così da evitare che conflitti tra dottori e genitori raggiungano i tribunali. Inoltre renderà più facile avere un secondo parere medico e accedere alla consulenza legale. I tribunali non potranno più far prevalere il parere dei medici su quello dei genitori a meno che sia lesa la salute fisica e psicologica del bambino».

«È difficile quantificare quanti altri bambini si trovino nella stessa condizione di Alfie, Charlie, Isaiah e Ines», spiega la commentatrice cattolica britannica Caroline Farrow, «ma questi casi hanno spinto tanti altri genitori a testimoniare che la ventilazione è stata rimossa anche dai loro bambini malati e un pediatra che conosco sostiene che vi sia almeno un bambino alla settimana che muore così».

Silvia Guzzetti, «Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze. Verrà presentata la legge che dà più diritti ai genitori. L’appello di mamma Connie: ricordiamolo pregando», in “Avvenire”, sabato 28 luglio 2018, p. 12.

Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu

«Per non abituarci, nell’indifferenza, all’uccisione dei nostri figli più bisognosi». È il motivo per cui alcune località italiane si ritroveranno riunite, in memoria di Charlie Gard e di Alfie Evans. Un’ora di adorazione è già stata fatta, mercoledì sera, nella cappella dell’Adorazione perpetua, in via Farini, a Genova Sampierdarena, nella chiesa di Nostra Signora del Santissimo Sacramento. Sempre a Genova, in piazza De Ferrari, si è recitato il Rosario giovedì sera. Altri sono stati recitati in altre chiese della città e uno anche ieri sera, alle 21.30, alla Spezia, nella sede della Capitaneria di Porto.

«Basta alle uccisioni dei nostri figli più bisognosi». Così si leggeva sulle locandine che invitavano a ricordare i tre bambini, Charlie, Alfie, Isaiah e Inés ieri sera sul Molo Italia di La Spezia. Una Messa verrà invece celebrata oggi, nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo, a Bagnaia e anche la Chiesa Cristiana Evangelica di Monfalcone, in provincia di Gorizia, si unirà in preghiera alle 19. Il 25 agosto anche le cascate del Niagara, in Nord America, verranno illuminate di blu e viola in onore di questi bambini.

S.G., «Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 12.