Anniversario 5 – Paolo IV: Il ricordo – 6 agosto 1978 – 6 agosto 2018

Paolo VI

Il 6 agosto 1978 Paolo VI moriva alle 21.40 nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Una morte quasi improvvisa anche se papa Montini era da tempo sofferente. Nella residenza estiva sui Colli Albani era giunto il 1° agosto. Ad accoglierlo c’era anche l’allora vescovo di Albano, Gaetano Bonicelli, che nell’intervista che pubblichiamo ripercorre quei giorni. Terminava un pontificato di 15 anni durante il quale aveva portato a conclusione il Concilio Vaticano II e aveva guidato l’applicazione delle novità introdotte dall’assise ecumenica. Fu il primo Papa a viaggiare in aereo e a toccare tutti i continenti. Molti suoi scritti – encicliche, lettere apostoliche – conservano tuttora un’attualità straordinaria. È stato beatificato da papa Francesco il 19 ottobre 2014 e sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre.

«È stato un santo autentico: la sua dottrina e la sua condotta erano Vangelo trasparente» Il malore gli impedì l’ultimo incontro con i fedeli all’Angelus

Ha quasi novantaquattro anni, settanta di sacerdozio appena celebrati nella sua terra natale, Vilminore, oltre mille metri di quota al centro della bella Valle di Scalve. Nella sua vita ha conosciuto tre Papi santi («ma non mi è difficile sentirmi legato a tutti i Papi», «tra i pregi che riconosco della mia educazione bergamasca c’è la devozione al Santo Padre»): il conterraneo Giovanni XXIII (da vice assistente delle Acli); Paolo VI (quando dirigeva la pastorale degli italiani all’estero, poi da segretario aggiunto della Cei, quindi come direttore dell’Ufficio delle comunicazioni sociali, infine da ausiliare e poi vescovo di Albano); Giovanni Paolo II (che da Albano lo nominò ordinario militare per l’Italia e poi arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino).

A quarant’anni dalla morte di papa Montini, e alla vigilia della sua canonizzazione, parliamo con un testimone come monsignor Gaetano Bonicelli. I suoi primi contatti con il futuro Paolo VI avvennero proprio a Vilminore (dove villeggiavano carissimi amici bresciani di “don Gibiemme” e poi di “Monsignor Sostituto”); si rafforzarono con Montini arcivescovo di Milano che – attento al mondo del lavoro e delle Acli – lo coinvolse pure nella famosa Missione popolare del 1957 a Milano, e, proprio al Pontefice di Concesio, Bonicelli deve la sua nomina ad Albano. Qui trovano il baricentro i ricordi degli ultimi incontri dell’arcivescovo Bonicelli al tempo in cui era «vescovo di Albano e dunque di Castel Gandolfo». «Quando il Papa giunge a Castello il vescovo è tra i pochi invitati ad accoglierlo. Ed è sempre qualcosa di bello e di grande…», rammenta Bonicelli. E aggiunge: «In quel ’78 costellato di fatti ben noti, ci fu una novità. Il Papa non arrivò in elicottero come di solito. Preferì un viaggio in auto che gli consentì di fermarsi alle Frattocchie dove c’è il sepolcro del cardinale Giuseppe Pizzardo, già vescovo di Albano, ma soprattutto a lungo potente segretario di quella che allora si chiamava la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio».

Ce ne spiega il motivo?

«La sosta costituiva un gesto di riconoscenza verso chi, tanti anni prima, aveva voluto Montini in delicati servizi della Santa Sede. Ma fu al contempo esemplare per altri motivi relativi a vicende romane».

Quelle riguardanti Montini poco prima del suo trasferimento a Milano così simile ad un esilio?

«Sì. Montini, in Segreteria di Stato, a contatto quotidiano con il Pontefice, era considerato molto, forse troppo influente… La circostanza del cambio alla guida di Milano fu per Pizzardo l’occasione elegante per allontanare Montini dal Vaticano. Eppure Paolo VI, da santo qual era, nulla lasciò trapelare e lì alle Frattocchie, l’1 agosto 1978, gli rese omaggio. Qualcuno sussurrò trattarsi di una pacificazione… Per un caso singolare, non l’aveva mai fatto negli otto anni precedenti, da quando Pizzardo era stato seppellito lì. Però mi pare che quella sosta in un clima afoso diede pure un brutto colpo alla salute di Paolo VI».

Cioè?

«Non stava bene. Era davvero provato. In chiesa, mentre parlava alla gente, lui padrone assoluto del lessico, dei pensieri, aveva bisogno di un foglietto per raccapezzarsi. Stentava a parlare. E quando mi accolse nella sua macchina per salire a Castel Gandolfo, poco più di un chilometro, lo trovai tutto rosso in viso, pronto a chiedermi notizie sulla diocesi, in fase di cambiamento con centri come Aprilia e Pomezia un tempo borghi agricoli, ma ormai cittadine, pur rimandando ad un colloquio più disteso a palazzo. Due giorni dopo, il 3 agosto, al di là di ogni protocollo ricevette il neoeletto presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini».

Arriviamo al 6 agosto di quarant’anni fa. Lei era ad Albano?

«Come presidente della commissione migranti mi trovavo in Abruzzo per un grande raduno: Messa, discorsi… A tavola il vescovo emerito di Teramo mi disse che la mattina il Papa non aveva salutato i fedeli perché indisposto. Mi tornarono in mente le mie preoccupazioni di pochi giorni prima. Chiesi ammenda alle autorità presenti e con la mia Seicento corsi a casa, o meglio a Castel Gandolfo. Don Fiore, il parroco salesiano, teneva i rapporti con la superiora delle Suore di Maria Bambina addette alla Casa Pontificia. Le notizie arrivavano aggiornate dalla residenza ogni mezz’ora. Il Papa stava male. Alle 18 non c’era già più nulla da fare. Attorno alle 21.40 il Papa si spegneva. Spalancai le porte della chiesa e celebrai il primo suffragio mentre la gente, avvertita dalla radio e dalla televisione, continuava ad affluire. Non avrei mai pensato di diventare per alcune ore il vescovo più seguito dai media di tutto il mondo, facendo in quei momenti da tramite. Restai in piazza alcune ore a dire quel che sapevo alla gente».

E che cosa disse allora di Paolo VI?

«Quello che sento profondamente anche oggi. Non era un santo facile o popolare, ma un santo autentico: la sua dottrina e la sua condotta erano Vangelo trasparente. Ho letto bene i suoi discorsi al Concilio, le sue encicliche. Ma ora mi basta il suo capolavoro teologico e pastorale Evangelii nuntiandi: lucidità, fervore, passione. Coinvolge la vita spirituale e la responsabilità apostolica di tutto il popolo di Dio. Papa Francesco ha ragione a trovare in papa Montini motivi d’ispirazione anche per il suo pontificato».

Marco Roncalli, «Quegli ultimi giorni accanto a Paolo VI. L’arcivescovo Bonicelli ricorda il 6 agosto 1978 «Si preparò con un percorso di pacificazione», in “Avvenire”, domenica 5 agosto 2018, p. 17.

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Anniversario 4 – Don Giulio Penitenti: Il «piccolo operaio» dell’ecumenismo – 7 luglio 1978 – 7 luglio 2018

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Dal cardinale De Donatis l’«editto» per sollecitare la raccolta degli scritti del servo di Dio. La comunità da lui fondata alle porte di Roma ha anticipato il messaggio di unità del Concilio Vaticano II, diffondendosi anche all’estero

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di monsignor Giulio Penitenti, servo di Dio, pioniere in Italia del dialogo ecumenico e fondatore della Pia Società sacerdotale laicale “Casa dei Piccoli Operai”. Il sacerdote, nato a Sermide (diocesi di Mantova) il 10 gennaio gennaio 1912, si spense infatti a Roma il 7 luglio del 1978. E proprio il 2 luglio scorso il vicario di papa Francesco per la diocesi di Roma, il cardinale Angelo De Donatis, ha firmato un «editto» per sollecitare chiunque ne sia in possesso a consegnare alla postulazione della causa di beatificazione «qualsiasi scritto che abbia come autore il servo di Dio», ovvero «manoscritti, diari, lettere e ogni altra scrittura privata » di monsignor Penitenti, essendo già state raccolte tutte le sue opere pubblicate.

Penitenti entrò in Seminario nell’ottobre del 1924 e fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1936. Tra il 1942 e il 1943 fu valoroso cappellano militare in Russia. Nel giugno del 1944, a Roma, diede vita all’Associazione Michael, che fu poi chiamata Unitas, con un’omonima rivista. Nel 1945 lasciò l’iniziativa nelle mani di un esperto teologo per fondare, sempre a Roma, in via Matteo Boiardo, tra molte prove e difficoltà, la comunità “Casa dei Piccoli Operai” col fine di raccogliere anime «ardite e ardenti» che si consacrassero all’apostolato ecumenico. Nel 1946 don Penitenti venne nominato per i suoi meriti Canonico del Pantheon. Nel 1947 dovette trasferire la sede della sua piccola comunità a Pian Paradiso (Viterbo) e nel 1951 definitivamente a Riano (Roma), dove fu accolta dal cardinale Eugenio Tisserant, allora vescovo del luogo, che caldeggiò quel sogno ecumenico.

Il 13 dicembre dello stesso anno fu quindi eretta la Pia Società sacerdotale laicale, composta appunto da sacerdoti e da laici. Nel 1959 venne istituito il ramo associativo femminile. Oggi la comunità è composta dai Missionari ecumenici (religiosi-sacerdoti), dalle Oblate della Chiesa e Missionarie Ecumeniche (religiose), dai Michaleiti (laici consacrati) e dalle famiglie che seguono il carisma della comunità. La Casa madre è la Cittadella Ecumenica Taddeide, a Riano, diocesi di Porto-Santa Rufina. Monsignor Penitenti scelse il nome Taddeide in riferimento all’apostolo Giuda Taddeo, in quanto patrono dei casi impossibili e disperati. Sulla scia tracciata dal Concilio Vaticano II la sua opera si è diffusa in diverse zone d’Italia e anche all’estero: Spagna, Stati Uniti, Messico e Gerusalemme.

Nel testo del vicariato di Roma Penitenti viene descritto come «uomo e sacerdote di grande fede in Dio» che ha «favorito l’avvicinamento e il dialogo fra le diverse fedi cristiane perché sentiva viva l’esigenza dell’ecumenismo». Poi, la richiesta di contribuire alla raccolta dei documenti, «essendo andata aumentando, col passare degli anni, la sua fama di santità ed essendo stato formalmente richiesto di dare inizio alla causa di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio».

A 40 anni dalla scomparsa di questo sacerdote di razza – il cui motto di vita era Omnes unum in Christo – rimane ancora impressa nella memoria di molti la frase che amava ripetere a chi si accostava a lui per un consiglio spirituale: «Se potessi rinascere mille volte, mille volte rifarei il prete».

Filippo Rizzi, «Il “piccolo operaio” dell’ecumenismo. Moriva 40 anni fa don Penitenti, un pioniere del dialogo fra i cristiani, in “Avvenire”, martedì 31 luglio 2018, p. 19.

Anniversario 3 – Cardinal Ersilio Tonini – 28 luglio 2013 – 28 luglio 2018

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La sua è stata la lunga vita di un grande testimone, sempre dalla parte di chi fa più fatica: malati tossicomani, anziani. Sulla vita che ci aspetta diceva: sarà l’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile

Sono passati cinque anni da quel 28 luglio 2013 in cui il cardinale Ersilio Tonini moriva nella sua Ravenna, città di cui a lungo era stato vescovo. Aveva appena compiuto i 99 anni. La lunga vita di un grande testimone.

Era nato il 20 luglio 1914 in una cascina di Centovera di San Giorgio Piacentino, figlio di salariati agricoli. Suo padre, Cesare, capobifolco, è tra i fanti mandati sul Piave, nel maggio 1915. La madre, Celestina, trasmette ai figli una fede profonda in una terra come quella emiliana, in quegli anni visceralmente “rossa”. Questa madre torna costantemente nei ricordi di Tonini, anche nell’ultima vecchiaia, sempre vicina e presente, come un’ombra buona. Come una radice profonda. A chi gli chiedeva dove avesse imparato lo sguardo colmo di misericordia che aveva sugli uomini, il cardinale rispondeva: «Mia madre, il suo sguardo. Bisogna aver provato quell’amore radicale della vita, per comprendere che le tue mani, i tuoi occhi sono un bene che devi custodire».

In Seminario a 11 anni, ordinato nel 1937, dopo la guerra a lungo parroco a Salsomaggiore. Nominato vescovo da Paolo VI nel 1969, prima di Macerata e Tolentino, poi dal 1975 di Ravenna. Lo stesso Paolo VI, conoscendo la sua antica passione per il giornalismo, nel 1978 lo sceglie come presidente della Nei, la società editrice di Avvenire. Con il nostro quotidiano collaborerà intensamente. Negli anni ’90 Enzo Biagi lo invita alla trasmissione “I dieci comandamenti”: diventa un volto noto e caro al pubblico televisivo. Giovanni Paolo II lo crea cardinale nel 1994. Volendo cercare di riassumere in poche righe la lunga vita di Ersilio Tonini occorre citare queste date. Che sono poco, però, a fronte della vivezza del ricordo che chi lo ha conosciuto conserva di lui.

Piccolo di statura, magrissimo, la croce cardinalizia che sembrava più grande sul petto esile. Dietro gli occhiali, occhi chiari e acuti, ma buoni. Uomo coltissimo, profondo conoscitore della filosofia, innamorato di Platone e di Kant. Capace, a novant’anni, di lunghe citazioni in greco o in tedesco. Fine teologo, ogni mattina però voleva sulla sua scrivania Bild Zeitung, Le Monde e il Corriere. La sua passione per gli uomini lo portava a chinarsi sulle cronache dei giornali, a cogliere i segni della storia che avanza. (Fu tra i primi, tra l’altro, già alla fine degli anni ’80, a cogliere la portata della questione della procreazione assistita, della sfida etica che comportava).

La sua, di storia, coincideva con il Novecento. Aveva una formidabile memoria, e ricordava episodi degli anni Trenta come fossero accaduti ieri. Impressionava l’interlocutore, perché pareva di avere davanti la voce di un secolo: quando era nato lui, il papa era Pio X, e in Italia c’era il governo Salandra. Era già sacerdote, tre anni prima della Seconda guerra mondiale.

E come sapeva raccontare. Di quel soldato tedesco, per esempio, che si era confessato con lui, morente, e gli aveva messo nelle mani l’ultima lettera di una figlia bambina. Così che il giovane prete aveva capito che anche il nemico è un uomo, che è possibile abbracciarlo. Ma non una comprensione teorica: qualcosa, invece, di scritto nella carne.

Quando Tonini invitava a cena qualcuno, l’invitato sapeva che il menu sarebbe stato penitenziale – minestrina e insalata, sempre – ma che i racconti del cardinale lo avrebbero trascinato lontano. Sempre partendo da quel tempo remoto dell’Emilia anni Venti, degli anarchici, degli scioperi che lasciavano morire il bestiame nelle stalle – e, incombente, il fascismo. Eppure, con tutto ciò che nella sua vita aveva attraversato, Tonini aveva una fede assoluta nell’uomo, nella sua libertà: certo che era libertà di scegliere, alla fine, il bene. Anni e anni in confessionale a Salsomaggiore, anche tre o quattro ore al giorno a ascoltare peccati, non lo avevano distolto da questa certezza. Né dalla pratica della carità, intensa negli anni di Ravenna: assistenza ai tossicomani, agli anziani, ai malati ricevono forte impulso da Tonini.

Lucido fino a pochi mesi dalla morte, a chi lo interrogava su come avvertiva l’avvicinarsi di quel giorno rispondeva: «Oltre la morte, sarà bellissimo. Perché vedremo finalmente la nostra storia, tutta intera. Voglio dire: vedremo la storia di ciascuno di noi, dal suo vero principio, dall’istante in cui Dio ci ha concepito nei suoi pensieri. Perché ciascuno è stato pensato, progettato dall’inizio del tempo. È una prospettiva sterminata. È posare gli occhi sull’orizzonte infinito per cui sono stati fatti. Sarà, l’abbraccio di Cristo, una felicità ineguagliabile».

Marina Corradi, «Tonini, occhi di misericordia sull’uomo. “Noi oltre la morte? Sarà bellissimo”. Cinque anni fa, il 28 luglio 2013, la scomparsa del cardinale», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 19.

Anniversario 2 – Padre Paolo Dall’Oglio – 29 luglio 2013-29 luglio 2018

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Il gesuita Paolo Dall’Oglio è scomparso a Raqqa in Siria il 29 luglio del 2013: da allora non si hanno più notizie certe sulla sua sorte. A cinque anni dalla scomparsa, parenti e amici si confrontano sui dubbi e le voci. E spunta, per l’ennesima volta, la figura di un emiro del Daesh

Un mistico con l’urgenza del sociale. Così è stato definito padre Paolo Dall’Oglio, ieri durante una conferenza stampa dedicata al gesuita sparito alle ore 13 del 29 luglio 2013 a Raqqa. «Occorre tirare fuori dal cono dell’ombra la figura di Dall’Oglio », ha raccontato Amedeo Ricucci, autore di un’inchiesta che sarà in onda domani come “Speciale TG1”. «Nell’andare a Raqqa abbiamo appurato che Paolo ha incontrato nel quartiere generale del Daesh un emiro che ha gestito i prigionieri stranieri, Abd al-Rahman al Faysal Abu Faysal, e che successivamente ha sempre negato l’incontro con Paolo. Dall’Oglio era andato lì a chiedere la liberazione di un uomo, padre di famiglia e leader del movimento popolare anti Assad. Le autorità italiane brancolano ancora nel buio. La mia non è un’accusa, ma una constatazione. Rinnovo l’appello al Ministero degli Esteri perché il mistero sulla sparizione rischia di diventare sempre più fitto», ha affermato Ricucci. Una ricostruzione già emersa negli anni scorsi, ed ora rilanciata.

Falsi allarmi, notizie non confermate, e poi 5 anni di silenzio. «Continuiamo a sperare – ha affermato Francesca Dall’Oglio, sorella del gesuita – che si continui a lavorare perché si sappia la verità. Fa male il silenzio istituzionale sulle notizie confermate e smentite su mio fratello, anche se abbiamo avuto manifestazioni di vicinanza dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dall’ex premier, Paolo Gentiloni. La scomparsa di migliaia di persone in Siria deve essere una priorità sul tavolo delle trattative per il futuro della Siria».

Le iniziative di sensibilizzazione, per continuare nella ricerca della verità sulla sparizione mai rivendicata dai gruppi terroristici dell’Isis, continueranno in autunno. «Abbiamo organizzato il prossimo 6 ottobre – ha raccontato Elisa Marincola, portavoce dell’associazione Articolo 21 – una giornata nella città di Assisi per rilanciare la versione definitiva de La carta di Assisi, in occasione della giornata della pace».

«Dobbiamo stare lì dove si vogliono costruire muri», ha spiegato Padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli. «Padre Paolo affermava che il negazionismo non è una realtà di ieri. Ancora oggi, anche per bocca di alcuni rappresentanti delle istituzioni, si trasforma la solidarietà in crimine e si legittimano parole, pensieri e azioni razzisti nei cittadini. La profezia di Paolo ci invita oggi a destarci dal torpore civile che dimentica i conflitti e trasforma le vittime in parassiti».

Occorre, però, tenere fisso lo sguardo sulla realtà, senza dimenticare quanto il bene sia diffusivo. Lo ha detto padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger: «Ci tengo a sottolineare un piccolo “miracolo” raccontato dalla comunità di Deir Mar Musa. In questi 5 anni Paolo è stato “presente” perché la comunità ha continuato a mettere in pratica le sue parole e le sue azioni in zone di frontiera. Questo è un segno della vitalità e del messaggio che padre Paolo continua a seminare».

Emanuela Genovese, «Bisogna portare alla luce la verità su padre Paolo Dall’Oglio», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 12.

Anniversario 1/2 – Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze

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Fino al 4 agosto numerosi gli eventi promossi dalla Gard Foundation: rievocati pure Alfie Evans, Isaiah Haarstrup e Ines Afiri. Il governo «non è contrario» alla riforma delle norme sulla collaborazione tra parenti e medici

«Te ne sei andato ma il mondo non dimenticherà mai il bambino che ci ha fatto sentire tutti uniti». Così scrive su Twitter, in un messaggio commosso, la “Charlie Gard Foundation” dedicata al piccolo affetto dalla sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, morto un anno fa al Great Ormond Street Hospital di Londra dopo che ai suoi genitori era stata negata la possibilità di far curare il bambino all’estero.

Si tratta di una settimana significativa per “l’esercito di Charlie”, centinaia di sostenitori che, in tutto il mondo, hanno fatto il tifo per i genitori Connie e Chris mentre cercavano, disperatamente, attraverso i vari gradi di appello giudiziari britannici, di ottenere il diritto di sottrarre il figlio all’ospedale londinese Great Ormond Street Hospital, che lo teneva «in ostaggio». Si comincia oggi, primo anniversario della morte, e si arriverà a sabato 4 agosto, quando Charlie avrebbe compiuto due anni.

Ecco un altro tweet di Connie Yates, la mamma del bambino. Annuncia una veglia di preghiera, a lume di candela, a Bedfont Green, quartiere periferico occidentale di Londra, dove abita insieme al marito, per le 19.30 del 4 agosto. Chiede di partecipare e, se non è possibile, di accendere almeno una luce per il suo piccolo scomparso e di riempire di piccoli cuori blu, il simbolo della campagna di un anno fa, i messaggi di commemorazione su Twitter e Facebook.

Insieme a Charlie verrà ricordato anche Alfie, morto il 28 aprile scorso, per colpa di una malattia neurodegenerativa senza diagnosi e senza nome, ricoverato all’Alder Hey Children Hospital, che non ha voluto consentire ai genitori di trasportarlo all’estero. Tutto questo nonostante anche loro, come il papà e la mamma di Charlie, siano ricorsi in appello in tutti i gradi del sistema giudiziario.

Al centro della mobilitazione pure Isaiah Haarstrup, bambino di otto mesi, affetto da una grave paralisi cerebrale e non in grado di respirare autonomamente, al quale i medici del King’s College di Londra hanno voluto staccare la spina del respiratore, benché i genitori si opponessero.

E da ricordare, per gli attivisti, c’è anche Inés Afiri, soprannominata l’Alfie francese, quattordicenne morta giovedì 21 giugno a Nancy, dopo quaranta ore di agonia, con la polizia schierata in ospedale per impedire che i genitori fermassero la procedura di morte decisa da medici e giudici.

A difendere il diritto di Charlie di vivere e quello dei suoi genitori di farlo curare era stato anche il Papa, un anno fa, con un tweet, nel quale parlava di «impegno d’amore a combattere la malattia che Dio affida ad ogni uomo». Sullo stesso caso ci furono poi altre dichiarazioni di Francesco riferite dal direttore della Sala Stampa, Greg Burke, in cui il Papa auspicava che non fosse trascurato «il desiderio dei genitori di accompagnare e curare Charlie fino alla fine».

La tragedia dei genitori di Alfie Evans, Charlie Gard, Isaiah Haarstrup e Inés Afiri ha colpito milioni di cittadini britannici che non vogliono vedere altri mamme e papà soffrire inutilmente come loro.

Oggi una proposta di modifica della legge, sotto il nome di «Charlie’s law», vuole garantire i diritti dei genitori contro quello che è diventato lo strapotere dei medici e assicurare loro un secondo parere specialistico. Chris e Connie, papà e mamma di Charlie Gard, hanno lavorato per mesi insieme a degli specialisti per mettere a punto il nuovo decreto legge.

La Charlie’s law arriverà Westminster sotto la formula del “private member’s bill”, vale a dire la proposta di un parlamentare che non fa parte dell’esecutivo. Il governo sembra «intenzionato», per ora, ad approvare il provvedimento che ha il sostegno di politici, esperti autorevoli, di tante persone comuni e dei media.

A illustrarne i contenuti è Stephanie Roundsmith, portavoce della “Charlie Gard Foundation”, che ha collaborato con Chris Gard e Connie Yates alla stesura del testo: «I genitori di Charlie hanno lavorato duramente a questa nuova legge per evitare che altri papà e mamme si ritrovino nella loro situazione – spiega Roundsmith – collaborando con il governo britannico e con specialisti di etica e di diritto per costruire un consenso attorno alla sua approvazione». La nuova legislazione, precisa Roundsmith, «assicurerà innanzitutto a mamme e papà di bambini malati migliore accesso a comitati etici così da evitare che conflitti tra dottori e genitori raggiungano i tribunali. Inoltre renderà più facile avere un secondo parere medico e accedere alla consulenza legale. I tribunali non potranno più far prevalere il parere dei medici su quello dei genitori a meno che sia lesa la salute fisica e psicologica del bambino».

«È difficile quantificare quanti altri bambini si trovino nella stessa condizione di Alfie, Charlie, Isaiah e Ines», spiega la commentatrice cattolica britannica Caroline Farrow, «ma questi casi hanno spinto tanti altri genitori a testimoniare che la ventilazione è stata rimossa anche dai loro bambini malati e un pediatra che conosco sostiene che vi sia almeno un bambino alla settimana che muore così».

Silvia Guzzetti, «Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze. Verrà presentata la legge che dà più diritti ai genitori. L’appello di mamma Connie: ricordiamolo pregando», in “Avvenire”, sabato 28 luglio 2018, p. 12.

Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu

«Per non abituarci, nell’indifferenza, all’uccisione dei nostri figli più bisognosi». È il motivo per cui alcune località italiane si ritroveranno riunite, in memoria di Charlie Gard e di Alfie Evans. Un’ora di adorazione è già stata fatta, mercoledì sera, nella cappella dell’Adorazione perpetua, in via Farini, a Genova Sampierdarena, nella chiesa di Nostra Signora del Santissimo Sacramento. Sempre a Genova, in piazza De Ferrari, si è recitato il Rosario giovedì sera. Altri sono stati recitati in altre chiese della città e uno anche ieri sera, alle 21.30, alla Spezia, nella sede della Capitaneria di Porto.

«Basta alle uccisioni dei nostri figli più bisognosi». Così si leggeva sulle locandine che invitavano a ricordare i tre bambini, Charlie, Alfie, Isaiah e Inés ieri sera sul Molo Italia di La Spezia. Una Messa verrà invece celebrata oggi, nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo, a Bagnaia e anche la Chiesa Cristiana Evangelica di Monfalcone, in provincia di Gorizia, si unirà in preghiera alle 19. Il 25 agosto anche le cascate del Niagara, in Nord America, verranno illuminate di blu e viola in onore di questi bambini.

S.G., «Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 12.

Anniversario 1/1 – Charlie tra le braccia del Padre – 29 luglio 2017-29 luglio 2018

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La drammatica fine della vicenda del piccolo Charlie Gard, pur se annunciata da tempo, è stata accolta con sgomento. Di fronte a vicende, come questa, l’atteggiamento più giusto è quello della preghiera e della riflessione.

Preghiera per il piccolo Charlie, ma soprattutto per i suoi amorevoli e ammirabili genitori. Preghiera anche per coloro, medici e giudici, che, invece di cercare di aiutare a vivere il problema di Charlie, hanno pensato e deciso di risolverlo nel modo più comodo e brutale: eliminandolo. Preghiera come argine a una mentalità e prassi “favor mortis”.
La vicenda del piccolo Charlie rattrista il cuore e interpella la coscienza. La sacralità della vita è stata profanata. La malattia e la sofferenza sono state utilizzate come scusa per deciderne la morte. L’amore e la volontà dei genitori disattesi e umiliati.

La scienza medica ha preteso riscrivere la morale, avallata dalla magistratura; una morale ipocrita perseguita con il dichiarato fine di “fare il bene del piccolo Charlie”! Una morale che mette i brividi, perché può essere adottata per “risolvere” tanti altri casi di vite come quella di Charlie.

Se il bene dell’uomo di fronte alla malattia grave e al dolore è la morte decretata e imposta, se l’amore e la volontà di chi è il primo responsabile delle persone in grave difficoltà è considerata niente, c’è di che preoccuparsi e temere.

Povera umanità che deve subire l’ultimo oltraggio di essere considerata “scarto” da eliminare da chi dovrebbe seguirla, curarla e difenderla!

Pubblicato il 29 luglio 2017. Sulla vicenda del piccolo Charlie Gard si veda il Dossier: Charlie Gard nel mio blog.