Anniversario 6/4 – Giovanni Paolo I il Papa profetico – Un pontificato breve ma che ha impresso una svolta

Giovanni Paolo I2

«Solidarietà: siamo un’unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso. Se non vogliamo andare incontro a gravi dissesti, la regola è questa: tutti per uno, uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide». Con gli occhi della fede leggeva il mondo con sguardo profetico, Albino Luciani, il pastore mite che il 26 Agosto 1978 fu eletto Papa. Quarant’anni sono passati da quella designazione per molti aspetti storica: fu un conclave tra i più brevi, seguito in mondovisione. Il primo al quale non parteciparono con diritto di voto i cardinali ultraottantenni. E quando le porte si aprirono, la mano di Dio s’era già posata sull’uomo che entrando tra le Sacre Mura confidava alla sorella: «Difficile trovare una persona adatta ad andare incontro a tanti problemi, che sono croci pesantissime. Per fortuna io sono fuori pericolo». Invece toccò proprio a lui, prescelto con una vasta convergenza: nel patriarca di Venezia i porporati avevano trovato un padre nutrito di umana sapienza e forti virtù evangeliche, esperto delle ferite dell’uomo e delle esigenze dell’immensa moltitudine degli emarginati.

Il suo pontificato durò poco, ma bastò per imprimere una svolta. Nel primo messaggio in latino, italiano e francese, dopo l’accenno all’eredità del Concilio, dichiarò di voler «conservare intatta la grande disciplina della Chiesa». Così applicò al suo ruolo il ritorno all’essenziale: rifiutò trono, sedia gestatoria e il pluralis maiestatis. Dopo il rito di inaugurazione del suo ministero, scese da solo sulla tomba di san Pietro e vi restò in ginocchio per dieci minuti.

Trasformò le udienze del mercoledì in lezioni di catechismo. Troppo, per la grande stampa che per questo prese a dubitare della sua effettiva capacità di guidare la Chiesa. Critiche spesso prevenute, che non lo cambiarono: nella natìa e piccolissima Canale d’Agordo aveva respirato la vitalità culturale ed ecclesiale di una terra che – caso unico al mondo – aveva visto partecipare al Concilio Vaticano II ben tre sacerdoti.

Un minuscolo mondo rurale ed operaio, segnato dal sacrificio del lavoro, dall’emigrazione ed alla ricerca costante di riscatto sociale, in cui la religione era tessuto connettivo di integrazione. Qui il successore di Pietro maturò la sensibilità cristiana, l’apertura culturale, l’intelligenza pastorale e sociale di cui diede saggio anche nel corso del breve servizio petrino, a iniziare dalla scelta di un nome, Giovanni Paolo I, dal chiaro contenuto programmatico. E le sue uniche quattro udienze generali furono caratterizzate da temi particolari: la prima fu dedicata all’umiltà. La seconda alla fede, e in quella occasione Giovanni Paolo I recitò una poesia di Trilussa. La terza alla speranza, col richiamo a san Tommaso d’Aquino. Nella quarta e ultima udienza parlò della carità.

Lo trovarono senza vita, nel suo appartamento privato, la mattina del 29 settembre 1978, dopo 33 giorni di pontificato.

Un tempo breve, ma sufficiente a tantissimi per imparare ad apprezzarlo. «Mentre ringraziamo Dio per averlo donato alla Chiesa e al mondo – disse di lui papa Benedetto XVI – facciamo tesoro del suo esempio, impegnandoci a coltivare la sua stessa umiltà, che lo rese capace di parlare a tutti, specialmente ai piccoli e ai cosiddetti lontani».

Vincenzo Bertolone (Arcivescovo di Catanzaro-Squillace), «Giovanni Paolo I il Papa profetico. Un pontificato breve ma che ha impresso una svolta», in “Avvenire”, domenica 26 agosto 2018, p. 2.

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Anniversario 6/3 – Papa Luciani e il suo parlare semplice

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Nel 1965, il futuro Giovanni Paolo I, allora vescovo di Vittorio Veneto, trovandosi a dover spiegare la “grazia attuale” ai suoi preti, con rara efficacia descrittiva paragonava il desiderio di Dio con il desiderio di avere una automobile, procedendo con quella che in retorica si chiamerebbe “definizione per comparazione” ma che nel suo vocabolario è disarmante quotidianità; la stessa che in un passo più avanti, nel ricordare la necessità del raccoglimento, gli fa dire: «Silenzio con gli uomini. Macbeth diceva: “Ho ucciso il sonno”. Mi pare che abbiamo ucciso il sonno anche qui, con tutto questo fracasso, con tutti questi rumori. Si stenta ad avere un po’ di quiete. Andando a Lourdes alla stazione di Milano ho visto una cosa strana. Sapete che fracasso lì, quanti fischi, quanti treni. Sono trentotto binari m’han detto, alla stazione centrale. Ebbene c’era un facchino che s’era messo un sacco sotto la testa: era lì disteso […]. Come faceva a dormire? Aveva fatto la sua zona di silenzio».

Non è che un accenno, questo, di quell’agio che Albino Luciani aveva a correlare la fede al mondo a piegare tutto al sermo humilis. Macbeth ai facchini. E non solo Macbeth ai facchini. Questo brano appartiene alla raccolta attualmente edita degli scritti, un migliaio circa, che comprendono omelie, discorsi, lettere, udienze, articoli, interventi, saggi, tra i quali Catechetica in briciole, pubblicato nel 1949, e la fortunata silloge di quaranta epistole immaginarie, Illustrissimi, data alle stampe nel 1976. In questi scritti, dagli anni Quaranta fino alle ultime relative alle udienze pontificie, è mantenuto pressoché invariato il medesimo registro. E si resta sorpresi di fronte al disinvolto quanto inusuale piegarsi di citazioni scritturali e patristiche alle voci vive e idiomatiche dei personaggi delle commedie goldoniane o di Molière, o quelle ancora dei dottori della Chiesa ai personaggi di Rabelais, di Cervantes. Così la voce di san Tommaso d’Aquino si trova unita a quella di Pantagruel, quella di sant’Agostino a Sancio Panza o quella di san Francesco di Sales a Pinocchio, accanto ad un affollato caleidoscopio di personaggi storici, pittori, scultori, registi, giornalisti, poeti ed autori di ogni epoca, della letteratura classica latina e greca, di quella italiana – da Dante a Manzoni, da Trilussa a Pasolini e Buzzati –, di quella tedesca, castigliana, francese, russa, con i grandi scrittori da Gogol a Pasternak, di quella angloamericana con Scott, Twain, Shaw, Dickens, Chesterton.

Un interattivo mescolarsi di umile e sublime, sacro e profano, tanto naturaliter da far sì che il lettore quasi non s’accorga dell’inaspettata teologia fatta a base di code e di schiene di elefante tratte dalle Favole di Tolstoj, come nella lettera a Gioachino Belli in Illustrissimi, o del disinvolto incedere di san Bernardino da Siena a braccetto con la scrittrice statunitense Willa Cather e il suo romanzo Shadows on the Rock, del quale Luciani, alla ricerca del suo mot-juste, occhieggiava l’incipit in un articolo sul giornale diocesano già nel 1943. E il solo fatto che Cather, scomparsa nel 1947, divenne nota oltre le frontiere statunitensi solo più tardi, non può che far riflettere sul suo guardare oltre e lontano, portando inevitabilmente a riconsiderare anche il nucleo originario della sua formazione, che oscurato da stantii cliché è stato relegato a quello di un modesto prete di montagna. Il dato infatti rivela un interesse precoce non solo verso la narrativa, in particolare angloamericana, ma anche come Luciani raggiunse presto un ampio respiro culturale svelando una natura da enfant prodige.

Il vasto repertorio di studi umanistici, letterari e artistici, uniti alla competenza nelle discipline acquisite nella tradizionale formazione ecclesiastica, dimostrano poi, oltre la forte capacità speculativa di analisi e di sintesi, anche lo spiccato senso di rielaborazione dei termini incontrati nelle sue vaste letture e dunque l’assoluta singolarità del suo codice gestuale e linguistico sgorgante da una cultura vastissima e versatile. Jean Guitton, il filosofo caro a Paolo VI, l’indomani della salita al soglio di Pietro di Luciani, su Le Figaro, il 28 agosto 1978, rilevando nel nuovo Pontefice il carattere dello scrittore aveva puntato l’attenzione sulla centralità del linguaggio e sulla scelta di un linguaggio comprensibile e leggibile come frutto di elaborazione e di arte: «Ascoltando in piazza San Pietro il primo Angelus di Giovanni Paolo I ho ritrovato l’arte dell’omelia, quella che i padri greci definivano arte di conversare semplicemente con gli uomini».

La selezione degli autori dialettali, il consistente numero di autori della narrativa angloamericana, dei personaggi dei romanzi e di Dante, sono del resto indicativi anche di precise scelte linguistiche, delle quali la scelta della colloquialità è la prima. “Conversare” è infatti la cifra distintiva non solo di Illustrissimi, come Luciani indica nella lettera dell’epistolario immaginario indirizzata a Giochino Belli, è la prima delle linee programmatiche del suo linguaggio: una forma colloquiale «senza predicozzi, senza pose, senza parole scelte o altisonanti», senza “conciossiacosaché”. A questo allude nella parte conclusiva della lettera a Belli in cui indica chiaramente la strada piana della parola parlata: «Quanto meglio se, almeno in conversazione, al posto delle difficili parole, usassimo parole semplici e facili, magari prese a prestito dalle favole di Tolstoj o dai vostri sonetti». In sintesi, la forma dell’accessibilità, perché la conversazione consente l’accessibilità, come ribadisce nella lettera a Bernardino da Siena, che raccomanda: «Parla chiarozzo acciò che chi ode, ne vada contento e illuminato, e non imbarbagliato». La parola chiara, che apre e illumina è pertanto il secondo elemento cardine della linguistica lucianea. I canoni fondanti di chiarezza e semplicità della lingua, il primato della parola nel suo statuto comunicativo e relazionale, costituiscono così le coordinate portanti del suo sermo e un richiamo costante nei suoi scritti, perché la colloquialità, l’accessibilità e la chiarezza sono, in definitiva, le condizioni stesse che consentono di andare incontro agli uomini. Nella lettera immaginaria al musico Casella egli dichiara piena adesione a Dante. Anzi: Dante diventa paradigma perché Dante «è andato incontro al mondo, ha accolto tutte le lingue», la sua Commedia è scritta in lingua corrente, quindi per Luciani, Dante è attuale, fin tanto da affermare: «Dante è con il Concilio».

E come per Dante, anche per Luciani non è questione di stile, è questione di sermo humilis, cioè di universalità, e dunque, al contempo, di perenne contemporaneità, di immersione nel divenire del mondo. Universalità che trova espresso fondamento nella valenza teologica espressa da sant’Agostino, suo referente e maestro per eccellenza del sermo humilis. Nel De praedestinatione sanctorum Agostino condensa il significato del sermo humilis in due termini: utilia et apta. Con utilia intende il rispetto e l’amore che si devono a Dio e alla Parola di Dio, con apta il rispetto e l’amore che si devono all’uomo. Secondo Agostino, pertanto, la verità deve essere posta “con delicatezza”, suaviter, perché si deve adeguare sia alla natura stessa della verità, che è «amorosa e soave salvezza», sia tanto più alle possibilità di ricezione dell’uditore perché questi la possa ricevere. È in questa prospettiva che s’intesse la predicazione di Luciani e il suaviter diviene significativamente ricorrente negli scritti come nel parlato proprio in quanto riflesso dell’animus stesso dell’autore nei confronti dei suoi interlocutori, come disposizione verso di essi. Da qui dunque le ragioni ultime del suo linguaggio che abbraccia ed è comprensivo del mondo e degli uomini, che è con essi dialogante e da essi è comprensibile; comprensivo e comprensibile, utilia et apta, perché sermo humilis è anche carita se lieta novella nell’accezione agostiniana.

Sulla deliberata scelta teologica di quel sermo humilis canonizzato da sant’Agostino, s’intessono così anche le quattro udienze generali sull’umiltà, la fede, la speranza e la carità tenute durante il pontificato. E restano un esempio attuale e preclaro di quanto possa essere efficace, alla luce del Vangelo, un’oralità che sappia coniugare con semplicità nova et vetera in felice e geniale sintesi.

E se il suo modello per eccellenza, Francesco di Sales, proclamato dottore della Chiesa perché è stato «le veritable refomater de la scher cretienne », il vero riformatore dell’insegnamento cristiano in quanto «universis Christis fidelibus iter ad eum facile commonstravit» ha mostrato facile, come accessibile a tutti la via verso Cristo, è in questo solco che va riconsiderato lo spessore del suo insegnamento. Solco nel quale certamente Giovanni Paolo I si staglia come erede di una conciliazione di cristianità e umanesimo che abbraccia la funzione del Papa, come egli stesso afferma nel suo radiomessaggio Urbi et orbi del 27 agosto del 1978 citando Ignazio d’Antiochia: «La funzione del Papa è quella che presiede alla carità universale, operando sempre per la reciproca conoscenza, da uomini a uomini». Ed è proprio sul filo diretto della valenza agostiniana del sermo humilis che Giovanni Paolo I si ricongiunge al presente.

Stefania Falasca, «Luciani e il suo parlare semplice. Nelle omelie e negli scritti univa cultura e i fatti della quotidianità», in “Avvenire”, domenica 26 agosto 2018, p. 18.

Anniversario 6/2 – Giovanni Paolo I (Papa Luciani)

Giovanni Paolo I2

Il 26 agosto di quarant’anni fa l’allora patriarca di Venezia, Albino Luciani, veniva eletto Papa nel secondo giorno del Conclave convocato dopo la morte di Paolo VI avvenuta il 6 agosto a Castel Gandolfo. Accettando la sua elezione, Albino Luciani dirà di voler assumere il nome di Giovanni Paolo, in omaggio – spiegherà all’indomani all’Angelus – ai suoi due immediati predecessori: Giovanni XXIII, che lo volle vescovo, e Paolo VI che lo creò cardinale e, raccontò lo stesso Giovanni Paolo I ai fedeli che, in occasione della visita del Papa a Venezia «m’ha fatto diventare tutto rosso davanti a 20mila persone, perché s’è levata la stola e me l’ha messa sulle spalle, io non son mai diventato così rosso». E Luciani conclude dicendo che «io non ho né la “sapientia cordis” di papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere».

Il nuovo Papa non ha ancora compiuto 66 anni (li avrebbe fatti il 17 ottobre 1978) e il suo stile semplice e cordiale conquista subito i fedeli. Uno stile che a Vittorio Veneto e a Venezia avevano già avuto modo di apprezzare.

Durante il suo breve pontificato (finito con la sua morte improvvisa il 28 settembre dopo soli 33 giorni) Giovanni Paolo I reciterà con i fedeli cinque Angelus e terrà quattro udienze generali.

Morirà stroncato da un infarto nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978.

Da “Avvenire”, domenica 26 agosto 2018, p. 18.

Anniversario 6/1 – Giovanni Paolo I (Papa Luciani)

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CRONOLOGIA

26 AGOSTO 1978
Eletto Papa nel Conclave
Apertosi nel pomeriggio del 25 agosto, il Conclave non si preannuncia veloce. Invece i cardinali riuniti nella Cappella Sistina in sole quattro votazioni riescono a individuare il nuovo Papa nella persona di Albino Luciani, patriarca di Venezia. Assumerà il nome di Giovanni Paolo I.

27 AGOSTO 1978
Il suo primo Angelus
«Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere». Sono le prime parole che Giovanni Paolo I rivolge ai fedeli dopo la sua elezione, di cui ricorda i momenti principali.

3 SETTEMBRE 1978
Messa di inizio pontificato
Nessuna incoronazione, ma una solenne Messa di inizio del pontificato. Così vuole presentarsi ufficialmente al mondo Giovanni Paolo I. Nell’omelia parlerà in latino, italiano e francese.

6 SETTEMBRE 1978
La prima udienza generale
Saranno in tutto quattro le udienze generali durante le quali affronterà il tema delle virtù teologali (fede, speranza e carità).

23 SETTEMBRE 1978
Possesso in Laterano
Il Papa è anche vescovo di Roma e come tale prende possesso della cattedra romana in San Giovanni in Laterano. Ad accoglierlo il vicario per Roma Ugo Poletti.

28 SETTEMBRE 1978
Muore improvvisamente
Dopo soli 33 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I muore per un infarto a 65 anni.

Da “Avvenire”, domenica 26 agosto 2018, p. 18.

Anniversario 5/2 – Il ritratto: Magistero di grande spessore evangelico e umano

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Il 6 agosto 1978, quarant’anni or sono, nella residenza estiva dei Pontefici Romani, a Castel Gandolfo, si spegneva Paolo VI, dopo quindici anni di ministero quale Vescovo di Roma. Paolo VI fu il diligente e saggio riformatore di tutto l’apparato ecclesiale, cominciando dalla riforma liturgica e di tutti i riti dei Sacramenti, ponendoli alla luce della Parola di Dio; della riforma della vita delle diocesi e delle parrocchie, con sapiente inserimento degli organismi di partecipazione (Consigli presbiterali e Consigli pastorali) e nell’auspicio di una pastorale di comunione a tutti i livelli.

Ripristinò nella Chiesa latina il diaconato permanente. Ristrutturò, semplificò e diede una caratteristica di universalità alla Curia Romana. Riformò la modalità dell’elezione del Vescovo di Roma. Volle che gli ambienti dei Palazzi Apostolici venissero arredati nella sobrietà, sia pur valorizzando le opere degli artisti anche contemporanei. Fu il primo Papa a visitare le Chiese particolari sparse nel mondo con una duplice attenzione per il dialogo ecumenico ed inter-religioso e per gli ultimi. Fu il primo Papa che andò pellegrino in Terra Santa. Fu il primo Papa alle Nazioni Unite, dove chiese al mondo un impegno per i Paesi in via di sviluppo, il disarmo, la lotta alla fame e la cessazione dei conflitti ed un concreto adoperarsi per un umanesimo planetario, capace di edificare l’unica vera civiltà degna dell’uomo: la civiltà dell’amore.

Volle significare attenzione per i popoli nomadi, per gli operai, gli orfani, i carcerati, gli sfruttati. Consapevole che la persona umana non può occuparsi solo delle cose materiali, si adoperò perché attraverso un’autentica vita spirituale la persona sapesse essere degna della sua identità di «immagine e somiglianza» con Dio. Per questo indisse l’Anno Santo e l’Anno della fede, oltre a partecipare ai Congressi eucaristici nazionali, iniziando con quello di Pisa, e a quelli internazionali come a Bogotà (in Colombia), dove denunciò le discriminazioni ai campesinos e prima ancora in India a Bombay, dove incoraggiò l’opera di Madre Teresa. Non si sottrasse per la liberazione e la salvezza di Aldo Moro, sequestrato e giustiziato poi dalle Brigate Rosse.

Dopo i funerali di Moro, Paolo VI, già prostrato per le sofferenze fisiche provocate dall’artrosi e da quelle spirituali per situazioni di contestazione anche nella Chiesa, con il caso Lefebvre, con l’Isolotto di Firenze, con alcuni vescovi contrari all’Humane vitae, con i cattolici per il divorzio in Italia, con le problematiche che attraversa la Compagnia di Gesù per la quale dovette nominare un suo delegato nella persona di padre Paolo Dezza, con il caso dell’abate Giovanni Franzoni di San Paolo fuori le Mura, con la scelta marxista di certi circoli della Fuci, sentì tutto il dramma della croce pontificale.

Il suo magistero fu sempre di grande spessore evangelico, cattolico e umano. Certo papa Montini non si sentì mai abbandonato dal suo Signore. Anche nell’omelia per Moro espresse la sua sofferenza e il suo desiderio, ma non perse la speranza. In quell’ultimo soggiorno a Castel Gandolfo Paolo VI portò «il peso delle chiavi», sapendo di essere stato un buon cireneo.

Le sue ultime ore, al tramonto della festa della Trasfigurazione, dopo aver ricevuto l’Unzione dei malati e l’Eucaristia, quale viatico dalle mani del fedele e discreto segretario, don Macchi, furono un colloquio intimo tra lui ed il suo Signore, con il ripetersi continuo della preghiera del Padre Nostro.

Il presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, che si recò a Castel Gandolfo, come ricordava monsignor Pasquale Macchi, disse: «Abbiamo perso un Papa che aveva capito i drammi della modernità e un vero artigiano del dialogo e della pace».

Ettore Malnati, «Magistero di grande spessore evangelico e umano», in “Avvenire”, domenica 5 agosto 2018, p. 16.