Ambiente/4 – Amazzonia peruviana. La lotta di padre Mario: «Basta deforestazione»

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«Ti fanno arrivare il messaggio per vie traverse. Qualcuno ti dice di stare attento, di non correre rischi. Per fortuna sono abituato alle minacce…». Padre Mario Bartolini cerca di sdrammatizzare. Eppure, la situazione a Barranquita, nell’Amazzonia peruviana, è tesa. La lettera aperta contro i “giganti” dell’olio di palma ha toccato un nervo scoperto. Il documento, scritto a giugno dalle 14 comunità indigene e contadine che il religioso passionista accompagna da oltre trent’anni, denuncia la “conquista” della valle del Huallaga da parte delle multinazionali che hanno devastato la foresta per far spazio alla palma africana. Le coltivazioni in Perù si estendono per 85mila ettari, concentrati nelle province di Papalaya, Ucayali, Huánuco, Loreto e San Martín, dove si trova Barranquita. Prima del 2000, quando è iniziato il boom dell’olio di palma, oltre la metà dei campi erano boschi.

Solo tra il 2006 e il 2011, secondo la Defensoria del pueblo (Difensore civico), a Loreto e San Martín sono stati deforestati quasi 7mila ettari. Entro il 2019, inoltre, le imprese del settore hanno annunciato l’intenzione di triplicare la superficie di produzione, portandola a 250mila ettari.

«In teoria, le coltivazioni di palma sarebbero dovute nascere su terreno già destinato ad uso agricolo non nelle aree protette e nelle terre indigene. Così, però, non è stato, a causa della complicità delle autorità. Il risultato (proprio come accade nella vicina Amazzonia brasiliana, ndr) è un disastro ambientale. I corsi d’acqua sono scomparsi, insieme a centinaia di ettari di paludi. Tantissimi fiumi sono avvelenati dai pesticidi che le imprese spargono con gli aerei», racconta padre Mario, da sempre in prima linea per la difesa dei popoli amazzonici. Impegno che gli è costato, tra 2009 e 2010, un processo per sedizione – salvo poi il pieno proscioglimento da ogni accusa – e un misterioso sabotaggio alla sua auto a cui erano stati manomessi i freni.

Ora, dall’ultima denuncia, è cominciata un’altra ondata di intimidazioni. «Sperano di zittirmi ma sbagliano. È in gioco la vita di donne, uomini, bambini. Ci avevano promesso che con la palma sarebbe arrivato il “benessere”. Di sicuro quello delle imprese, non delle comunità. In 18 anni, la malnutrizione infantile è schizzata al 40%».

Lucia Capuzzi, «Amazzonia peruviana. La lotta di padre Mario: “Basta deforestazione”», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 13.

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Ambiente 3 – Il paradosso delle tasse ambientali in Italia: io inquino, tu paghi e lo Stato incassa (per fare altro)

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Ieri ha avuto un certo risalto, sui grandi media (La Repubblica a pag. 4, Oscar Giannino su Radio 24), l’esito di un rapporto dal titolo “Chi inquina paga? Tasse ambientali e sussidi dannosi per l’ambiente. Ipotesi di riforma alla luce dei costi esterni delle attività economiche in Italia”, appena diffuso dall’UVI, l’Ufficio di Valutazione Impatto del Senato. Il curatore dello studio è Andrea Molocchi, economista del Ministero dell’Ambiente ed ex socio dell’ECBA Project, a cui Greenews.info, in questi anni, ha dato spazio in numerose occasioni. Perché il tema di cui parla Molocchi non è una questione ambientale qualsiasi, ma – non mi stancherò mai di ripeterlo – la chiave di volta per l’affermazione stessa della green economy: la riforma della fiscalità ambientale. Tanto che già nel 2013 decidemmo di dedicarle un hashtag e una serie di pungenti approfondimenti, dal titolo “Evasori ambientali” – che tornano di estrema attualità.

Dall’analisi dei dati emerge infatti che, nel solo 2013 (ultimi dati disponibili), lo Stato italiano ha incassato 53.1 miliardi di euro da tasse riconducibili a intestazioni “ambientali”: accise sui prodotti energetici, imposte sui veicoli, tasse sul rumore e sull’inquinamento e sulle risorse naturali. Ma il punto è chi le ha pagate? E dove sono finite?

Le famiglie italiane, che con riscaldamento domestico ecc. inquinano l’atmosfera e l’ambiente acustico (i soli due ambiti per il momento analizzati) per 16.6 miliardi, ne hanno versati, in realtà, 28.2! Mentre le imprese, che impattano complessivamente per 33.6 miliardi di “esternalità”, ne hanno versati 24.8. E l’agricoltura, responsabile (soprattutto nelle sue forme “convenzionali”) di danni per 10.9 miliardi, paga in imposte la miseria di 750 milioni di euro – oltre a ricevere lauti finanziamenti dalla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea. Una sperequazione enorme, tanto più se si tiene presente che il principio chi inquina deve pagare è stato formalmente inserito nei Trattati europei già nel 1986.

Come recita un vecchio proverbio piemontese, qui è l’ospedale che mantiene la chiesa! O per dirla scherzosamente (anche se c’è poco da ridere) alla lombarda: la sciura Maria paga il 70% in più del dovuto, il cummenda il 26% in meno e il furbo contadino si porta a casa ben il 93% di sconto fiscale.

Entrando nel dettaglio di ciascun settore l’analisi rivela poi ulteriori ingiustizie: nell’ambito dell‘industria, ad esempio, quindici settori produttivi ne “mantengono” altri quattro ambientalmente parassitari: 1) quello del coke e raffinazione (niente meno!); 2) cemento, ceramica e vetro; 3) metallurgia; 4) industria della carta. Mentre le costruzioni, il commercio, il trasporto terrestre e il settore alberghiero, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, versano più del danno che arrecano (sempre limitatamente all’inquinamento in atmosfera e da rumore) e la farmaceutica “paga il giusto”.

Ma il grande problema, al di là della ripartizione del carico, è che solo l’1% di queste tasse definite impropriamente “ambientali” va a sostenere progetti di miglioramento ecologico del Paese! È pur vero, come ricorda Oscar Giannino, che non si tratta, se non in minima parte, di “tasse di scopo” con una precisa destinazione d’impiego, ma che il 99% del gettito vada a tappare buchi di vario genere – dalle missioni internazionali di pace, ai danni da terremoto, alle continue “emergenze” della finanza pubblica – è francamente inaccettabile. Così come il fatto che 16,2 miliardi dei 53 totali, vadano paradossalmente a finire in sussidi ambientalmente dannosi a settori come il trasporto aereo, il trasporto marittimo, la raffinazione e altri.

Lo studio dell’UVI non si limita però a denunciare le storture del sistema, propone anche delle soluzioni per riformarlo, in base alla conclusione che “in Italia ci sono ampi margini per migliorare la qualità delle imposte ambientali, attraverso la valutazione dei costi esterni ambientali e un’equa applicazione del principio chi inquina paga“. Secondo il curatore si potrebbe, ad esempio, tassare i chilometri effettivamente percorsi dai mezzi di trasporto e non la potenza nominale (i “cavalli fiscali”), eliminare quei sussidi assurdi come l’esenzione dall’accisa per il combustibile del settore aereo e marittimo e correggere le distorsioni delle agevolazioni IVA (quelle, si legge nel report, che “si verificano quando l’agevolazione è riconosciuta a prodotti che hanno elevate esternalità, come l’elettricità e il gas, in quanto i costi ambientali per la collettività della loro produzione erodono gli eventuali benefici dell’agevolazione”).

Tutto questo – è bene ribadirlo – senza che si debba ulteriormente aumentare, per cittadini e imprese, un carico fiscale già oggi insostenibile. Come chiariscono infatti le Osservazioni conclusive: “Se accompagnata dalla parallela riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro, la riforma della fiscalità ambientale potrebbe avvenire senza incidere sulla pressione fiscale complessiva. Inoltre, essa consentirebbe di finanziare anche un piano di interventi green (infrastrutturali e di sostegno alla green economy) che coniughi gli obiettivi di rilancio dell’economia con l’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”. Una soluzione per nulla utopica, ma decisamente win win per tutti – tranne che per i fortunati inquinatori di oggi, che mantengono astutamente il silenzio.

Andrea Gandiglio

Ambiente 2 – L’attenzione all’ambiente. Ricerche scientifiche e innovazioni per ridurre le emissioni inquinanti

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Presentati a Lecce i contributi per incrementare la conservazione delle risorse energetiche favorendone un uso più «verde» salutare e flessibile

Aumento del costo dell’energia, inquinamento e cambiamenti climatici, riduzione della disponibilità di combustibili fossili. Temi che richiedono necessariamente un intervento a livello globale. Una risposta è sicuramente «la gestione intelligente e ottimale dell’energia» (sostenibile) per incrementare la conservazione delle risorse energetiche e la riduzione delle emissioni inquinanti.

Le ricerche e le innovazioni di settore sono state presentate recentemente a Lecce, curate dall’ATI, Associazione Termotecnica Italiana nel suo 72° Congresso Nazionale, in collaborazione con Politecnico di Bari e l’Università del Salento. Oltre 200 i partecipanti, tra studiosi e ricercatori, per circa 150 contributi scientifici in dieci sessioni specifiche.

«La scelta di Lecce – precisa Antonio Ficarella, docente di Sistemi per l’Energia e l’ambiente dell’Università del Salento – è anche legata alla presenza di un impianto per la prova di autovetture, “Nardò Technical Center”, punta di diamante tecnologica, dotata di più piste all’interno del celebre anello di asfalto, che ha una circonferenza di 12,5 km e che rappresenta un’eccellenza per l’Europa. In questa pista vengono infatti omologati record di velocità di auto provenienti da tutto il mondo».

Entro il 2020 – ricorda Ficarella – l’Ue intende ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% rispetto ai livelli del 1990, con un’ulteriore riduzione di emissioni dell’80%-95% entro il 2050. Entro il 2020 le energie rinnovabili dovrebbero inoltre ricoprire il 20% del consumo finale di energia, congiuntamente all’obiettivo del 20% dell’efficienza energetica. «Purtroppo è in atto un rapporto difficile fra l’evoluzione tecnologica e scientifica e la percezione sociale nel quotidiano – aggiunge il docente –. Per altro, la questione energetica si è spostata, negli ultimi anni, dal tema dei grandi impianti e infrastrutture di produzione, al tema dell’utilizzo dell’energia nel vivere quotidiano». A partire dagli smart buildings, gli edifici intelligenti, e cioè di come costruire e gestire ogni giorno un bene primario, la casa. In realtà, dagli studi condotti, nessun paese europeo sembra realmente pronto a trarre vantaggi che la rivoluzione delle tecnologie smart, basate sulle applicazioni dell’informatica, può apportare, incluso l’uso dell’energia in maniera più verde, più salutare e più flessibile.

Il tema più generale è quindi quello di una nuova idea di smart city, che coinvolge anche le smart cars. Il mondo accademico e industriale pertanto si concentra sulle “smart grid” o “reti intelligenti”, per favorire un utilizzo ottimale del mix energetico che diventa sempre più complesso dovendo gestire un’aliquota sempre più grande di fonti rinnovabili la cui disponibilità è fortemente aleatoria (risultando vincolata spesso alle condizioni climatiche). «Questa maniera di operare guarda al sistema e non più al singolo utente».

Sabina Leonetti, «L’attenzione all’ambiente. Ricerche scientifiche e innovazioni per ridurre le emissioni inquinanti», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 6.

Ambiente 1 – Cura del creato, cantiere ecclesiale

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A due anni dalla pubblicazione della Laudato si’ è tempo per un primo bilancio sulla sua ricezione nella Chiesa italiana e sulle iniziative in atto nel nostro Paese: dalle nuove chiese a basso impatto ambientale alla messa a reddito dei terreni parrocchiali, molte cose si stanno muovendo. E c’è chi lancia l’idea di inserire nel Codice di diritto canonico un articolo dedicato all’ambiente.

Non basta fare catechesi, ascoltare insieme la Parola, uscire sul sagrato e aprire le porte ai poveri. Oggi testimoniare il Vangelo – fare “nuova evangelizzazione” – significa anche coltivare la cura della casa comune.

La nuova prospettiva, indicata nel giugno di due anni fa da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, ha aperto la strada a tante riflessioni, ha sostenuto realtà già in atto anche in Italia – come la Rete interdiocesana per i nuovi stili di vita – e fatto nascere nuovi interessanti percorsi concreti. Un esempio è la Guida per comunità e parrocchie ecologiche, che viene lanciata l’8 di questo mese. Consigli su come ridurre le emissioni, motivare e coinvolgere i parrocchiani sui temi ambientali; modi per esercitare la solidarietà e l’advocacy per i più bisognosi; presentazione di una serie di buone pratiche: questo e altro nel testo di una cinquantina di pagine che sarà disponibile anche online sul sito della Federazione organismi cristiani servizio internazionale di volontariato (www.focsiv.it).

Nata in inglese, Eco-Parish Guide: Bringing Laudato si’ to life, la guida è stata prodotta dal movimento cattolico globale per il clima per far conoscete Laudato si’ e impegnare i Paesi e le comunità religiose a sostenere gli obiettivi della Conferenza di Parigi sul clima. «Si è sentita l’esigenza di far circolare buone pratiche di parrocchie e comunità che si impegnano contro il cambiamento climatico, in particolare per passare da fonti fossili a quelle rinnovabili», dice Andrea Stocchiero della Focsiv. La traduzione e redazione italiana – curata dalla Federazione con il sostegno dell’Ufficio problemi sociali e lavoro della Cei e di Reteinopera (che raggruppa diverse aggregazioni ecclesiali, dalle Acli, all’Agesci ai Focolari) – aggiunge a quella originale alcuni esempi di buone pratiche italiane.

Vigilianum

A Trento, per esempio, l’arcidiocesi ha recentemente costruito un polo culturale polivalente, il Vigilianum, realizzato in un’ottica di sostenibilità, con materiali edili “traspiranti” e un’autosufficienza energetica tramite fonti rinnovabili, da quelle geotermiche a quelle fotovoltaiche. Anche ad Alessandria la parrocchia di San Paolo ha fatto diventare i propri edifici delle vere e proprie centrali di produzione solare termica, puntando sullo sfruttamento delle energie rinnovabili secondo il principio ispiratore energia solare uguale “risorsa globale”. La parrocchia è un edificio a ridottissimo impatto ambientale, come attesta la certificazione energetica della Regione Piemonte che l’ha classificata nella classe A+.

La progettazione dei nuovi edifici per il culto o la vita comunitaria, di una diocesi o di una congregazione religiosa, è uno dei capitoli più interessanti di questa nuova consapevolezza ambientale. Nel 1993 la Cei ha emanato una nota pastorale su La progettazione di nuove chiese che chiede il rispetto di alcuni criteri, «ma siamo ancora lontani da una sistematicità di approccio nei confronti dei temi legati alla eco-sostenibilità», dice l’ingegnere Andrea Zappacosta, dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici ed edilizia di culto della Cei. La principale difficoltà riscontrata nella gestione dell’intero processo edilizio risiede nella «delega assoluta che le committenze, diocesi o parrocchie, conferiscono ai progettisti affidando loro la progettazione con pochissimi elementi di riferimento». A questo proposito Zappacosta, intervenendo a fine marzo al convegno dell’Ufficio pastorale sociale e del lavoro sulla Laudato si’, ha portato l’esempio virtuoso della parrocchia Ecce Homo di Cinisi, nella diocesi di Monreale: partita dall’idea di fare soltanto una ristrutturazione, la comunità ha avuto il coraggio di fermarsi, discutere e scegliere di ricostruire l’intero complesso in modo ecocompatibile.

Cinisi

«C’è stato un percorso comunitario per la realizzazione di nuovi edifici, dalla chiesa all’oratorio, che ha unito l’attenzione che viene dall’alto, dalla Cei, con un percorso partecipativo della comunità». Le diverse realtà che fanno parte delle comunità parrocchiale, gruppi e associazioni, hanno partecipato a seminari tematici, incontrato esperti e architetti, fino al concorso nazionale con cui è stato scelto il progetto vincente. «Questo ha consentito alle persone di entrare nel merito delle decisioni e di capire l’importanza degli stili di vita e l’impatto che hanno le scelte edili e tecnologiche». Un’educazione che parte dalla Chiesa ma ha poi la sua ricaduta nelle case.

La parrocchia di Cinisi è una delle buone pratiche italiane contenute nella guida presentata a Bologna, l’8 giugno, durante la conferenza organizzata dalla diocesi insieme alla Cei e alla Focsiv sulle questioni del disinvestimento dai combustibili fossili.

È questo, infatti, un altro capitolo su cui insiste Francesco e che sta trovando un’eco importante nel mondo cattolico, anche in seguito alla conferenza Laudato si’ e investimenti cattolici del gennaio scorso, cui hanno partecipato il cardinale Turkson, prefetto del dicastero dello Sviluppo umano integrale, e l’ex capo negoziatore Onu sul clima Christiana Figueres. «La transizione energetica è fattibile, ma la finanza deve trasformarsi e diventare etica e sostenibile», dice Stocchiero.

In quest’ottica è importante l’annuncio fatto il 10 maggio da nove organizzazioni cattoliche che hanno deciso di disinvestire i propri portafogli da carbone, petrolio e gas, industrie che sono la causa principale delle emissioni di gas a effetto serra che stanno cambiando il clima e aggravando la situazione delle comunità più povere del mondo. Ordini religiosi e diocesi dal Regno Unito, Stati Uniti e Italia hanno rilasciato la dichiarazione di disinvestimento in un momento particolarmente “caldo” del dibattito, che vede il presidente Usa, Donald Trump, pronto a rimettere in gioco gli accordi faticosamente raggiunti a Parigi. Tra maggio e giungo, inoltre, sono tanti gli appuntamenti cui l’annuncio di disinvestimento invia un potente segnale di sostegno popolare per un’azione ambiziosa sul cambiamento climatico: l’incontro di quasi 200 Paesi riuniti a Bonn – dall’8 al 18 maggio – per i negoziati Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change); il G7 di Taormina dal 26 al 27 maggio; i negoziati internazionali sulle misure di attuazione dell’accordo sul clima, dal 10 al 12 giugno proprio a Bologna. Nel mondo sono una trentina le istituzioni cattoliche che hanno aderito alla campagna “disinvestimento”. Tra le italiane, i Gesuiti della Provincia d’Italia, la Comunità monastica di Siloe, la diocesi di Pescara, la Focsiv e le Salesiane di Milano e Napoli.

Un altro campo in cui la Laudato si’ ha aperto nuovi orizzonti è quello dell’agricoltura, perché «è necessario proporre una nuova evangelizzazione con riferimento al settore agricolo», sostiene don Paolo Bonetti, consigliere ecclesiastico nazionale della Coldiretti. «Prendersi cura delle colline, delle montagne, delle pianure, della vegetazione, del mantenimento della fertilità, della difesa del suolo, della promozione di un cibo distintivo, sano, giusto è proporre una visione di sviluppo», sostiene Bonetti, che lancia una provocazione molto concreta: perché gli istituti di sostentamento del clero e le congregazioni religiose, che hanno migliaia di ettari di terreno e spesso non sanno cosa farci, non li mettono a reddito per offrire lavoro?

«Credo ci sia la necessità di prendere consapevolezza e quindi conoscenza delle opportunità che i terreni amministrati dalla Chiesa possono avere nel creare reddito, lavoro e sostenibilità. Da questa conoscenza di ciò che può offrire il nostro terreno, propongo che i nostri Istituti di sostentamento del clero divengano animatori territoriali, dove all’interno delle loro strategie c’è anche questa prospettiva inclusiva, solidale, per creare un’economia dal volto umano». Sono due milioni gli ettari di terra che in Italia sono proprietà degli Isc e delle Congregazioni religiose, ha detto Bonetti intervenendo al convegno Cei sulla Laudato si’. È evidente che un’impresa sana faccia reddito, anche profitto, ma non può esserci solo questo: «Oggi produrre cibo non ha un profilo solo economico, ma anche sociale, culturale, e credo che questa visione integrale ci permetta di mettere in sinergia tutti questi elementi che ci fanno capire che la realtà può essere generativa di tanti valori sociali, culturali, di cui abbiamo bisogno». Aziende didattiche, agri-asilo; agricoltura sociale per soggetti portatori di dipendenze; orto-terapia; inserimenti di persone marginali: sono tante le attività possibili.

Vitigni

Un’esperienza interessante è, per esempio, quella fatta nella diocesi di Reggio Calabria, dove monsignor Morosini ha voluto che parte dei terreni dell’Isc venissero messi «a disposizione di giovani e ragazzi che vogliono fare impresa nel campo dell’agricoltura». Oggi su alcuni ettari in Aspromonte si produce vino, in futuro si prevede di ampliare la coltivazione dei vitigni e di allargare al lavoro di cura dei boschi, alla produzione di miele e all’allevamento del suino nero. E poi alla costituzione di una cantina sociale, «perché oltre a fare impresa, a creare un luogo dove produrre ricchezza, vogliamo anche fare comunità», dice Massimo Galante, della cooperativa I 5 talenti.

Un’esperienza coraggiosa che stenta però ad avere emuli nel resto d’Italia. Un aiuto potrebbe venire – ricorda Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord – se venisse ripresa in considerazione la proposta lanciata nel 2009 al forum della stampa cattolica dal cardinale Francesco Coccoplamerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Perché non inserire nel Codice di diritto canonico qualche articolo sulla tutela del creato? «Una norma di carattere generale che prevede il diritto-dovere di ciascun fedele di godere di un ambiente salubre, che possa consentire di vivere serenamente, per godere del creato anche in funzione delle prossime generazioni». Nella parte più amministrativa si potrebbe prevedere «un canone in cui si dice che le Conferenze episcopali possono legiferare per i temi delle costruzioni dei nuovi edifici, del restauro degli edifici già esistenti, degli investimenti finanziari… E tante altre materie di carattere molto concreto». Uno stimolo giuridico, insomma, per far sì che «quando si fa una scelta di carattere amministrativo sia tenuta in debito conto anche la preoccupazione ambientale».

La proposta, a due anni dalla pubblicazione della Laudato si’, torna attuale anche perché sempre più si va capendo che non si tratta soltanto di un’enciclica sociale – «interpretazione che in Italia è stata privilegiata», dice il teologo Simone Morandini -, ma ci si trova davanti a un testo «densamente teologico, che riposiziona l’annuncio del Vangelo in un tempo di crisi ambientale». L’ecologia integrale «è una prospettiva che orienta a comprenderci entro una relazionalità estesa: non si tratta solo di cogliere il volto dell’altro, ma anche di percepirne il riflesso entro e attraverso tutti quei legami sociali, economici, culturali, ecologici che fanno di noi ciò che siamo».

Vittoria Prisciandaro, «Cura del creato, cantiere ecclesiale», in “Jesus”, giugno 2017, N° 6, Anno XXXIX, pp. 44-49.