Africa 3 – Gli autocrati che bloccano lo sviluppo: da decenni aggrappati al potere. E la corruzione «cementa» le élite

Autocrati africani

Quasi la metà degli Stati africani sono governati in modo autocratico da presidenti che hanno preso il potere due o tre decenni fa. E sebbene il 2017 abbia lasciato intravedere qualche speranza, con la rinuncia volontaria del presidente angolano Eduardo dos Santos, al potere per 38 anni, e quella forzata di Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe per 37, non è affatto certo che la tendenza sia destinata a proseguire. Anche perché, dietro all’uomo forte di turno, si sono ormai cementate intere élite politiche, foraggiate da una corruzione che viaggia a ritmi impressionanti.

Secondo l’ultimo rapporto Honest Accounts, pubblicato lo scorso maggio da Global Justice Now e da un gruppo di Ong europee e africane, in Africa ci sono 165mila super ricchi con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari, ovviamente offshore o depositati in grandi banche inglesi o svizzere. Le stime parlano di circa 500 miliardi nei paradisi fiscali, cioè il 30 per cento di tutta la ricchezza finanziaria africana, un patrimonio sottratto ai servizi pubblici più importanti per lo sviluppo, come scuola e sanità. Non meraviglia che i controlli e il rigore fiscale siano scoraggiati, in una politica africana che tende generalmente a offrire anche generosi incentivi a governi e imprese straniere per attrarre investimenti, specialmente nei settori minerario, del petrolio e del gas. E che secondo i critici riceve, in cambio, generose «mance».

Guinea Equatoriale, Gabon, Ruanda, Repubblica democratica del Congo, Eritrea, Ciad, Sudan, Camerun. Per non parlare dell’ultima monarchia assoluta del re Mswati III nello Swaziland.

L’elenco dei Paesi che vedono uomini in sella in maniera perpetua, o addirittura dinastica, è lungo. Nei giorni scorsi il Parlamento ugandese ha approvato il disegno di legge che prevede la rimozione del limite d’età per la carica presidenziale, finora fissata a 75 anni. Così il presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986, potrà ripresentarsi alle elezioni nel 2021, quando avrà 77 anni, e sperare di inanellare altri due mandati della durata di dieci anni. Vale a dire che potrebbe arrivare a comandare l’Uganda fino all’età di 87 anni. Forse anche un po’ più in là. Perché il dittatore ugandese ha in mente di prorogare il mandato presidenziale da cinque a sette anni: «Con tutto quello che abbiamo da fare noi leader africani, cinque anni non ci bastano».

La questione dell’età riguarda ormai molti anziani leader, in aperto contrasto con la giovane età media delle popolazioni africane. Lo stesso Mugabe, appena rimosso, ha 93 anni. Ne ha 84, invece, Paul Biya, al potere in Camerun da 34 anni. Negli ultimi tempi gli attacchi degli estremisti islamici nigeriani di Boko Haram nella regione e le pretese secessioniste della popolazione anglofona, stanno minando la solidità del suo «regno», ma Biya è noto per la sua fermezza e, secondo i critici, anche per la ferocia con la quale è in grado di contrastare i nemici.

Dopo 22 anni al potere in Gambia si è invece dimesso lo scorso gennaio Yahya Jammeh, «scaricato » dalla Comunità economica dell’Africa occidentale (Ecowas) dopo aver perso le elezioni contro Adama Barrow. E in Burkina Faso, dopo 27 anni, aveva ceduto il passo nel 2014 Blaise Compaoré in seguito a grandi manifestazioni di piazza.

C’è anche chi sta pagando all’estero il suo conto con la giustizia, come l’ex dittatore liberiano Charles Taylor e l’ex uomo forte del Ciad Hissène Habré. Ma in generale prevalgono, anche in caso di defenestrazione, gli esili dorati. È di ieri la notizia che Mugabe godrà di una pensione equivalente allo stipendio di un presidente nell’esercizio delle sue funzioni, oltre a vari benefit. Il tutto in uno Zimbabwe sprofondato in una grave crisi economica e in cui l’80% della popolazione è senza lavoro.

Paolo M. Alfieri, «Gli autocrati che bloccano lo sviluppo: da decenni aggrappati al potere. E la corruzione “cementa” le élite», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 5.

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Africa 2 – Gli «artigli» del Dragone. L’onda lunga dei massicci investimenti ora prova anche a governare la politica

Mappa della presenza cinese in Africa

La Repubblica popolare cinese prosegue la sua avanzata inarrestabile in Africa. Non uno tsunami, travolgente ma piuttosto una marea montante che da un decennio sta non soltanto ridisegnando la fisionomia dei rapporti tra il colosso asiatico e il Continente nero, ma gli equilibri economici e strategici di quest’ultimo.

Basti pensare che nei primi sette mesi del 2016, gli investimenti di capitali cinesi in Africa sono cresciuti del 515 per cento rispetto all’intero 2015. Investimenti, partenariato produttivo e nelle infrastrutture, crediti allo sviluppo, infiltrazione culturale e sostegno opportunista a governi e regimi sono le carte che Pechino gioca per una politica che – più che di compartecipazione – è ormai di controllo. Delle risorse carenti ormai nel suo “cortile di casa” asiatico, ma anche delle politiche di sviluppo e dei rapporti internazionali.

Tra le “sollecitazioni” all’uscita di scena di Robert Mugabe nello Zimbabwe ci sono state anche le armi cinesi. Per l’esattezza, i blindati Type 89 e 63 «made in China» che per la prima volta, il 15 novembre non sono stati dispiegati nella capitale Harare per sostenerne il potere. Il ruolo di Pechino non è del tutto chiaro, ma la vicenda ha aperto gli occhi a molti sui risvolti non solo economici della presenza cinese nel Paese.

Sicuramente un ruolo strategico che sa approfittare dei vuoti lasciati dai partner occidentali. Dopo le fabbriche e i ponti, tocca ora alle armi e alla tecnologia bellica cinesi entrare da protagonisti sulla scena africana, di fatto ampliando e consolidando il ruolo di Pechino non più soltanto in un interessata compartecipazione allo sviluppo, ma di sostituto di ex tutori coloniali e loro associati nella percezione africana incapace di sostenere necessità e aspirazioni del continente. Insomma, Pechino agisce da coprotagonista ove utile, da comparsa ove necessario, ponendosi così – come per la Russia in Europa e Asia orientale – come necessario interlocutore dell’Occidente (e di giapponesi e sudcoreani) ma anche in potenziale contrasto con esso.

Esemplare in questo senso, l’apertura nello scorso agosto della base navale di Gibuti, la prima all’estero per la Repubblica popolare cinese, con il ruolo primario di servire per le sue operazioni di pace e anti-pirateria nel Corno d’Africa. Un’area, come tutta l’Africa orientale, interessata maggiormente dalle iniziative estremo-orientali e che va assorbendo i 60 miliardi di dollari di investimenti cinesi in corso in progetti per lo sviluppo, dopo avere usufruito di 10 miliardi di dollari per progetti ferroviari dal 2000, culminati con l’inaugurazione della linea Nairobi – Mombasa nel maggio scorso, dopo quella della tratta Addis Abeba – Gibuti del 2015. Un network che andrà estendendosi a Kenya, Tanzania, Uganda, Ruanda, Burundi e, più oltre, a Sud Sudan e, ancora, Etiopia. Paesi già interessati da progetti stradali e oleodotti «chiavi in mano» di progettazione e gestione cinese.

Una corsa che molti indicano come potenzialmente destabilizzante, in particolare per il Kenya, che rischia di indebitarsi oltre la tolleranza, se non quella delle ambizioni di Pechino nella regione. Non unica, anche se prioritaria, dato che ammontano a 40 miliardi di dollari gli investimenti annunciati in Africa occidentale, con il fulcro in Nigeria. Per facilitarli, a giugno ha aperto i battenti, a Johannesburg, in Sudafrica, il Centro bancario sino-africano, con il compito di indirizzare la concessione di crediti a Kenya, Zambia, Nigeria e Ghana. Lo stesso Sudafrica è diventato centrale nell’espansione dell’industria bellica cinese in cooperazione con quella locale e avamposto produttivo di quella automobilistica nel continente.

60

MILIARDI DI DOLLARI GLI INVESTIMENTI IN CORSO IN PROGETTI PER LO SVILUPPO

10

MILIARDI IN PROGETTI FERROVIARI, DAL 2000 IN AFRICA ORIENTALE

515%

È LA CRESCITA DEI FONDI IMPEGNATI DAI CINESI IN AFRICA NEI PRIMI 7 MESI 2016 RISPETTO A TUTTO IL 2015

Stefano Vecchia, «Gli “artigli” del Dragone. L’onda lunga dei massicci investimenti ora prova anche a governare la politica», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 5.

Africa 1 – Caccia alle risorse, vendita di armi e influenze sui governi – La nuova contesa d’Africa. È sfida tra Russia e Cina

cina

Non ha la forza dell’Urss, né il conforto dell’ideologia socialista. Ma, da almeno un decennio, la Russia è tornata a dire la sua in Africa. Con un crescendo continuo, fra visite ad altissimo livello, contratti di armamento e sfruttamento minerario. Così come la Cina che, partita in vantaggio, ora controlla infrastrutture, materie prime e comincia a governare anche la politica in molti Stati. Un esempio? Nel “golpe” che ha defenestrato Mugabe in Zimbabwe, dopo 37 anni di potere, per le strade di Harare erano schierati i blindati «made in China».

«Caccia alle risorse, vendita di armi e influenze sui governi. La nuova contesa d’Africa. È sfida tra Russia e Cina», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 1.

Le armi russe e i soldi dei cinesi. Così l’Africa ha cambiato volto

L’articolo «Gli “affari” del Cremlino. Export bellico con il vento in poppa. Vendite per miliardi in 15 nazioni» di Francesco Palmas, attinente alla vendita di armi, è postato nel sito “Armamenti”.

Qui di seguito, invece, gli articoli: «Gli “artigli” del Dragone. L’onda lunga dei massicci investimenti ora prova anche a governare la politica» di Stefano Vecchia, e «Gli autocrati che bloccano lo sviluppo: da decenni aggrappati al potere. E la corruzione “cementa” le élite» di Paolo M. Alfieri.