Afghanistan 6 – Tre milioni e mezzo di bambini afghani senza istruzione. Rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia

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Kabul. Circa tre milioni e mezzo di bambini afghani non hanno accesso ad alcun livello di istruzione per molteplici ragioni, la principale delle quali è l’insicurezza. Lo ha reso noto un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef). L’emittente Tolo Tv di Kabul ha precisato che l’Unicef si è impegnato a versare al ministero della pubblica istruzione 46 milioni di dollari come contributo alla soluzione del problema.

Firmando il relativo memorandum, il ministro Mohammad Ibrahim Shinwari ha assicurato: «Cercheremo di mettere in moto un sistema globale per verificare le esigenze educative dei bambini e misurare quanti di essi non hanno raggiunto la soglia di istruzione prevista, e perché». Shinwari ha poi ricordato che attualmente circa 1200 scuole afghane sono chiuse a causa dell’insicurezza, e che il 75 per cento dei bambini che non hanno accesso all’istruzione sono femmine.

Il responsabile dell’Unicef in Afghanistan, Adele Khodr, ha sostenuto: «Dobbiamo concentrarci sui modi per portare i bambini senza istruzione nel circuito educativo. Particolare cura vogliamo avere per le bambine, e per la formazione di insegnanti donne, un problema urgente e della massima importanza.

«Tre milioni e mezzo di bambini afghani senza istruzione. Rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia», in “L’Osservatore Romano”, giovedì 4 gennaio 2018, 1.

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Afghanistan 5 – Brevi

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Kamikaze a un funerale. Massacrati 18 civili

Kabul. Si aggrava il bilancio delle vittime, «tutte civili», dell’attacco kamikaze messo a segno domenica a un funerale di un ex governatore nell’Est dell’Afghanistan: sono almeno 18 le persone rimaste uccise e 13 quelle ferite. L’attacco è avvenuto nella provincia di Nangarhar, al confine con il Pakistan. Secondo l’Onu, sono oltre 8.000 i civili uccisi o feriti nei primi 9 mesi del 2017.

«Kamikaze a un funerale. Massacrati 18 civili», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 14.

Morto a dodici anni il nipote di Benladen

Kabul. È morto a soli 12 anni Osama, nipote ed omonimo di Osama Benladen, il fondatore di al Qaeda, ucciso in un blitz dei Navy Seals Usa tra il primo ed il 2 maggio 2001 ad Abbottabad in Pakistan. A dare la notizia una lettera del figlio dell’organizzatore dei sanguinosi (quasi 3.000 morti) attentati dell’11 settembre 2001, Hamza, indirizzata alla madre e alla famiglia. La missiva – sottolinea Rita Katz, direttrice dell’organizzazione americana Site che monitora l’attivista jihadista sul Web – non fornisce alcun elemento utile per chiarire le circostanze ed il luogo del decesso del piccolo. Alcune fonti sostengono che il nipote di Benladen è stato ucciso in un bombardamento nel corso del Ramadan (il mese sacro dell’islam, maggio-giugno 2017) in Afghanistan.

«Morto a dodici anni il nipote di Benladen», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 14.

Afghanistan 4 – Operazione contro l’Is

Afghanistan

KABUL. Vasta operazione contro gli jihadisti del sedicente stato islamico (Is) in Afghanistan. Una sessantina di militanti del gruppo terroristico sono stati uccisi, e altri 18 feriti, dalle forze di sicurezza nella provincia orientale di Nangarhar.

Lo ha riferito un portavoce del governo provinciale, secondo cui i militari afghani, sostenuti dall’aviazione, hanno colpito le posizioni dell’Is nel distretto di Haska Mina. Nell’operazione – nel corso della quale, secondo il portavoce, i militanti si sono asserragliati anche nelle case della popolazione locale – è rimasto ucciso un civile.

Sempre nella provincia di Nangarhar, è intanto salito a diciotto morti e una ventina di feriti, alcuni gravi, il bilancio dell’attacco suicida di ieri durante un funerale. L’attentatore, hanno indicato testimoni oculari, si è fatto esplodere durante le esequie del governatore del distretto di Haska Mina, deceduto per cause naturali. Nessuna rivendicazione, al momento, per l’attacco. I talebani hanno fatto sapere di essere del tutto estranei all’episodio di violenza.

«Operazione contro l’Is. Uccisi sessanta jihadisti in Afghanistan», in “L’Osservatore Romano”, martedì-mercoledì 2-3 gennaio 2018, p. 3.

Afghanistan 3 – Kabul: La «non guerra» che fa strage di bimbi

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Il rapporto dell’Unicef: nei primi mesi del 2017, colpiti settecento piccoli nel Paese. In Nigeria e Camerun, 135 quelli «trasformati» in kamikaze

L’Afghanistan si conferma un Paese devastante per i bambini: a centinaia continuano a morire, nonostante – ufficialmente – non sia in corso alcun conflitto. C’erano bimbi tra le vittime dell’attacco devastante di ieri a Kabul. Ed erano bimbi i sei piccoli pastori che sono rimasti uccisi nello scoppio di una mina lungo una strada nella provincia settentrionale di Balkh mercoledì. Il governatore del distretto di Dawlat Abad, Mohammad Karim, ha spiegato che l’ordigno ha spezzato quelle piccole vite: avevano un’età compresa tra gli otto e i dieci anni. Nessun gruppo ha immediatamente rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma Karim ha incolpato i taleban, sostenendo che avevano preparato l’agguato per colpire i funzionari e le forze di sicurezza di Kabul.

L’Afghanistan ha il più alto numero di vittime di mine nel mondo, che insieme ad altri tipi di bombe piazzate lungo il ciglio delle strade, uccidono o feriscono circa 140 persone ogni mese.

Sui bambini vittime dei conflitti armati è intervenuto ieri papa Francesco, attraverso Twitter. «Preghiamo oggi – ha scritto il Pontefice – per i bambini che non vengono lasciati nascere, che piangono per la fame, che non tengono in mano giocattoli, ma armi».

La tragica condizione in cui versa l’Afghanistan è fotografata anche dal rapporto pubblicato dall’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite per la difesa dell’infanzia. In Afghanistan, durante i primi 9 mesi del 2017, sono stati uccisi circa 700 bambini.

Nel nord-est della Nigeria e in Camerun, il gruppo fondamentalista islamico Boko Haram ha costretto almeno 135 bambini a farsi saltare in aria come kamikaze, un numero cinque volte più elevato rispetto al 2016.

Nella regione del Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo, le violenze hanno obbligato 850.000 bambini a lasciare le proprie case e si stima che in 350.000 abbiano sofferto di malnutrizione acuta grave. In Iraq e in Siria, tra i tanti traumi che sono stati costretti a subire, compresi i bombardamenti, i bambini sembra siano stati usati come scudi umani. In Myanmar, quelli della minoranza islamica Rohingya sono stati costretti ad abbandonare le loro case.

In Sud Sudan, tra la guerra civile e un’economia al collasso, oltre 19.000 bambini sono stati reclutati da forze e gruppi armati e oltre 2.300 sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto, a dicembre 2013. In Somalia, nei primi 10 mesi del 2017, sono stati registrati 1.740 casi di reclutamento di bambini-soldato. In Yemen, dopo circa 1.000 giorni di combattimenti, in almeno 5.000 sono morti o sono stati feriti.

Simona Verrazzo, «La “non-guerra” che fa strage di bimbi. Anche minori tra i morti di ieri. E mercoledì in 6 sono saltati su una mina», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 4.

Afghanistan 2 – Kabul: L’attivismo del Califfato spaventa gli esperti

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Se andassimo a confrontare, su una cartina dell’Afghanistan, le aree occupate dal Daesh con le vaste zone in cui sono attivi i taleban, avremmo l’impressione che i primi siano un gruppo marginale di poco conto. Si tratta, invece, di un’ingannevole impressione. L’attivismo del Daesh in questo Paese supera ormai di gran lunga le piccole sacche che si trovano lungo il confine con il Pakistan (nelle province di Nuristan, Kunar e Nangarhar) e nel centro del Paese (nelle province di Zabol e Ghazni).

E crescerà ulteriormente, avvisano gli esperti, con ogni probabilità con il continuo arrivo nel Paese asiatico di molti jihadisti, in fuga da Iraq e Siria. Prova ne è la moltiplicazione degli attentati spettacolari rivendicati dalla cosiddetta Wilaya del Khorasan, la branca del Daesh in Afghanistan e Pakistan, alcuni dei quali nel cuore della capitale afghana.

L’ultimo risale a lunedì scorso quando un terrorista si è fatto esplodere vicino a un edificio dell’intelligence a Kabul, uccidendo almeno 7 persone, tutte civili che si stavano recando al lavoro. L’Unama, la missione di assistenza dell’Onu in Afghanistan, ha censito negli ultimi due anni 51 attentati a sfondo religioso, circa il doppio di quelli registrati nel periodo 2009-2015, con un bilancio totale di 273 morti e 577 feriti. Molto spesso si tratta di attacchi dei jihadisti del Daesh contro i membri della comunità sciita hazara. Come quel 20 ottobre scorso, quando un kamikaze del Califfato ha prima lanciato una bomba a mano contro la sezione femminile della moschea Imam-e-Zaman di Kabul, poi ha fatto detonare la sua cintura esplosiva, provocando la morte di 57 fedeli e il ferimento di altri 55.

In generale, i taleban prendono le distanze dagli attacchi perpetrati dai loro rivali contro gli sciiti, non si sa se per pragmatismo oppure per un semplice ordine di priorità che vorrebbe focalizzare la lotta contro il governo “fantoccio” di Kabul e i contingenti stranieri stanziati nel Paese. In fondo, la comparsa del Daesh in Afghanistan è stata una sfida all’autorità di Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda che con i taleban ha mantenuto la vecchia alleanza di sangue. Zawahiri non perde occasione per invitare i jihadisti del mondo intero a rigettare il Daesh e a sostenere i taleban come lui stesso aveva fatto, giurando fedeltà, nel maggio 2016, al nuovo emiro dei taleban, il mullah Haibatullah Akhunzada. La rivalità tra i due gruppi non risparmia la simbologia cara ai jihadisti. Lo scorso giugno, gli uomini del Califfo sono riusciti a sottrarre ai taleban la strategica area di Tora Bora, nella provincia orientale di Nangarhar, sul confine con il Pakistan. Proprio in questa rete di grotte e tunnel si era rifugiato Ossama Benladen per sottrarsi alla cattura dopo l’intervento militare Usa nel Paese a seguito degli attentati dell’11 settembre del 2001. L’area strategica di Tora Bora si trova a poca distanza dal distretto di Achin dove il 13 aprile scorso un C130 americano aveva sganciato una superbomba (su ordine diretto di Trump) per annientare l’insediamento dei jihadisti del Daesh.

Nella partita Daesh-taleban il governo di Kabul sembra un po’ assente, tanto che viene spesso accusato dai consigli provinciali di “negligenza” di fronte all’espansionismo dei jihadisti nelle zone di confine.

La Russia lamenta invece che le truppe degli Stati Uniti (14mila militari, inclusi i 3mila giunti a settembre) concentrino i propri sforzi contro i taleban, permettendo in tal modo al Daesh di espandere la sua influenza in un Paese confinante con varie repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. Anche per questo Mosca ha offerto a Kabul la sua assistenza per sbarazzarsi di una presenza che rischia in breve di minare la sua sicurezza. Sul numero dei jihadisti che fanno capo ad Abu Bakr al-Baghdadi regna comunque l’incertezza.

Un mese fa, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente afghano, Mohammed Hanif Atmar, parlava di 3000-4000 militanti che, secondo lui, sarebbero un miscuglio di membri del Movimento islamico dell’Uzbekistan, di reclute e criminali venuti dal Pakistan, e di locali afghani, principalmente fuoriusciti dai taleban. Tre giorni fa, l’inviato speciale del presidente russo in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha invece parlato di «più di 10mila militanti» del Daesh presenti nel Paese, prima di rilanciare la proposta di una collaborazione militare con il governo afghano per mettere fine al problema.

Camille Eid, «L’attivismo del Califfato spaventa gli esperti e testimonia la sconfitta dei qaedisti di Zawahiri. In arrivo molti jihadisti in fuga da Iraq e Siria», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 4.

Afghanistan 1 – Kabul: massacro degli sciiti. 41 vittime nel duplice attentato

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Due kamikaze sono entrati in azione contro un edificio che ospita un centro culturale sostenuto dall’Iran e un’agenzia di stampa: almeno 85 i feriti. La condanna del presidente Ghani: «Queste azioni non indeboliscono la popolazione». In due anni assassinati 700 esponenti della minoranza islamica

Ancora un attacco, ancora sangue innocente versato in un Afghanistan che non riesce a trovare stabilità e pace. Sono almeno 41 le persone, in gran parte civili tra cui donne e bambini, che ieri sono rimaste uccise (circa 85 i feriti) in un attacco suicida a Kabul ai danni di un centro culturale frequentato da sciiti e sostenuto dall’Iran. Secondo quanto riferito da molti testimoni, all’interno del Tabian Social and Cultural Centre si stava tenendo in quel momento un seminario sul 38esimo anniversario dell’invasione sovietica in Afghanistan, alla presenza di un centinaio di persone. L’esplosione, verificatasi al piano terra dell’edificio, ha mandato in frantumi anche molte vetrate della sede dell’agenzia di stampa Afghan voice agency, al piano superiore.

«Eravamo sotto choc e abbiamo visto il fumo cominciare a salire – ha raccontato il giornalista Ali Reza Ahamadi, che si trovava nel suo ufficio –. I sopravvissuti hanno cominciato a uscire: ho visto un ragazzo con molte ferite alle gambe e altri con ustioni su tutto il volto. Circa dieci minuti dopo la prima esplosione, ce n’è stata un’altra fuori in strada e poi un’altra ancora». Il portavoce del ministero dell’Interno Nasrat Rahimi ha confermato che l’attacco, il più sanguinoso dalla bomba esplosa in una moschea sciita a ottobre con oltre 50 vittime, è stato seguito da due esplosioni minori (in azione anche un secondo kamikaze), mentre feriti e sopravvissuti stavano lasciando l’edificio colpito.

Attraverso l’agenzia Amaq, i militanti sunniti del Daesh hanno rivendicato l’attacco, il terzo mortale a dicembre nella capitale afghana. Considerato che il centro culturale colpito «riceve sostegno dall’Iran, è uno dei più importanti centri di diffusione della dottrina sciita in Afghanistan che invia giovani afghani in Iran per studiare nelle università gestite da imam iraniani», si legge in un comunicato diffuso dal Daesh. L’organizzazione estremista ha quindi diffuso un bilancio più alto, parlando di «220 tra morti e feriti sciiti».

Negli ultimi mesi Kabul è diventata uno dei luoghi più pericolosi per i civili in Afghanistan, un Paese preso tra l’intensificarsi dell’offensiva dei taleban (che ieri però hanno subito preso le distanze dall’attentato) e il tentativo del Daesh di espandersi sul territorio. A Natale un attentatore suicida si è fatto saltare in aria in città nei pressi di un struttura dell’intelligence afghana, uccidendo sei civili. Anche questo attentato è stato rivendicato dal Daesh.

Il 18 dicembre i militanti del gruppo hanno preso d’assalto un edificio per l’addestramento dell’intelligence a Kabul, scatenando un’intensa sparatoria con polizia, nella quale sono rimasti feriti in due. L’organizzazione islamista ha guadagnato terreno in Afghanistan da quando è apparsa per la prima volta nella regione nel 2015 e ha alzato il tiro su Kabul, colpendo strutture militari e la minoranza sciita. In due anni si sono registrati almeno una dozzina di attentati contro obiettivi sciiti: secondo le Nazioni Unite almeno 700 persone sono rimaste uccise o ferite.

Il presidente afghano Ashraf Ghani ha condannato con forza l’attentato kamikaze di ieri. Ghani ha quindi ordinato l’apertura di un’inchiesta per andare a fondo sull’attacco. «I gruppi terroristici e i loro sostenitori devono sapere che il popolo afghano è unito rispetto a qualsiasi complotto condotto dai suoi nemici. Questi attacchi odiosi non indeboliranno il popolo afghano», si legge in un comunicato diffuso via Twitter dal palazzo presidenziale afghano. «Il governo afghano è fermamente impegno a smantellare ed eliminare il terrorismo. Le forze della sicurezza afghana sono in prima linea per proteggere il Paese e il suo popolo», prosegue il comunicato.

Dopo quella del presidente Ghani, sono giunte anche le condanne dell’attentato della Missione di assistenza dell’Onu all’Afghanistan (Unama) e della Missione della Nato, Resolute Support.

Paolo M. Alfieri, «A Kabul il massacro degli sciiti: 41 vittime nel duplice attentato. Il Daesh rivendica l’ennesimo assalto nel cuore della capitale», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 4.