Letture 3 – Aharon Appelfeld. Gli ebrei e il problema della memoria «ottimista»

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«Ci sono voluti anni per prendere i ricordi della mia famiglia e farci qualcosa di sensato. Gli orrori non sono sensati, bisogna vedere tutta la scena o restano solo orrori»

Io sono ebreo e si vede che sono ebreo. Gli ebrei sono sempre stati rappresentati dall’ottimismo, hanno sofferto molto, sono stati perseguitati e sono stati costretti a vagare da un luogo all’altro, non sono mai stati amati, ma hanno sempre portato dentro un senso innato dell’ottimismo nei confronti della vita e dell’umanità, l’ottimismo per il fatto che un giorno Dio avrebbe rivelato loro la verità. Forse la fonte del nostro ottimismo è l’amore che proviamo per l’essere umano, in quanto essere umano. La comunità ebraica era una tribù ed era solita dire ai propri membri: «Amatevi gli uni gli altri, aiutatevi gli uni gli altri»; non sempre si è obbedito a questo comandamento, ma sicuramente qualcosa è rimasto in Israele.

Infatti questo Paese, nonostante sia pieno di conflitti – ogni due anni ne scoppia uno – e nonostante noi siamo un popolo che non è stato amato in Europa come oggi non è amato in Palestina, continua a mostrare e a portare avanti i segni di una vitalità. La vitalità dell’amore che noi siamo gli uni per gli altri e questa è la fonte della nostra forza e del nostro ottimismo. Dopo l’olocausto in Israele eravamo tutti orfani ed eravamo tutti perduti ma, nonostante questo, c’è stato un nuovo inizio, un nuovo ottimismo, un nuovo amore. L’ottimismo è l’amore permanente nei confronti degli esseri umani e io sono felice di essere tra coloro che lo provano.

Mi sono recato in Israele nel 1946 a tredici anni e mezzo d’età, ed ero l’unico rimasto della mia famiglia e portavo dentro di me delle scene terribili, delle immagini crudeli a cui avevo assistito in prima persona. Quindi mi sono posto questa domanda: adesso che cosa ne faccio di queste atrocità? Israele a quei tempi era un Paese pieno di uno strano ottimismo. Come reazione all’olocausto il Paese aveva deciso di costruire un nuovo ebreo, e gli slogan erano: «Dimentichiamoci della storia ebraica, del nostro passato e pensiamo invece al presente e al futuro». «Dimenticate, costruite il nuovo ebreo». Io non sono stato capace di farlo e, quindi, ho conservato dentro di me tutte queste immagini come racchiuse in una sorta di cantina interiore.

Il fatto è che le grandi catastrofi ci ammutoliscono, ci lasciano impotenti, ci trasformano in idioti perché non riusciamo a parlare. Cosa si può dire di un bambino che è stato trucidato? Cosa si può dire di 500 persone che sono morte? Noi restiamo senza parole, muti. Le piccole catastrofi sono anch’esse molto dolorose, ma le grandi catastrofi, lo ripeto, ci riducono alla stregua di idioti. Per anni i sopravvissuti all’olocausto non sono riusciti a raccontare le loro esperienze né ai figli, né agli amici o alle persone che li circondavano. In Israele la situazione era ancora peggiore perché questo nuovo Stato si era posto come obiettivo la costruzione del nuovo ebreo e quindi, quando all’ordine del giorno ci sono ottimismo ed eroismo, i discorsi sull’olocausto, i ricordi, sembravano irrilevanti. Ci sono voluti anni, mi ci sono voluti anni – per prendere queste memorie della mia famiglia e farci qualcosa di sensato. Gli orrori non sono sensati, non hanno un significato e bisogna riuscire a vedere tutta la scena, tutto il quadro, altrimenti rimangono solo orrori.

Nel 1946 avevo nella mente tutte queste scene terribili, ero solo e disorientato, non sapevo cosa fare, non avevo ricevuto nessun tipo di istruzione perché ero stato portato via molto piccolo. Lavoravo nei campi, pensavo che sarei diventato un contadino in Palestina. Una notte decisi di stilare un elenco di nomi della mia famiglia: iniziai a scrivere il nome della mamma, del papà, dei nonni, degli zii e dei cugini e mi resi conto che avevo una famiglia, non ero più il bambino perduto, ero diventato un essere umano, con un volto umano. Che cosa stavo facendo? Stavo cercando di ricordare, ma ho capito che le mie esperienze che risalgono all’olocausto sono state esperienze di bambino.

Così, quando anche per me è arrivato il momento di ricordare, non potevo mettere giù i miei ricordi sotto forma di memorie, che rappresentano uno sforzo conscio e consapevole; io ero un bambino piccolo, che non aveva orientamento, avevo solo delle immagini terribili nella mia mente. Per salvarmi ho deciso di scrivere “fiction”. La “fiction” non è invenzione, è il sentimento più profondo che hai, sono i desideri più profondi che provi, se vuoi conoscere bene uno scrittore leggi i suoi libri.

Testo inedito tratto da una lectio magistralis al Centro culturale di Milano il 3 marzo 2009

Aharon Appelfeld, «Gli ebrei e il problema della memoria “ottimista”», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 13.

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Personaggi11 – Aharon Appelfeld

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A 85 anni si è spento a Gerusalemme forse il più “cristiano” dei romanzieri appartenenti al popolo eletto. Fece direttamente l’esperienza dell’Olocausto. “Badenheim 1939” è il romanzo che lo fece conoscere al grande pubblico. Narratore molto apprezzato da Primo Levi e Philip Roth. La sua poetica esprimeva a pieno una fede religiosa mai ostentata ma concreta

Non ce ne voglia la sua benedetta memoria, ma Aharon Appelfeld, lo scrittore ebreo deceduto l’altra notte all’età di 85 anni a Gerusalemme, la città dove abitava, era forse il più “cristiano” dei romanzieri contemporanei appartenenti al popolo eletto, coloro che si sono dovuti confrontare col dramma dell’Olocausto, vissuto in prima persona e per vie familiari dallo stesso Appelfeld. Il quale è stato narratore di assoluto valore e di inusitata grandezza: Primo Levi e Philip Roth hanno parlato di lui come di una delle voci più significative tra chi ha messo in pagina la Shoah. Uno scrittore che univa una capacità narrativa universalmente riconosciuta (oltre 20 i premi letterari vinti in ogni angolo del globo: giusto per citarne alcuni, Premio Israele, Premio Mèdicis in Francia e Premio Napoli in Italia) a un’umanità appassionata che lo ha fatto amare anche da noi, spesso ospite in rassegne culturali: tra quelle da ricordare negli ultimi anni, Pordenonelegge nel 2012, la Milanesiana (dove nel 2011 ricevette il premio “Rosa d’Oro”) e il Centro culturale di Milano, che con mister Appelfeld aveva intrecciato una relazione di speciale amicizia.

Sono stati molti i punti di contatto tra il narratore di Badenheim 1939 (il romanzo che lo fece conoscere al grande pubblico, edito da Guanda, come quasi tutti i suoi romanzi) e il panorama cristiano. Anzitutto, l’elemento della religiosità: Appelfeld non faceva mistero della sua adesione spirituale alla fede dei padri, non era incasellabile nella tradizione degli scrittori israeliani “laici”, coloro che, pur dovendo fare i conti con una cultura segnata dall’alleanza tra Abramo e il Dio della Bibbia, da tale tradizione se ne erano distanziati (Abraham Yehoshua o il già citato Roth, per esempio). Certo, lo scrittore nato nel 1932 a Czernowitz, nell’allora Bucovina (oggi Ucraina), manteneva una distanza “critica” dalla divinità, aderendo più a una visione “negativa” della teologia: «Dio è una grande astrazione, gli uomini invece sono una grande realtà concreta. L’anima di Dio è troppo in alto per noi, non la raggiungiamo» confidò in un colloquio a chi scrive, pubblicato su queste pagine sette anni fa, nella sua casa piena zeppa di libri in un tranquillo quartiere a Gerusalemme. La voce narrante in Notte dopo notte (Giuntina) ricorda una verità a cui Appelfeld si è sempre attenuto: «Chi non crede nell’eternità dell’anima è come una pianta senza radici. Noi, grazie al cielo, siamo credenti figli di credenti». E nel libro Un’intera vita (voce narrante la dodicenne Helga) si legge: «Ogni giorno è pieno di miracoli, solo che noi li prendiamo come una cosa ovvia. Questa ottusità ci rende creature infime».

I suoi romanzi sono stati tradotti in 28 lingue, segno che il nocciolo narrativo della scrittura di Appelfeld – il dramma della Shoah vissuto, spesso visto e raccontato con gli occhi dei piccoli – aveva conquistato migliaia di lettori ovunque. Infatti il giovanissimo Aharon venne deportato in un campo di concentramento in Transnistria (allora Romania) insieme al padre, da qui riuscì a fuggire e trascorse più di 3 anni alla macchia, affiancando l’Armata rossa nella lotta antinazista. Fino a quando riuscì ad arrivare in Italia e di qui partire per Eretz Israel, dove approdò nel 1946. L’insegnamento di letteratura ebraica all’università Ben Gurion a Be’er Sheva’ gli diede la possibilità di affermarsi – passarono anni prima che iniziasse a scrivere i suoi romanzi sull’Olocausto – come uno degli scrittori israeliani più importanti del secondo Novecento.

La tragedia dello sterminio nazista rimase impressa per sempre nella mente del giovanissimo Aharon: nei forni crematori nazisti perse la madre e i nonni. E la sua carriera di scrittore è stata segnata dalla narrazione di quella vicenda, di quell’atmosfera tramite, spesso, gli occhi di un bimbo. Quello che avviene, ad esempio, in Paesaggi con bambina, dove la protagonista Tsili Kraus incontra un fuggiasco di un campo, Marek, alter-ego dell’autore, e con lui cerca una nuova vita dall’opprimente cappa anti-ebraica. Oppure l’autobiografico Storia di una vita, dove lo scrittore unisce i due elementi su cui ha fondato la sua poetica: la memoria e l’immaginazione. Cercando, nel doloroso ricordo dell’imprigionamento nel lager e la successiva vita da esule, di allargare e universalizzare quell’esperienza facendo parlare il dolore immenso ma anche la piccola, tenace gratuità del bene ivi incontrata.

E qui si può rintracciare un secondo elemento che spiega la vicinanza al perimetro cristiano di cui si diceva prima: l’incessante fiducia nel Bene, nonostante l’aver incontrato e sperimentato il Male. Appelfeld non nascondeva di credere e fidarsi di quei giusti anonimi che avevano rischiarato il buio del suo dolore. E questi incontri con la bellezza della bontà gli hanno detto molto di chi sia e cosa faccia Dio: «Questo è il modo con cui ci si può avvicinare al “grande segreto” che è Dio: attraverso gli esseri umani» confidava sempre nell’intervista ad “Avvenire”, per poi continuare: «Intorno a noi non c’è solo un buio oscuro ma anche luci che illuminano. Quando ero nel ghetto o in campo di concentramento ho incontrato delle persone che mi hanno dato un pezzo di pane, semplicemente un pezzo di pane. Ma quel tozzo di pane mi ha dato la speranza che gli uomini non sono tutte bestie e che vi è ancora luce nella storia».

Foto: Lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld (Bucovina 1932-Gerusalemme 2018)

Lorenzo Fazzini, «Appelfeld. Il bambino della Shoah», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 13.

Sanità 5 – La mano bionica che può sentire. Miracolo della scienza made in Italy. E del coraggio di una donna

Mano bionica impiantata in una donna italiana

Per sei mesi la signora Almerina, amputata vent’anni fa, ha indossato l’arto creato al Sant’Anna di Pisa. Che, per la prima volta, permette al paziente di uscire e muoversi

C’è la perizia clinica dei medici del Policlinico Gemelli di Roma, che hanno effettuato un intervento straordinario. C’è l’ingegno elettronico della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, a cui si deve un prototipo unico nel suo genere per funzionalità e dimensioni. E poi c’è Almerina Mascarello, la 55enne il cui volto sorridente ieri ha fatto il giro del mondo, appoggiato alla prima mano bionica impiantata su un essere umano.

Niente fantascienza hollywoodiana. Questa storia di cuore ed eccellenza tutta italiana comincia in un paesotto veneto, Montecchio Precalcino, il giorno che Almerina prende nota di un numero trovato su una rivista dedicata all’invalidità. Lei, che da quasi 25 anni vive senza una mano – inghiottita da una pressa dell’industria meccanica in cui lavorava –, decide di chiamare e di mettersi a disposizione per un test su un’eventuale protesi: qualche dato, un’autorizzazione sulla privacy e «la ricontatteremo, grazie». Immaginarsi la sorpresa, un anno dopo, per la telefonata dal Gemelli: «Signora, le chiediamo la sua disponibilità a fare da cavia per la sperimentazione di una mano bionica». La proposta è da capogiro, Almerina ha paura. Ci pensa su per qualche giorno e poi, a maggio dello scorso anno, dice di sì. «A giugno partivo per Roma – racconta commuovendosi ancora –. Ricordo mia figlia che mi saluta dal finestrino del treno e urla “Mamma sei una grande”».

Il cuore lascia spazio alla scienza. La prima sfida è quella di realizzare una mano che consenta ad Almerina di uscire dal laboratorio e camminare per strada, vivendo il più normalmente possibile la sua quotidianità: l’ultimo esperimento risale al 2014, su un uomo danese, con un’elettronica enorme e pesantissima, quindi impossibile da trasportare. Il passo da gigante lo compie il gruppo di Silvestro Micera, della Scuola Superiore Sant’Anna, miniaturizzando la protesi fino a rendere possibile il trasporto dell’attrezzatura informatica che guida l’arto vero e proprio in un zainetto. Una tecnologia da un centinaio di migliaia di euro.

Ora serve l’impianto. L’intervento – delicatissimo – spetta all’équipe del neurologo Paolo Maria Rossini, direttore dell’area neuroscienze del Policlinico Gemelli di Roma. Nel moncherino rimasto dopo un’amputazione restano i nervi: tocca a lui inserire degli elettrodi della grandezza di un capello in grado, sulla carta, di consentire che i segnali di movimento inviati dal cervello vengano trasmessi alla mano robotica. Mano che, sempre sulla carta, raccoglie l’input e risponde.

All’inizio non succede niente. E per un tempo infinito, ben due settimane. Poi Almerina, col suo “miracolo” in spalla, comincia a sentire quello che tocca: prima gli oggetti, poi la loro forma, la consistenza, addirittura la differenza tra zigrinature sottili o più grossolane. Un giorno, dopo essere riuscita persino a raccogliere dei fiori, lo urla quasi in lacrime: «Insomma dottore… È come se fosse tornata la mia mano!». L’entusiasmo è enorme, cuore e scienza insieme.

Ora bisogna aspettare. I pazienti di tutto il mondo, che la scienza faccia tesoro dell’esperimento italiano e compia nuovi passi avanti: «È solo l’inizio – assicura Micera del Sant’Anna –. Stiamo lavorando nella direzione di un sistema elettronico completamente impiantabile, di lunga durata e alla portata economica di tutti». L’esperto parla di una specie di “joystick” che potrebbe guidare anche altri arti robotici e costare appena un migliaio di euro. Almerina invece, dopo i suoi 6 mesi di fatica e coraggio («senza cui il test non sarebbe riuscito» assicurano i medici del Gemelli), dopo il prototipo attende di ricevere la mano fatta appositamente per lei. Arriverà a maggio, nella sua villetta a schiera di Montecchio, «e cambierà la mia vita per sempre».

Foto: Rinata. Almerina Mascarello con il prototipo della mano bionica. Ora ne attende una tutta sua

Viviana Daloiso, «La mano bionica che può sentire. Miracolo della scienza made in Italy. E del coraggio di una donna», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 10.

È accaduto…29 – Palermo. “Safari” a scuola. Cinghiale attacca i bidelli

E' avvenuto... e avviene

Una movimentata “caccia al cinghiale” in una scuola di Palermo ha impegnato ieri mattina, per circa due ore, le forze dell’ordine. La vicenda si è conclusa nel peggiore dei modi, con la decisione di abbattere l’animale che aveva già ferito una persona. Il compito è stato affidato ad un tiratore scelto della Forestale che già in altre occasioni era stato costretto a intervenire per risolvere situazioni analoghe sulle montagne delle Madonie. Ma questa volta l’improvvisato safari si è svolto in piena città. Quando il personale scolastico lo ha avvistato il cinghiale era già dentro il giardino dell’Istituto comprensivo Antonino Caponnetto, che si trova nella borgata di Tommaso Natale. Già in passato alcuni residenti del quartiere avevano fotografato i grossi suini che cercavano cibo tra i cassonetti. È la prima volta però che si spingono fin dentro la scuola, fortunatamente senza alunni a causa delle vacanze natalizie. C’erano, però, alcuni bidelli e insegnanti che hanno avuto appena il tempo di barricarsi all’interno, chiudendo il portone d’ingresso. Pensavano di essere in salvo. Invece il grosso animale, forse impaurito, si è scagliato contro la vetrata fino a sfondarla. Poi l’attacco a un dipendente. Alla fine la decisione di abbatterlo.

«Palermo. “Safari” a scuola Cinghiale attacca i bidelli», in “Avvenire”, venerdìì 5 gennaio 2018, p. 9.

Il Santo del giorno/22 gennaio – San Vincenzo di Saragozza

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Troppo spesso questo mondo ci mette alla prova e ci lascia ferite profonde, ma guardare alla vita con gli occhi della fede rende queste sofferenze una porta aperta che conduce al cuore di Dio. La storia di coraggio e fermezza di san Vincenzo di Saragozza ci ricorda esattamente questo: chi vive nel Vangelo non teme “l’assalto” del mondo.

Vincenzo era un diacono, ricordato assieme al suo vescovo, Valerio, che però era balbuziente, trovando così nella grande capacità oratoria del suo collaboratore un valido aiuto. I due vennero arrestati a Saragozza nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano. Quando li ebbe di fronte, il governatore di Valencia, Daciano, capì subito che Vincenzo era il più “pericoloso” e su di lui infierì con violenza brutale. Il diacono, però, non si piegò alle torture fino alla morte, convertendo molti con il suo esempio di coraggio e fiducia in Dio.

Matteo Liut, «Un coraggio e una fede in Dio forieri di molte conversioni», in “Avvenire”, martedì 22 gennaio 2019, p. 2.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/16 – Il Papa: «Mai abbandonare il malato, ma niente accanimento»

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Da Francesco il no ad eutanasia ed accanimento terapeutico. I trattamenti siano proporzionali alla situazione concreta del malato

Con la consapevolezza dei successi raggiunti dalla medicina in campo terapeutico e di quanto “gli interventi sul corpo umano diventino sempre più efficaci, ma non sempre risolutivi”, Papa Francesco puntualizza la necessità di “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

Nella Lettera a mons. Paglia e ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association, e citando la Dichiarazione sull’eutanasia del 5 maggio 1980, il Santo Padre ricorda quanto sia “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”.

“Una scelta – procede il Papa – che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare”, “senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”. Un’azione, dunque, “che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte”. Per un attento discernimento, spiega infatti Francesco, tre sono gli aspetti da considerare: “L’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano”.

In questo percorso – sottolinea il Pontefice – “la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità». È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.”

Il Papa non nasconde la difficoltà della valutazione, soprattutto se si considerano “le molteplici mediazioni” a cui è chiamato il medico: “richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.” Altra Sua preoccupazione, la disuguaglianza terapeutica “presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura”.

Da qui, la necessità di tenere “in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile” con “l’imperativo categorico” “di non abbandonare mai il malato” perché, spiega ancora Francesco, la relazione “è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio (…) Ma lo dia!”

In questa cornice d’amore, con la consapevolezza che non si può sempre garantire la guarigione e non ci si deve accanire inutilmente contro la morte, “si muove la medicina palliativa” che “riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”.

Francesco non manca di rivolgere l’attenzione ai più deboli “che non possono far valere da soli i propri interessi” e, senza dimenticare “la diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza”, sottolinea che “lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”. Ecco perché, conclude Francesco, “Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede” uno “sguardo complessivo” perché si promuova “il bene comune nelle situazioni concrete” e “in vista del bene di tutti”.

«Il Papa: “Mai abbandonare il malato, ma niente accanimento”», in “Avvenire”, giovedì 16 novembre 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/15 – L’allarme. La discesa verso l’eutanasia per i minori

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Dal Belgio al Canada, alla Colombia, la legge che autorizza forme di «morte a richiesta» porta in tempi brevi a proporre e accettare la fine anticipata anche per bambini e adolescenti

Eutanasia su minori, perché no? Sembra questa l’ineluttabile conclusione dei percorsi legislativi intrapresi da diversi Paesi che si sono dotati di leggi per introdurre eutanasia e suicidio assistito a determinate condizioni. Una strada segnata, percorsa a diverse velocità ma la cui meta è sempre la stessa: la morte procurata di bambini e adolescenti malati previo il loro consenso o quello dei genitori.

Il record lo fa segnare il Canada, dove l’eutanasia è legale dal giugno 2016, dopo che la regione del Quebec aveva fatto da apripista nel 2014. È trascorso poco più di un anno e il dibattito sull’applicazione dell’eutanasia ai bambini è già accesissimo. Risale a fine ottobre un report della Società di pediatria canadese nel quale non si esclude la possibilità di aggiornare la legge alla luce di due soli requisiti: salvaguardare il minore da possibili abusi e valutare attentamente con i genitori la sua capacità di prendere decisioni attraverso un team di consulenti qualificati (psichiatri, psicologi, bioeticisti). Come dire: fate pure, ma con cautela. Il documento della Società di pediatria è la base per una più ampia analisi del problema che il governo canadese ha richiesto e che dovrebbe essere discussa dal parlamento entro la fine del 2018.

Nel documento si fa anche riferimento a un questionario sottoposto ai pediatri, che ha visto rispondere un totale di 1.050 medici. Tra loro, 35 hanno dichiarato di aver avuto negli anni passati discussioni esplorative direttamente con 60 minori in tema di eutanasia. Sono stati invece 9 i pediatri che hanno affermato di aver ricevuto richieste esplicite di accesso all’eutanasia da un totale di 17 minori. Ben 118 invece hanno riportato notizie circa valutazioni sull’eutanasia con i genitori dei pazienti, per un totale di 419 casi. Numeri che sembrano voler dire chiaramente che l’eutanasia su minori non è più un tabù – ribadiamo: dopo solo un anno dall’approvazione della legge – e che dunque sarebbe ora di affrontare la questione a livello parlamentare.

La Colombia non è stata tanto veloce quanto il Canada, ma è andata dritta al sodo: l’eutanasia su minori non è infatti oggetto di una discussione aperta ma è stata di fatto già introdotta da una recentissima sentenza della Corte costituzionale. La legge colombiana risale al 2015 e adesso, dopo neppure tre anni, al governo i giudici richiedono di varare un provvedimento che traghetti fino alla nuova versione della legge, che entro due anni, per invito della stessa Corte, dovrà essere approvata dal parlamento. Nel nuovo testo i parlamentari colombiani dovranno inserire la possibilità per i minori di accedere all’eutanasia, per essere risparmiati da trattamenti crudeli e disumani, come ha stabilito la Corte esprimendosi sul caso di un minorenne per il quale i genitori avevano chiesto una valutazione circa l’applicabilità della legge attualmente in vigore. Di «passo gravissimo» ha parlato monsignor Elkin Fernando Álvarez Botero, vescovo ausiliare di Medellín e segretario generale della Conferenza episcopale della Colombia (Cec), presentando una nota ufficiale firmata da Oscar Urbina Ortega, arcivescovo di Villavicencio, e da Ricardo Tobón, arcivescovo di Medellín, rispettivamente presidente e vicepresidente della Cec.

In Belgio la legalizzazione dell’eutanasia risale al 2002 – primo Paese al mondo – e il percorso verso l’allargamento ai minori è stato molto più lento, dando comunque i suoi frutti concreti. La limitazione sulla base dell’età è stata rimossa nel 2014 e nel settembre 2016 si è registrato il primo caso di un diciassettenne malato terminale, vittima della “morte a richiesta”. Nel febbraio di quest’anno si è registrato il secondo – e per il momento ultimo – caso di eutanasia su minore, per il quale però non sono stati resi noti i dettagli sull’età del paziente e la patologia di cui soffriva.

Quando si parla di eutanasia su bambini è impossibile non ricordare il Protocollo di Groningen, elaborato in Olanda dal dottor Eduard Verhagen nel 2005, tre anni dopo l’approvazione della legge olandese. Secondo il Protocollo, è lecito sopprimere un neonato in base alle aspettative di vita e alle sofferenze che può trovarsi ad affrontare. Nel 2015 e nel 2016 l’Associazione pediatri olandesi (Nederlandse Vereniging voor Kindergeneeskunde, Nvk) si è espressa ripetutamente a favore dell’abbassamento del limite di età per l’accesso all’eutanasia (che anche in Olanda è legale dal 2002), già portato prima a 16 e poi a 12 anni. Secondo i pediatri, questo potrebbe risolvere i problemi che i medici si trovano ad affrontare quando devono trattare casi di bambini gravemente malati.

Lorenzo Schoepflin, «L’allarme. La discesa verso l’eutanasia per i minori», in “Avvenire”, giovedì 2 novembre 2017.