Rifiuti ed ecoreati 8 – Campania violata. «Rifiuti, quarta fonte di reddito criminale»

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Il comandante della Forestale di Napoli: meglio della droga, pochi rischi e guadagno infinito. Due notti fa scovata l’ennesima discarica sotterranea. Ma risale ad alcuni anni fa e il reato è prescritto. D’altronde «il delitto ambientale quasi non esiste».

Parecchi camorristi sono anche stupidamente… suicidi. «Sebbene conosciamo fin troppo bene quanto l’ecomafia sia realizzata da ignoranti, abbiamo intercettazioni dai contenuti assurdi. Le cito, tradotto dal napoletano, un colloquio fra un boss dei casalesi e un suo sottoposto: il secondo dice al primo “stiamo buttando tutta questa monnezza (intesa come rifiuti pericolosi) qua sotto, ma torna a noi, siamo noi che beviamo quest’acqua…”, risposta del boss “e che c’importa? Beviamo l’acqua minerale!”». Sorride amaro, raccontandolo, Sergio Costa, comandante provinciale del Corpo forestale dello Stato di Napoli. Il business sui rifiuti è pazzesco – spiega -: «La quarta fonte di reddito criminale al mondo dopo il narcotraffico, il traffico di armi e l’estorsione in quanto tale». Non a caso ormai «le camorre compane» collaborano nello smaltimento illegale di rifiuti, specie quelli speciali e pericolosi, «con i clan dell’Est Europa, i cosiddetti clan emergenti, con la Triade cinese, con le malavite albanesi».

Nella “terra dei fuochi” l’aria intanto è pesantissima e non è una metafora. «La situazione dei roghi è oggettivamente drammatica», spiega Costa: «Troviamo tutti i tipi di rifiuti, che vanno dal sacchetto dell’immondizia allo pneumatico, dallo straccio della zona vesuviana scartato dai tessili in nero, all’amianto e a molto altro». E «c’è un motivo per il quale si dà fuoco agli pneumatici. Chi li va a bruciare, in genere poveracci, brucia un po’ di pneumatici, la gomma si scioglie e rimane l’intelaiatura d’acciaio, che i poveracci recuperano e vendono come materiale ferroso». I roghi poi, «oggettivamente, li registriamo quasi tutti vicino ai campi rom, nel raggio di due o tre chilometri».

Come funziona la faccenda? «Ho degli pneumatici dei quali mi devo liberare e che ho avuti in nero o gestisco in nero? Non posso certo portarli al consorzio per il riciclaggio degli pneumatici, avrei dovuto registrarli nel mio profilo fiscale e commerciale. Così li do’ al poveraccio pagandolo dieci euro. Lui li brucia e ne guadagna altri dieci vendendo il materiale ferroso». Ovvio che gli pneumatici «siano solamente un esempio – precisa Costa -, che le faccio perché quando bruciano si vede subito e da lontano una colonna nera e densa di fumo e si sprigiona subito diossina a iosa. Ma un esempio emblematico».

Non c’è la camorra, o almeno non solo questa, a gestire la situazione: «C’è anche un capillare tessuto di cultura sociale ed etica fortemente degradata. Una diffusa evasione fiscale, ma anche ambientale». Diciamo che poi la camorra approfitta e cavalca: «I roghi di spazzatura servono a coprire la bruciatura di sostanze ben più pericolose – continua il comandante della Forestale napoletana -. Ed anche in questo caso non c’è tanto una regia unica della criminalità organizzata, quanto piuttosto un “sistema” che funziona».

Come fa? «Se vengono accesi dieci roghi, si riesce a intervenire su due, tre, si riesce a indagare su uno o due, gli altri scappano di mano. Del resto come si potrebbe fare altrimenti? Mettendo un poliziotto a ogni angolo?».

Il risultato è che la tragedia si risolve con la prevenzione, con la repressione che in questa vicenda rimane un palliativo: «Quando arresto chi ha acceso un rogo, chiunque sia, a quel punto la diossina l’abbiamo già respirata – tuona Costa -. E non mi dà alcuna soddisfazione averlo beccato, se ormai il tumore me lo sono preso».

La morale è che «il legislatore dovrebbe darci una mano. Il delitto ambientale quasi non esiste, mentre ci occorrerebbero norme specifiche e inasprite. Se oggi prendo chi accende un rogo, la pena è praticamente quasi solo contravvenzionale». Poco o nulla a fronte, come si diceva, di un business da giramenti di testa. «I casalesi quasi non trattano più droga, ma rifiuti». Perchè il guadagno «è infinito» e soprattutto «clamorosamente conveniente rispetto ai rischi che si corrono».

Altro esempio? «Due notti fa abbiamo trovato l’ennesima discarica sotterranea dei rifiuti più schifosi che lei possa immaginare, al confine fra le province di Napoli e Caserta. Risalgono ad alcuni anni fa, dunque il reato è prescritto. E allora cos’ha rischiato chi l’aveva messa in piedi? Il problema allora di chi è, visto che adesso bisognerà fare una bonifica profonda e costosa?».

Pino Ciociola, «Campania violata. “Rifiuti, quarta fonte di reddito criminale”», in “Avvenire”, giovedì 12 luglio 2012.

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È accaduto…32/2 – Povertà estrema. Sono già 13 i clochard stroncati dal freddo dal novembre 2017 al 6 gennaio 2018

E' avvenuto... e avviene

Spesso muoiono per infarto o hanno patologie che, col freddo, si acutizzano. Perdono la vita così, per strada e all’aperto, protetti solo da un cartone o da coperte riciclate all’infinito. Sono ben 13 i senza dimora trovati morti da inizio dicembre. Due a Genova, tre a Palermo, 1 a Roma e gli ultimi quattro, ieri, a Rovereto, a Verona, a Sorrento e, ancora una volta nella capitale.

Questi sono i numeri “ufficiali”, quelli che tutti più o meno conoscono perché, soprattutto se il decesso avviene nelle grandi città, se ne parla. Non c’è una “contabilità” ufficiale. E potrebbero essere molte di più le morte silenziose di vite altrettanto invisibili. «Quando un senza dimora muore a Milano o a Roma se parla ma se avviene in un piccolo centro o una piccola città di provincia spesso non se ne ha neanche notizia» conferma il portavoce della Fiopsd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, Michele Ferraris.

L’ultima indagine Istat sulla povertà estrema (del 2014) parla di circa 50mila persone senza dimora in tutta Italia. Sono quelle conosciute, che hanno utilizzato almeno un servizio di mensa alla Caritas o sono stati intercettati da associazioni o volontari. Le città con le maggiori presenze sono Milano, Roma e Palermo. Si tratta per lo più di uomini (85,7%), con meno di 54 anni. Il numero di stranieri (che due anni fa rappresentavano il 58,2% del totale registrato) è in aumento. Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo, a svantaggio di chi vive con un partner o un figlio; poco più della metà (il 51%) dichiara di non essersi mai sposato. Anche la durata della condizione di senza dimora, rispetto agli anni passati si allunga a più di due anni e nel 21% dei casi supera anche i 4 anni.

La morte per freddo, che ieri ha colpito ben quattro persone, è il rischio maggiore per chi non ha un luogo dove ripararsi in questo periodo dell’anno. Un anno fa, proprio per l’Epifania, si erano infatti registrati ben 8 senza dimora morti in 48 ore.

D.Fas., «Povertà estrema. Sono già 13 i clochard stroncati dal freddo dal novembre scorso», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 9.

È accaduto…32/1 – La giornata tragica, morti 4 senza dimora da Trento a Sorrento

E' avvenuto... e avviene

Il suo funerale «lo celebrerà la Comunità di Sant’Egidio nei prossimi giorni». Ionut aveva «appena trent’anni», era romeno, dormiva nella boscaglia sotto un ponte vicino alla stazione Tiburtina. Lo hanno trovato morto ieri mattina, nessun segno di violenza, probabilmente se l’è preso il freddo.

«Nella sola giornata di oggi (ieri, ndr) si sono registrate dolorosamente altre tre morti di persone che vivevano per strada», spiega la Comunità in una nota, riferendosi anche al quarantaduenne trovato senza vita nel garage di un supermercato a Rovereto e al sessantenne che dormiva su una panchina a Verona. Che si aggiungono all’indiano senza dimora di 33 anni trovato morto a Sorrento. «È inaccettabile che ogni inverno si ripeta la stessa tragedia perché la vera emergenza non è il freddo, ampiamente prevedibile in questa stagione, ma l’isolamento e l’indifferenza», annota Sant’Egidio. Che lancia un appello perché «le istituzioni siano più sensibili e allarghino la loro rete di protezione sociale, a partire dai rifugi notturni, ancora oggi carenti».

Ma si rivolge anche «a tutti gli italiani », chiedendo loro di «fare la loro parte fermandosi di fronte a chi ha bisogno e offrendo il loro aiuto, che spesso può significare una svolta». L’esperienza della Comunità di Sant’Egidio nei «molti anni di amicizia con i “senza dimora” ci ha dimostrato che, con un accompagnamento, dalla strada, e dalle difficoltà della vita, si può anche uscire».

A Roma il sito il del Comune è laconico: «Già da alcuni anni il Servizio Sociale d’intesa con Associazioni che operano sul territorio Municipale , offre un servizio di accoglienza, durante le ore notturne, e altri tipi di aiuto per i senza fissa dimora per far fronte alle avverse condizioni climatiche, dal 1 dicembre al 15 marzo. Per informazioni rivolgersi al call center 0669613679». Si legge questo e nient’altro alla pagina «Emergenza freddo».

Ma proprio ieri mattina l’assessore capitolino alle Politiche sociali, Laura Baldassarre, con un lungo posto su Facebook ha fatto sapere che «abbiamo messo in campo alcune novità per rafforzare le disponibilità di posti del Piano Freddo, adottando una determina per l’affidamento di ulteriori 150 posti di accoglienza ventiquattr’ore su ventiquattro». Determina che «consentirà l’attivazione delle nuove strutture a partire dall’8 gennaio fino al 30 aprile».

Ancora, «ogni giorno durante tutto l’anno – scrive l’assessore –, l’amministrazione capitolina evita che oltre mille persone restino in mezzo alla strada, senza alcun supporto e servizio». Persone che «trascorrerebbero giornate senza un cibo e sarebbero costrette a passare la notte abbandonate a loro stesse. Invece Roma Capitale garantisce loro un posto letto, un pasto caldo, una doccia, abiti puliti, coperte, consulenza legale, assistenza sociale, supporto nella ricerca di un impiego e la possibilità di iniziare un percorso di affrancamento dalla condizione di fragilità e raggiungimento dell’autonomia». Un «enorme lavoro» reso possibile «anche grazie alla collaborazione con realtà come Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio, Caritas, Esercito della Salvezza, Opera Don Calabria», strutture «finanziate dall’amministrazione capitolina».

Pino Ciociola, «La giornata tragica, morti 4 senza dimora da Trento a Sorrento. Nuovo dramma a Roma, in zona Tiburtina. Il Campidoglio: pronti altri 150 posti coperti», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 9.

Messico 3 – Trovate su un taxi 5 teste mozzate. Il 2017, l’anno più buio per le esecuzioni

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«Il mio governo ridurrà gli omicidi, i sequestri e le estorsioni, delitti che hanno un terribile impatto sui cittadini». Tale slogan, dopo il bagno di sangue scatenato dalla “guerra ai narcos” del predecessore Felipe Calderón, era stato determinante per la vittoria del presidente Enrique Peña Nieto, del Partido revolucionario institucional (Pri). Sei anni dopo, la violenza in Messico non è calata. Anzi è cresciuta ulteriormente, tanto che il 2017 sarà ricordato come l’anno più sanguinoso della storia recente del Paese.

I dati – disponibili fino al 30 novembre – hanno registrato 26.574 assassinii, in media ottanta morti al giorno. Tra questi, undici giornalisti e quattro sacerdoti, in entrambi i casi i tristi record mondiali per «categoria».

L’ultimo dramma ieri nello Stato orientale di Veracruz, dove la polizia ha confermato di aver trovato, giovedì scorso, cinque teste mozzate e abbandonate sul cofano di un taxi risultato rubato: sulla macabra scena anche un messaggio minaccioso firmato dal cartello della droga New Generation. I cartelli sono in conflitto per il controllo del redditizio business dei furti di carburante della regione.

Nel frattempo, come sottolineava di recente in una nota l’arcidiocesi di Città del Messico, la corruzione ha raggiunto livelli a dir poco «allarmanti».

Non sorprende, dunque, che la popolarità dell’attuale governo sia ai minimi storici.

Il che pesa sulle spalle del candidato del Pri, José Antonio Meade, alle presidenziali di luglio. Al momento, in testa ai sondaggi è lo sfidante di centrosinistra del Movimiento de regeneración nacional (Morena), Andrés López Obrador. A incalzarlo è Ricardo Anaya, rappresentante del Frente por México, un’inedita alleanza tra il partito di centro-destra, Pan, e la sinistra del Prd.

Lucia Capuzzi, in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 4.

Foto: Fiaccolata per i napoletano scomparsi in Messico

Messico 2 – Esportata anche l’idea del «reimpiego sociale»

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Baruzzo (Libera): «Bloccare il profitto è imprescindibile per sconfiggere le organizzazioni»

La convinzione dell’urgenza di rendere alla società quanto le era stato sottratto dal crimine l’ha maturata nelle lunghe passeggiate in Puglia. Là, negli incontri con Libera, Carlos Cruz – presidente di Cauce Ciudadano, organizzazione della rete antimafia dell’America Latina legata a “Libera” – , ha visto i ragazzini e adulti studiare, giocare e lavorare in quelle che, fino a poco tempo prima, erano stati feudi dei boss. Così ha capito che quella era la strada maestra per combattere i narcos nel suo Paese, il Messico.

«Come dice la Convenzione di Palermo, il fine del crimine organizzato è il profitto. Bloccare quest’ultimo è imprescindibile per sconfiggerlo. Non è, però, sufficiente confiscare i beni alle mafie, venderli o metterli all’asta. Devono essere rimessi a disposizione della società », spiega Giulia Baruzzo del settore internazionale di Libera.

L’organizzazione, fondata da don Luigi Ciotti, nel 1996, è riuscita a far approvare in Italia la legge sul riutilizzo sociale di quanto confiscato alla delinquenza organizzata. Un provvedimento inedito. Che il nostro Paese ha “esportato” in Europa, con la direttiva 42 del 2014. E ora anche in America Latina. «La norma ad hoc contenuta nella Costituzione di Città del Messico è il risultato di anni di lavoro nel Continente. Cominciato nel 2005, con la creazione di Alas-América Latina alternativa sociale, coordinata da Libera. Una rete di associazioni impegnate in diversi settori ma unite dall’obiettivo comune di opporsi alla distruzione del tessuto sociale operata dal crimine organizzato e dalla corruzione – prosegue Baruzzo –. La collaborazione è basata sullo scambio reciproco di “buone pratiche”».

In tal senso, Libera ha fatto conoscere il “reimpiego sociale”. Un passo ulteriore fondamentale rispetto all’esproprio. Perché rompe, a livello culturale e di percezione cittadina, il tabù dell’invincibilità delle mafie.

Non è facile, però, far passare tale principio in America Latina. Se la confisca è pratica comune – a fare da apripista è stata la Colombia, con la normativa 133 del 1996 –, il riutilizzo stenta ad affermarsi. «La legge guatemalteca del 2011 ha fatto qualche timido passo in questa direzione – sottolinea Baruzzo –. In Argentina, invece, più della normativa, è stato il lavoro dal basso della Fondazione Alameda, impegnata nella lotta alla tratta e allo sfruttamento della manodopera, a far nascere cooperative dove prima c’erano laboratori mandati avanti da lavoratori- schiavi». Si tratta, però, ancora di casi isolati.

«Il principale ostacolo al reimpiego sistematico è l’assenza di registri aggiornati dei beni sequestrati al crimine». Il che favorisce il ritorno di questi ultimi agli illegittimi proprietari mediante vendite pilotate. «Solo il controllo della società può ridurre tale rischio», conclude Baruzzo.

Lucia Capuzzi, «Esportata anche l’idea del “reimpiego sociale”», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 4.

Foto: Sequestro di denaro proveniente dal traffico di droga a una gang di narcos messicani

Messico 1 – Città del Messico ci prova: restituirà i beni dei narcos. Le proprietà sequestrate affidate per legge alla gente

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Lo Stato della capitale, per la prima volta in America Latina, introduce la norma dell’assegnazione ai cittadini delle confische. L’esperienza dell’Italia è stata l’esempio. «I militari non bastano»

«Le autorità adotteranno misure amministrative, legislative, di bilancio e giudiziarie» al fine di «smantellare la struttura patrimoniale della delinquenza, garantendo il riutilizzo sociale dei beni» confiscati. La “rivoluzione” nella lotta alla criminalità organizzata è partita da Città del Messico.

La capitale, due anni fa, è diventata a tutti gli effetti uno dei 32 Stati che compongono la Repubblica messicana. Come tale, si è dotata di una propria Costituzione, che entrerà in vigore a settembre. È quest’ultima a sancire, per la prima volta in Messico e in America Latina, il principio della restituzione alla comunità dei beni sottratti alle mafie. Il «riutilizzo sociale», appunto.

Non si tratta di una questione di poco conto per una delle nazioni epicentro del narcotraffico mondiale. Una piaga che, negli ultimi undici anni, i successivi governi – di diverso orientamento politico – hanno scelto di affrontare “manu militari”. Nel senso letterale del termine. Nel 2006, l’ex presidente Felipe Calderón ha dispiegato l’esercito in funzione anti-crimine. Il successore, Enrique Peña Nieto, lo ha ritirato, salvo poi riportarlo per le strade, attribuendogli funzioni di polizia, con la recente legge per la sicurezza. Approvata a dicembre nonostante le critiche dell’Onu, la Corte interamericana per i diritti umani e gli attivisti. E nonostante l’evidente inefficacia della strategia.

L’impiego dei militari ha fatto crescere esponenzialmente la violenza: nel 2017, si è raggiunto il tragico record di duemila morti ammazzati al mese. In compenso, la potenza dei narcos non solo non è diminuita. Bensì è cresciuta: interi pezzi di istituzioni – e di Paese – sono nelle loro mani. «È, dunque, il momento di cambiare strada. E di affrontare il nocciolo del problema: lo smantellamento patrimoniale delle reti politiche- criminali-imprenditoriali. Cioè colpire le mafie là dove fa loro più male: il portafoglio. Per sconfiggerle è necessario sottrarre loro le risorse con cui comprano gli arsenali, corrompono i funzionali, pagano gli eserciti di sicari», spiega ad Avvenire, Carlos Cruz, presidente di Cauce Ciudadano. L’organizzazione è uno dei pilastri di Red Retoño, referente messicano di “Alas-America Latina alternativa social”, la rete antimafia in America Latina, coordinata da Libera. Proprio l’esempio italiano ha mostrato a Cruz – uno dei 66 costituenti incaricati di scrivere la Carta fondamentale di Città del Messico – la centralità del riuso sociale dei beni confiscati nella lotta al crimine. «C’è, in primo luogo, l’aspetto economico. Gli arresti eccellenti – la storia recente lo ha dimostrato – non bastano, da soli, a sconfiggere i narcos. Catturato il capo, il gruppo non scompare perché la struttura ha le risorse per restare in piedi. La lotta deve, dunque, concentrarsi su queste ultime: senza denaro, la mafia non può andare avanti», afferma Cruz, impegnato nel riscattare i giovani dalle reti delle mafie, dopo un passato da pandillero (esponente di una gang). Non è, però, sufficiente, sequestrare i beni ai cartelli della droga. È fondamentale assicurarsi che non tornino ai narcos per «vie traverse», mediante prestanome. Il modo più sicuro, data la corruzione imperante, «è la consegna di quelle risorse alla comunità».

C’è, inoltre, un potente aspetto simbolico. I narcos spesso elargiscono «briciole» alla comunità come regalia, per dimostrare il loro potere.

«L’uso sociale – conclude – svela l’inganno, affermando il diritto all’intero corpo sociale, razziato dal crimine, di essere risarcito. Per tale ragione, la Costituzione di Città del Messico rappresenta una svolta. La sfida ora è far entrare tale principio nella leggi nazionali del Messico e del resto dell’America Latina».

Lucia Capuzzi, «Città del Messico ci prova: restituirà i beni dei narcos. Le proprietà sequestrate affidate per legge alla gente», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 4.

Foto: Le milizie dei narcos che dettano legge in diversi Stati della Federazione messicana: si stima (in attesa dei dati definitivi) che saranno quasi trentamila le persone assassinate soltanto nel 2017 nel Paese americano

Le cifre

26.574

Le persone uccise nel 2017 nella guerra dei narcos: in media 80 al giorno

0,1%

È la quota dei proventi annuali del crimine organizzato sequestrati: 32,5 milioni di dollari contro un giro d’affari di 58,5 miliardi

Da “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 4.

Il Santo del giorno/31 gennaio – San Giovanni Bosco

san juan bosco

Nulla è più prezioso per i giovani di qualcuno che creda in loro, di un maestro in grado di farsi compagno e di camminare assieme a loro verso la vita adulta. Oggi san Giovanni Bosco ci richiama con forza a questo stile educativo di cui egli fu autentico profeta. Una profezia che rappresenta un tesoro prezioso nell’anno in cui la Chiesa intera si prepara a vivere il Sinodo dedicato alle nuove generazioni: in don Bosco questo percorso ha un perfetto “patrono”.

Nato a Castelnuovo d’Asti nel 1815, divenne sacerdote nel 1841, vivendo da subito il proprio ministero a servizio della gioventù. La sua “avventura” partì da Valdocco, cuore e “capitale” della sua eredità, poi coltivata dalle congregazioni da lui fondate: i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Morì nel 1888.

Matteo Liut, «Un maestro che seppe credere nei giovani», in “Avvenire”, mercoledì 31 gennaio 2018, p. 2.