Riflessioni sulla Parola di Dio 2 – Domenica fra l’Ottava di Natale, Santa Famiglia – Anno B – Il bambino cresceva e si fortificava

san-giuseppe

Lc 2,22-40

Se nel giorno di Natale abbiamo contemplato l’evento puntuale della nascita di Gesù a Betlemme e la sua adorazione da parte dei pastori, i poveri di Israele (cf. Lc 2,1-20), la pagina evangelica odierna attira la nostra attenzione su un altro aspetto del mistero della sua venuta nella carne. L’incarnazione comprende anche la crescita di Gesù, il suo divenire uomo nello spazio di una famiglia precisa e di un ambiente sociale e religioso determinato: è in questo contesto terreno e ordinario che «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui».

Gesù ha conosciuto una crescita umana e spirituale, affettiva e psicologica, così come ogni essere umano è chiamato a fare nella propria limitatezza, nella propria particolare situazione esistenziale: il Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo «mettendo tra parentesi la sua forma divina» (Adolphe Gesché), ha assunto la forma umana e ha condiviso in tutto la nostra condizione umana, senza però commettere peccato (cf. Eb 2,15), restando cioè pienamente fedele e obbediente al Padre. È importante sottolineare il quotidiano e faticoso “divenire uomo” da parte di Gesù, che abbraccia tutti gli aspetti della sua umanità, a partire dall’obbedienza ai suoi genitori: da loro, come ogni neonato, egli dipende totalmente nei primi tempi della sua vita. È proprio passando attraverso questo amore accolto su di sé che egli diverrà una persona capace di relazioni e di «amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), fino al dono della vita per amore del Padre e degli uomini e donne, suoi fratelli e sorelle.

Ma oltre all’ambiente familiare Gesù ha conosciuto anche un ambiente sociale e religioso in cui è stato inserito fin dalla sua nascita. E così al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza e delle benedizioni (cf. Lc 2,21); poi al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Torah, lo portano al tempio di Gerusalemme «per presentarlo al Signore». Essi offrono «il sacrificio dei poveri» – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lv 5,7; 12,8), per loro troppo costoso – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste.

Ma questa obbedienza diviene ormai, per la presenza di Gesù, compimento della Legge: presentato al tempio, Gesù non viene riscattato mediante il pagamento di una somma di denaro, perché è lui stesso il riscatto, «la redenzione di Gerusalemme», colui che è venuto a dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,45; Mt 20,28); non viene santificato, come esigeva la Legge per ogni primogenito (cf. Es 13,2), ma viene riconosciuto Santo, come già era stato proclamato per bocca dell’angelo (cf. Lc 1,35). Insomma, per quanto al momento possa apparire paradossale – ma è il paradosso cristiano della forza nella debolezza (cf. 2Cor 12,10) – il neonato Gesù «entra nel suo tempio come Signore», secondo le parole di Malachia (cf. Ml 3,1), l’ultimo profeta dell’Antico Testamento!

Al tempio il riconoscimento di Gesù avviene innanzitutto ad opera di Simeone e Anna, due anziani credenti che vivono la condizione di “poveri del Signore” (‘anawim), quell’umile resto di Israele che confidava solo nel Signore (cf. Sof 3,12-13) e attendeva con trepidazione la venuta del suo Messia. Illuminato dallo Spirito santo, Simeone, «uomo giusto e timorato di Dio», accoglie tra le sue braccia il bambino e scioglie a Dio il suo canto di benedizione, il celebre Nunc dimittis (che la chiesa ci fa proclamare ogni sera nell’ultima preghiera della giornata prima di coricarci, l’ufficio di compieta): egli ormai può morire in una grande pace, perché i suoi occhi hanno contemplato in quel bambino la salvezza di Dio, colui che è «luce per la rivelazione alle genti e gloria del popolo di Israele». A Simeone si può dunque applicare la beatitudine riferita da Luca più avanti e rivolta da Gesù ai suoi discepoli: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono» (Lc 10,23-24).

L’incontro tra Gesù e Simeone è inoltre carico di suggestioni e di molteplici significati: sono l’uno davanti all’altro un vecchio e un bambino, l’Antico e il Nuovo Testamento, la secolare attesa e il definitivo compimento. Di più, Simeone rivela a Maria che Gesù lungo tutta la sua vita sarà «un segno che viene contraddetto e che svela i pensieri profondi di molti cuori». Di fronte a Gesù, «venuto a portare sulla terra la divisione» (cf. Lc 12,51), occorre prendere posizione qui e ora; meglio, occorre decidere se accettare o rifiutare che sia lui a giudicare con la sua luce la nostra vita, a rischiarare le nostre tenebre (cf. Gv 1,5).

Al tempio c’è anche Anna, un’anziana profetessa, vedova, che da molti anni vive nel luogo santo, «servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere». Dopo essersi lungamente preparata con tutte le sue forze all’incontro decisivo con la salvezza di Dio, questa donna credente intuisce grazie all’intelligenza della fede che è finalmente arrivata l’ora del compimento atteso. Così, alla sera della sua vita, Anna loda il Dio fedele, che mantiene sempre le sue promesse, e annuncia il bambino quale Redentore e Salvatore. Nell’ottica dell’evangelista Luca, ella incarna già la missione del discepolo di Gesù Cristo, che – come il suo Maestro (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2) – annuncia a tutti coloro che incontra la liberazione, il riscatto da ogni forma di male e di schiavitù, la possibilità di un concreto mutamento delle vicende umane alla luce del Regno che viene (cf. Lc 9,1-2).

I due anziani profeti non “trattengono” per sé Gesù ma si rallegrano di condividere con tutti la rivelazione della salvezza compiutasi in questo bambino. Più si è spogli di sé, poveri, più si è liberi, dunque capaci di accogliere la buona notizia del Vangelo, di assumerla nella propria vita e dunque di testimoniarla con chiarezza e semplicità a chi desidera accoglierla; si è capaci di condividerla con quella gioia che, secondo Luca, è il tratto distintivo dei discepoli di Gesù Cristo. In questo stile di vita, che accoglie e condivide con gratuità i doni del Signore, sempre più grandi delle attese umane, consiste la ricompensa sovrabbondante concessa a Simeone e Anna, che anche ciascuno di noi può sperimentare.

Leggendo questa pagina evangelica, siamo dunque condotti a comprendere che, per incontrare in verità il Signore Gesù e riconoscere la sua qualità di Salvatore di tutta l’umanità, sono necessarie la povertà di spirito e l’attesa perseverante testimoniate da questi due anziani credenti, nonché l’obbedienza alla volontà di Dio vissuta dai suoi genitori. È richiesta la disponibilità a «offrire i propri corpi», cioè tutta la propria vita, «in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (cf. Rm 12,1): questo è il modo più efficace per esprimere il nostro desiderio dell’incontro già oggi e poi definitivo, dopo la morte, con il Signore delle nostre vite.

Fin dai primi giorni terreni di Gesù, un neonato ancora incapace di parlare, si manifesta nella storia il disegno d’amore realizzato da Dio attraverso di lui: la venuta del Figlio di Dio nella carne «ci insegna a vivere» (cf. Tt 2,12), facendo della vita un cammino di obbedienza alla nostra condizione di creature volute e amate da Dio; e ci insegna a morire, facendo liberamente della nostra morte un atto d’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle, alla sequela del Signore Gesù.

Enzo Bianchi, «Il bambino cresceva e si fortificava», in “L’Osservatore Romano, il Settimanale”, giovedì 21 dicembre 2017, N. 51 (3.923), pp. 14-15.

Foto: Gerrit van Honthorst, «San Giuseppe e il giovane Gesù» 1620 – Hermitage, San Pietroburgo.

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Natale 3 – Il vero Natale

Vero significato del Natale

C’è una corsa frenetica
a comperare presenti per sé e per gli altri.
Cancelliamo comperare
e al suo posto mettiamoci essere:
saremo presenti.

 

Lo sport più diffuso in questo tempo
è avvolgere pacchettini,
regali e doni:
via pacchetti, regali e doni
e a Natale
avvolgiamo qualcuno con il nostro calore.

 

Cartoline , e-mail e messaggini si sprecano,
a volte vuoti, scontati e banali.
In questo Natale
vogliamo inviare benedizioni,
pace e buoni auspici col cuore.

 

Per il cenone di Natale
e altri cenoni sparsi qua e là
si compra tanto cibo:
cancelliamo si compra
e al suo posto mettiamoci
dar cibo a chi ha fame.

 

C’è un via vai nei negozi
per comperare vestiti nuovi,
una corsa all’ultimo regalo.
Ancora una volta basta comperare
e diamo vestiti che non usiamo
a chi non ne ha.

 

Siamo stregati nel vedere le luci di natale,
questo sfolgorio che ci inebria:
se al posto di vedere le luci,
siamo noi stessi luce,
il mondo sarebbe più luminoso.

 

Solo così l’ansia darebbe posto alla serenità
e Gesù non sarebbe nato invano;
perché come dice Kahlil Gibran,
“il primo pensiero di Dio fu un angelo,
la prima parola di Dio fu un uomo”,
l’uomo Dio nato per proiettarci all’infinito.

 

p. Gianni Fanzolato

Preghiere per il Natale 5 – Come potremo ricambiare… una degnazione così grande?

Come potremo ricambiare

Come potremmo ricambiare nel modo dovuto
una degnazione così grande
e così piena di amore?

L’Unigenito Dio, unico
per l’ineffabile origine divina,
inseritosi nel grembo della Vergine Santa,
cresce nella forma di un essere umano.

Chi contiene tutto
e nel quale e per il quale
ogni cosa sussiste,
viene dato alla luce
secondo le leggi dell’umano;
colui, alla cui voce
gli arcangeli e gli angeli tremano,
il cielo e la terra,
e tutti gli elementi di questo mondo
si dissolvono,
l’Invisibile,
egli, che non può essere contenuto
in nessuna umana realtà,
colui che non si può vedere,
sentire, toccare,
ecco, è nel giaciglio
stretto da fasce.

Chi riflette a queste cose,
indegne di un Dio,
sentirà tanto più di essere amato,
proprio perché sono in contrasto
con la grandezza divina.

Colui, per mezzo del quale
l’uomo è stato fatto,
non aveva bisogno di divenire uomo;
ma noi avevamo bisogno che Dio
diventasse uomo
e abitasse in noi;
cioè, assumendo l’umanità,
abitasse all’interno di tutti noi.

La sua umiliazione è la nostra grandezza,
la sua degradazione è il nostro onore;
da un parte l’incarnazione di Dio
e dall’altra, per contro,
la nostra rinascita in Dio.

Ilario di Poitiers

Tempo di Natale 7 – Settimo giorno fra l’ottava di Natale

san-silvestro

1 Gv 2,18-21; Gv 1,1-18

Ultimo giorno dell’anno. Giorno di ringraziamento. Per tutto. Perché, nonostante tutto, il Signore ci è sempre stato vicino, trecentosessantacinque giorni su trecentosessantacinque. Anche quando non ce ne siamo resi conto, anzi, anche quando talvolta ci siamo rivolti a Lui dicendo: Signore, ma dove sei?

Di ultimo giorno, anzi, di «ultima ora» ci parla anche Giovanni nella prima lettura. L’argomento “fine del mondo” è sempre stato molto presente nelle prime comunità cristiane. E non sempre in maniera corretta, deludendo un po’ i più convinti della sua imminenza e inducendo talvolta a comportamenti non in sintonia con la loro fede. Anche allora si davano cristiani encomiabili e altri che lo erano solo per il battesimo, ma non per la vita che conducevano.

Giovanni mette in guardia i suoi fedeli contro le varie deviazioni e i falsi maestri. È vero, sì – sembra dire – questa è l’ultima ora, ma nel senso che è iniziata l’ultima tappa del mondo che va verso la manifestazione finale e definitiva di Cristo. Proprio per questo è necessario mantenersi fedeli senza deviare ad ogni soffiar di vento e impegnarsi alla costruzione del “regno”.

Al di là dei termini apocalittici usati, Giovanni indica un percorso da seguire nell’oggi della storia: c’è una «verità», quella del vangelo che è l’autentica rivelazione, e c’è una «menzogna» che è la negazione di quel messaggio. Al centro di tutto c’è Gesù Cristo che «è la verità» (cfr Gv 14,6): chi la conosce non può contrastarla perché ha ricevuto l’«unzione», cioè il dono dello Spirito Santo.

Giustamente la liturgia ripropone ancora la profonda pagina con cui Giovanni dà inizio al vangelo che porta il suo nome: è Cristo la Parola che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Molti, purtroppo, anche tra i suoi, tra coloro cioè che appartengono al popolo di Dio «non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio».

A noi è stato concesso il dono di accoglierLo… Anche per questo, soprattutto per questo, noi innalziamo oggi la nostra lode e il nostro ringraziamento; il Signore si è posto sulla nostra strada e ha camminato con noi, nei giorni felici e in quelli più tristi, nella convinzione che, comunque, lui ha condiviso con noi pene e gioie in vista dell’incontro finale allo scoccare dell’«ultima ora» che ha già incominciato il suo giro.

Lectio divina – Santa Famiglia – Anno C

La famiglia di Gesù

Prima lettura: 1Samuele 1,20-22.24-28

20Al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto». 21Quando poi Elkana andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, 22Anna non andò, perché disse al marito: «Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre». 24Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo. 25Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli e 26lei disse: «Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. 27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. 28Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore». E si prostrarono là davanti al Signore.

L’esperienza di Anna è quella di una maternità sofferta. La donna è sterile e viene nel santuario di Silo a chiedere a Dio la grazia di un figlio (1Sam 1,9-19). Il sacerdote che osserva il fervore della sua preghiera si sente autorizzato a darle una risposta rassicuratrice: «Va in pace e il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto» (1,17).

Secondo l’attesa nasce il bambino desiderato. Ma c’è ora da adempiere  l’impegno preso al momento della desolazione. «Io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita», aveva detto nel dolore (1,11). Il piccolo Samuele è il figlio della promessa, come il suo stesso nome ricorda «Il Signore ha ascoltato».

Ora che il bambino è in qualche modo autosufficiente, Anna compie il suo pellegrinaggio verso il santuario di Silo per presentarsi alla faccia del Signore. E per ricevere sicura udienza offre prima un sacrificio di propiziazione e quindi presenta il bambino per offrirlo al servizio del luogo sacro…

«Il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda» (1,27-28). Non è un baratto, ma una coerenza del proprio credo. Se JHWH dona deve anche ricevere.

È la logica che ha guidato a suo tempo i passi di Abramo, il padre dei credenti. Pure lui aveva ricevuto miracolosamente un figlio e cede senza discutere alle richieste di chi glielo aveva accordato, ma la prontezza, quindi la sua fede, è il presupposto per riaverlo nuovamente (Gn 22).

Samuele è consegnato al Signore e rimarrà nel santuario di Silo alla scuola del gran sacerdote Eli; non ritornerà a Ramataim, nelle montagne di Efraim, con i genitori, ma diventerà presto la guida spirituale di tutto Israele. «Da Dan a Bersheba», da un estremo all’altro del paese, tutto il popolo seppe «che era stato costituito profeta del Signore» (1Sam 3,20). Iddio non si era lasciato vincere in generosità.

E la madre che aveva pianto per la sua sterilità, per la carenza, di un figlio, ora che l’ha perso donandolo al Signore non è afflitta ma, piena di esultanza, intona un canto di gioia e di ringraziamento che sarà l’anticipo del Magnificat di Maria (2,1-10; cf. Lc 1,46-55).

Seconda lettura: 1Giovanni 3,1-2.21-24

Carissimi, vedete 1quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, 22e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. 23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. 24Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Le «Lettere» di Giovanni fanno parte di quelle chiamate «cattoliche» dirette cioè non a una singola chiesa, ma a una cerchia più ampia di credenti, in pratica alle comunità cristiane di Asia che registrano nel loro interno i primi attriti e le prime divisioni.

La condizione del cristiano, secondo l’autore della lettera, è unica, poiché in virtù della sua fede e della rigenerazione battesimale è passato realmente in uno stato di vita nuova che è quello dei figli di Dio.

Il discorso non è propriamente teologico, ma pratico e soprattutto pastorale. Il «figlio» è colui che è generato dal seno del padre (cf. Gv 1,13.18) non tanto un prodotto della sua potenza. Tra le cose, gli esseri e l’uomo c’è per l’autore biblico, davanti a Dio, una grande differenza, poiché solo l’uomo è a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1,26).

Il nuovo Testamento fa un passo avanti e stabilisce tra Dio e l’uomo una relazionalità, quasi una parentela che induce il primo a chiamarsi «padre» e il secondo a dirsi «figlio». È  sempre un linguaggio analogico, mutuato cioè dal mondo degli uomini dove la relazione più intima e più cara che esiste tra persone è quella tra i genitori e i figli.

Il cristiano è colui che ha accettato la testimonianza di Gesù Cristo, vive secondo le sue proposte, soprattutto si prova ad amare i suoi simili, persino i nemici. Egli vive secondo una perfezione che solo Dio possiede. «Se così farete, perdonate cioè anche a quelli che non lo meritano, sarete perfetti come il Padre vostro che è nei cieli» ricordano Matteo e Luca (5,43-48; 6,36:23,34).

La lettera di Giovanni richiama questa dignità del cristiano che può far propri gli atteggiamenti e i sentimenti di Dio. Non si tratta di un titolo accademico, di una onorificenza gratuita, ma di una promozione che nasce sì dalla fede in Cristo, soprattutto però dall’assunzione dei suoi insegnamenti a programma di vita. È l’essere veramente cristiani, cioè il tentativo di imitare il grado di carità di Gesù Cristo che rende un uomo figlio di Dio.

Il passo centrale di tutta la lettera è sempre 1,3-7, soprattutto la frase «Dio è luce in cui non ci sono tenebre; se camminiamo nella luce come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri».

La filiazione divina si rivela nel grado di capacità di accoglienza degli uomini, cioè nel grado di amore verso i fratelli. La comunione con Dio, la dimora in lui, la paternità e la filiazione, temi della lettera, si identificano alla fine con l’imitazione di Cristo, con l’amore degli uni verso gli altri.

Non sono tanto i sentimenti quanto i comportamenti che rivelano la dignità del cristiano.

Vangelo: Luca 2,41-52

41I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. 43Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. 51Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Esegesi

Luca conclude, con il brano 2,41-52, il racconto dell’infanzia di Gesù. Dopo il dittico degli annunzi (1,5-55) e delle nascite (1,57-2,20) in cui la persona e la missione di Gesù ha il suo risalto soprattutto nel confronto con la figura di Giovanni (simbolo dell’antica alleanza), quella di Maria (la comunità dei credenti) e con Elisabetta (la sinagoga) seguono due quadri che si possono chiamare delle «ascensioni di Gesù al tempio di Gerusalemme», che costituiscono o meglio anticipano l’apoteosi del Cristo nel luogo dell’antico culto e davanti ai dottori d’Israele che rimangono confusi e ammirati davanti alla sapienza del nuovo rabbi che ormai ha eclissato la loro autorità.

La storia non era andata così, ma l’evangelista non racconta ciò che era realmente accaduto, ma che avrebbe dovuto o dovrebbe accadere: Israele si convertirà e riconoscerà il messia che Dio ha inviato al suo popolo e nello stesso tempo alle genti (Lc 2,32).

Il testo di Lc 2,41-52 (come quello di Lc 2,21-40) sotto le parvenze di una cronaca è una pagina di alta teologia o se si vuole di profonda cristologia. Il figlio del falegname di cui i nazaretani conoscono i familiari, la madre, le sorelle, i fratelli e che per questo rifiutano di ascoltare è il maestro di sapienza, il salvatore di tutti gli uomini

Il racconto di Lc 2,41-52 ha l’aria di un episodio, ma il messaggio supera la sua portata aneddotica; bisogna seguire la sua trama, ma senza perdere di vista le alte intenzioni dell’autore.

Il pellegrinaggio della S. Famiglia a Gerusalemme è l’occasione o il pretesto della visita di Gesù al tempio.

L’evangelista descrive la fase iniziale della manifestazione di Gesù ma sembra che pensi soprattutto all’ultima, quella che compirà pure in occasione della pasqua.

La separazione di Gesù dai genitori, lo smarrimento può apparire inverosimile, ma è soprattutto misterioso. Segnala la strada di Cristo che è solitaria. Gesù è accompagnato dai genitori nella sua infanzia, ma quando deve dar compimento alla sua missione è solo. Neanche gli apostoli gli sono di grande aiuto, piuttosto di intralcio. Essi l’abbandonano anche nell’ora del Getsemani che si conclude con la condanna capitale.

Giuseppe e Maria sono persone reali e simboliche; sono i genitori di Gesù, ma anche i prototipi della comunità credente. Essi si preoccupano del figlio; lo ricercano, lo ritrovano e si preoccupano di capire le ragioni del suo comportamento.

La domanda «Figlio, perché ci hai fatto questo?» riassume secoli di teologia. In altri tempi si dirà: «Cur Deus homo?» (Perché Dio si è fatto uomo?) oppure: «Perché la croce?». La morte di Cristo è il problema che ha fatto perdere l’orientazione agli apostoli, ha atterrito Paolo e rende perplessi quanti si provano a riflettervi sopra. «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», dice Maria coinvolgendo nella sua angoscia lo sposo e l’intera comunità.

I «tre» giorni della sparizione possono contenere un’allusione ai tre giorni della sepoltura, della scomparsa di Gesù dallo sguardo dei suoi fratelli e quindi possono contenere un richiamo alla sua passione e morte.

La risposta alla domanda di Maria e di quanti ella rappresenta non è una spiegazione ma un invito ad accettare le disposizioni che vengono dall’alto anche se non si comprendono. Al «Figlio, perché ci hai fatto questo?» segue un «Perché mi cercavate?». Ogni ricerca sulle scelte di Gesù sfocia in un bivio oltre il quale non è possibile indagare. C’è un imperativo, un dovere a cui occorre solo sottostare.

La strada della salvezza è segnata da colui che l’ha decisa; ne ha stabiliti i percorsi e le modalità di attuazione; l’uomo deve solo seguirli. È quanto Gesù confessa alla madre e a quanti condividono le sue perplessità.

«Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Egli è, come tutti, «nato da donna», ma è anche «figlio» cioè un prediletto di Dio, un suo particolare inviato, incaricato di una speciale missione in mezzo agli uomini che è quella di richiamarli alla loro vera origine, al rapporto familiare o filiale che hanno con Dio.

L’appellativo «padre» rivolto a Dio è quello che tutti debbono far proprio al posto di altri più solenni (Signore, altissimo, onnipotente) ma meno opportuni. Gesù tenterà innanzitutto di rinnovare i rapporti dell’uomo con Dio, sottraendolo alla subordinazione e introducendolo nel cuore della sua famiglia. Una «profanazione» che gli costerà la vita, ma egli non può deflettere da quel «dovere» che segna tutta la sua esistenza: sempre incompreso, sempre frainteso, persino dai propri intimi che vengono a prenderlo perché lo credono fuori di sé (Mc 3,21).

La strada di Dio non è la strada degli uomini, per accettarla bisogna rinunciare a capire; occorre solo credere. È quanto Maria sembra suggerire. L’evangelista nota che «essi non compresero» (2,50) ma non aggiunge che per questo non credettero, come invece asserisce Giovanni a proposito dei «fratelli» (Gv 7,5) o fa capire parlando dei suoi avversari.

Maria e Giuseppe non compresero, ma anche questa volta riflettono sulle cose udite, le confrontano con altre nel tentativo di riuscire se non a capirle a poterle far proprie, cioè ad accettarle, a credere (cf. Lc 2 19).

La prima parte del quadro è offuscato dall’ombra della separazione ma la seconda è mondata dalla luce del ritrovamento e del trionfo (2,46-47). Sono messe a confronto tra di loro le due fasi della vita di Gesù: quella terrestre che si chiude sulla croce e nella tomba e quella gloriosa che si apre con la vittoria sui nemici e sulla morte (risurrezione).

La scena di Gesù in mezzo ai dottori è nuova, più che storica è soprattutto simbolica, profetica. Di fatto Gesù aveva finito la sua esistenza ignominiosamente, con una disfatta, ma è stata una sconfitta che si e trasformata in vittoria. «Presto vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza», aveva detto Gesù ai sinedriti che stavano condannandolo (Mc 14,62).

Il profeta che pochi avevano ascoltato e che pochissimi avevano accettato può parlare ora dal luogo più sacro della terra, accanto alla sede dell’unico e vero Dio e dove le più venerande autorità d’Israele avevano le loro cattedre. Esse sembrano scomparse e quelli che erano i maestri indiscussi della parola di Dio sono se non ai piedi al fianco del nuovo rabbi. È lui che fa loro le domande e in qualche modo orienta le loro risposte. Anche se sembra un ascoltatore, nella mente dell’evangelista è il dottore che ha preso il posto di Mosè ed Elia e dà prova della sua indiscussa autorità (cf. Lc 9,36).

Quelli che erano stati i più agguerriti avversari di Gesù, appunto gli scribi, i farisei e i dottori della legge, pendono ora dalle sue labbra e quello che è più sorprendente, invece che dall’ira sono pervasi dallo stupore e dalla gioia.

La situazione si è rovesciata. L’umile profeta galileo è diventato il maestro che parla dai cortili del tempio, il luogo ufficiale degli interpreti della Legge, e ad ascoltarlo sono le classi dirigenti, i maestri d’Israele proprio quelli che l’avevano rifiutato e fatto condannare a morte.

È una proiezione profetica e un auspicio che Luca ha davanti ai suoi occhi e propone ai suoi lettori. Mentre racconta la prima esistenza di Gesù guarda con ottimismo al futuro della salvezza cristiana e soprattutto al suo rapporto con l’antico Israele.

Meditazione

Celebriamo oggi la festa della Santa Famiglia di Nazaret. Anche se normalmente questa piccola comunità viene ritenuta “straordinaria” e non confrontabile con le nostre ordinarie esperienze famigliari, il racconto evangelico odierno può forse farci rivedere tale giudizio, mostrandoci come la vicenda di Giuseppe, Maria e Gesù sia molto più vicina, “simpatica” e addirittura imitabile da una qualsiasi famiglia che voglia davvero far crescere tutti i suoi membri.

Il brano, riportato dal solo Luca, apre uno squarcio nel silenzio dei trent’anni trascorsi da Gesù in famiglia. Ci narra una vicenda svoltasi, significativamente, nell’anno in cui Gesù giunge alla maturità religiosa: a dodici anni, infatti, si diviene bar mitzwa, figlio del comandamento, e si è tenuti all’ascolto operoso della parola di Dio.

In modo esplicitamente ricercato o accogliendo le sollecitazioni della vita, tutti noi abbiamo vissuto degli avvenimenti simbolici che hanno segnato alcune tappe, alcune svolte fondamentali della nostra esistenza: dal non dormire più nella camera dei genitori al ricevere le chiavi di casa, dalla scelta della scuola e del lavoro al primo viaggio in solitudine, dalla ricerca di una autentica amicizia alla prima preghiera fatta liberamente, senza la necessità di compiacere alcuno… Sono “riti” che si imprimono nella carne, nella memoria profonda di ognuno e ai quali vale la pena talvolta ritornare per ripercorrere il nostro cammino, ritrovando vigore nuovo.

Queste esperienze presentano e richiedono sempre dei tratti comuni: curiosità esistenziale, ricerca di novità, coraggio di staccarsi dalle relazioni ordinarie, perseveranza… Ci si potrà dirigere verso qualcosa di proibito o di sconsigliato, di rischioso o di illecito ma anche verso qualcosa di ambito e raccomandato, di consigliato e suggerito. Potrà essere l’ambito affettivo o quello lavorativo, quello religioso o quello avventuroso… Comunque sia, lo si farà da soli! A modo proprio. E difficilmente lo si potrà esprimere e raccontare, giustificare, in modo convenzionale: ma questo può essere garanzia di autenticità. Quale genitore, seppur nel dolore del distacco, del taglio del “cordone ombelicale”, non ha la sua più grande soddisfazione nel vedere i propri figli camminare autonomamente, alla ricerca della verità e dell’autenticità? Non è forse gioia grande osservare nei figli il desiderio di superare le convenzioni per intraprendere un cammino di ricerca personale, la “propria via”? Ogni genitore conosce questo passaggio, sa che deve vigilare su di esso con prudenza. Eppure capita spessissimo che si verifica un’incapacità di leggere e capire le vicende dei propri figli. Come anche i loro linguaggi e messaggi: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (2,49).

La famiglia di Nazaret non si sottrae a questa esperienza. L’angoscia (cfr. 2,48) che arriva a investire Maria e Giuseppe cozza violentemente contro la decisa autonomia – non è una scappatella adolescenziale! – rivendicata con intensità da Gesù. E scoppia l’incomprensione…

Come quindi si diceva sopra: niente di nuovo sotto il sole! Oggi come allora. Un’esperienza di fatica, di frustrazione reciproca ma anche qualcosa di necessario, di liberante. La festa vera di una famiglia sta proprio nel veder sorgere al proprio interno una personalità adulta, nell’accompagnare la sua crescita con rispetto e discrezione – «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (2,51) -, nel ritrovare la dimensione fondamentale di coppia senza ridursi a quella di genitore, nell’accogliere gli stimoli nuovi immessi dai nuovi linguaggi. A questo proposito, il nostro testo ci consegna le prime parole di Gesù riportate dal terzo evangelista e sono una formidabile sfida e verifica del nostro cammino di fede: «Perché mi cercavate?» (2,51).

C’è dunque un mistero di morte e risurrezione dentro ogni famiglia e il nostro brano vi allude ripetutamente: Gesù viene ritrovato nel tempio dopo tre giorni (cfr. 2,46; 24,46); non si comprende la ragione di questa separazione (cfr. 2,48; 24,14); lo si ritrova dove non ci si aspettava (cfr. 2,46; 24,31). Pasqua in famiglia!

Preghiere e racconti

La casa di Nazaret

“La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del vangelo. Qui si impara a osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio, tanto semplice, umile e bella. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del vangelo e diventare discepoli del Cristo. Non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret.

In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! Silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera che Dio solo vede nel segreto.

Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile. Ci faccia vedere com’è dolce e insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro.

Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana”.

Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1965

La mamma è qui

«Il bambino amato sente che ha qualcosa di bello, di valido, e che esiste per qualcuno perché si sente scelto. Il bambino si sente scelto solamente quando c’è una figura femminile affettivamente disponibile, gratuita, permanente, che vive per lui. Non si può essere madre e padri a ore. Ogni bambino svegliandosi ha bisogno di vedere il volto della madre che gli sorride e andando a letto vuole il bacio della buona notte, la benedizione di papà e mamma e quando ritorna a casa da scuola ha il desiderio di sentirsi rispondere “la mamma è qui”.

Oreste Benzi, Per la Famiglia. La coppia oggi tra libertà dell’uomo e mistero di Dio

La Sacra Famiglia

Tre Persone e un amato
esse sono tutte e tre:
in esse un solo amore,
un amante le rendeva;
l’amato tale amante
ove ognuna d’esse vive;
perché l’essere che hanno
delle tre ognuna tiene
e ciascuna d’esse ama
chi tal essere possiede.

Questo esser è ciascuna,
questo solo le congiunge
in un nodo sì ineffabile
che ridire non si può;
infinito è per tal modo
quell’amore che le unisce,
che in tre è un solo amore,
lor sostanza essa si dice;
e l’amor quanto più uno
tanto più amor produce.

Giovanni della Croce

La famiglia, icona della Trinità

Il Signore benedica tutti i vostri progetti, miei cari fratelli. Il Signore vi dia la gioia di vivere anche l’esperienza parrocchiale in termini di famiglia. Prendiamo come modello la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito che si amano, in cui la luce gira dall’uno all’altro, l’amore, la vita, il sangue è sempre lo stesso rigeneratore dal Padre al Figlio allo Spirito, e si vogliono bene.

Il Padre il Figlio e lo Spirito hanno spezzato questo circuito un giorno e hanno voluto inserire pure noi, fratelli di Gesù. Tutti quanti noi.

Quindi invece che tre lampade, ci siamo tutti quanti noi in questo circuito per cui e la parrocchia e le vostre famiglie prendano a modello la Santissima Trinità.

Difatti la vostra famiglia dovrebbe essere l’icona della Trinità. La parrocchia, la chiesa dovrebbe essere l’icona della Trinità.

Signore, fammi finire di parlare, ma soprattutto configgi nella mente di tutti questi miei fratelli il bisogno di vivere questa esperienza grande, unica che adesso stiamo sperimentando in modo frammentario, diviso, doloroso, quello della comunione, perché la comunione reca dolore anche, tant’è che quando si spezza, tu ne soffri.

Quando si rompe un’amicizia, si piange. Quando si rompe una famiglia, ci sono i segni della distruzione.

La comunione adesso è dolorosa, è costosa, è faticosa anche quella più bella, anche quella fra madre e figlio; è contaminata dalla sofferenza. Un giorno, Signore, questa comunione la vivremo in pienezza. Saremo tutt’uno con te.

Ti preghiamo, Signore, su questa terra così arida, fa’ che tutti noi possiamo già spargere la semente di quella comunione irreversibile, che un giorno vivremo con te.

Don Tonino Bello

Preghiera dinanzi al presepe

Signore Gesù, noi ti vediamo bambino
e crediamo che tu sei il Figlio di Dio
e il nostro Salvatore.
Con Maria, con gli angeli e con i pastori
noi ti adoriamo.

Ti sei fatto povero
per farci ricchi con la tua povertà:
concedi a noi di non dimenticarci mai
dei poveri e di tutti coloro che soffrono.

Proteggi la nostra famiglia,
benedici i nostri piccoli doni,
che abbiamo offerto e ricevuto,
imitando il tuo amore.

Fa che regni sempre tra noi
questo senso di amore
che rende più felice la vita.

Dona un Buon Natale a tutti, o Gesù,
perché tutti si accorgano che tu oggi sei venuto
a portare al mondo la gioia.

Decalogo della Famiglia

  1. Scopri la famiglia …
    la tua e quella degli altri.
    L’amore sa scoprire sempre
    nuove attese, nuove speranze!
  2. Conosci la famiglia,
    la tua e quella degli altri,
    di quella conoscenza di amore
    che sa comprendere e donare.
  3. Aiuta la famiglia,
    la tua e quella degli altri.
    L’amore vero saprà dirti
    che cosa fare per aiutare.
  4. Difendi la famiglia,
    la tua e quella degli altri:
    … il dono dell’unione profonda e vera in Gesù,
    sia la sua difesa e la sua gioia.
  5. Senti la famiglia,
    la tua e quella degli altri,
    allora scoprirai un mondo stupendo:
    io, tu, noi … uniti nel volerci bene!
  6. Accogli la famiglia,
    la tua e quella degli altri,
    con una generosità, dimentica di sé,
    che non conosca limiti nel donare.
  7. Sostieni la famiglia,
    la tua e quella degli altri.
    La vita conosce difficoltà e ansie:
    diffondi pace, accresci speranza.
  8. Godi della famiglia,
    della tua e quella degli altri:
    aiuta a godere dei doni di Dio,
    perché intorno si irradi la luce.
  9. Ammira la famiglia,
    la tua e quella degli altri:
    perla preziosa nel campo del mondo,
    meraviglia della vita che corre nel tempo.
  10. Ringrazia per la famiglia,
    per la tua e per quella degli altri …
    con te, altri si sentiranno “figli” del Padre
    che è nei cieli e, in Gesù,
    loderanno il dono che rimane in eterno.

Preghiera per la famiglia

O Padre del cielo,
fa’ che nella nostra famiglia
imitiamo le stesse virtù
e lo stesso amore
della Santa famiglia di Nazareth,
perché, riuniti insieme nella tua casa,
possiamo un giorno godere
la gioia eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Paolo VI

Scopri la famiglia …

la tua e quella degli altri.
L’amore sa scoprire sempre
nuove attese, nuove speranze!

Preghiere per il Natale 4 – Auguri, Gesù

Gesù-bambino

Mi sento fortunato, caro Gesù,
nel farti gli auguri di buon compleanno.

 

In ogni Natale Tu sei il festeggiato,
ma quante volte noi ci appropriamo della festa…
e Ti lasciamo nell’angolo di un vago ricordo
senza impegno, senza cuore e senza ospitalità sincera!

 

Da duemila anni, ad ogni Natale
noi ci scambiamo gli auguri
perché avvertiamo che la tua Nascita
è anche la nostra nascita,
la nascita della Speranza,
la nascita dell’Amore,
la nascita di Dio nella grotta della nostra povertà.

 

Però – quanto mi dispiace doverlo riconoscere! – il tuo Natale!
Il tuo Natale è minacciato da un falso natale,
che prepotentemente ci invade e ci insidia e ci narcotizza
fino al punto di non vedere più
e non sentire più il richiamo del vero Natale:
il tuo Natale!

 

Quante luci riempiono le vie e le vetrine in questo periodo!
Ma la gente sa che la Luce sei Tu?
E se interiormente gli uomini restano al buio,
a che serve addobbare la notte con variopinte luminarie?
Non è una beffa, o Gesù?
Non è un tradimento del Natale?

 

Queste domande, caro Gesù,
si affollano nel mio cuore
e diventano un invito forte alla conversione.
E noi cristiani mandiamo luce con la nostra vita?
E le famiglie e le parrocchie assomigliano veramente a Betlemme?
Si vede la stella cometa della testimonianza della vita
abitata e trasformata dalla Tua Presenza?

 

Questi interrogativi
non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo evitarli
se vogliamo vivere un autentico Natale.

 

Dalle case e dai luoghi di divertimenti, in questi giorni,
escono musiche che vorrebbero essere invito alla gioia.
Ma di quale gioia si tratta?
Gli uomini hanno scambiato il piacere
con la gioia: quale mistificazione!
Il piacere è il sollecito della carne
e, pertanto, sparisce subito
e va continuamente e insaziabilmente ripetuto;
la gioia, invece, è il fremito dell’anima
che giunge a Betlemme e vede Dio
e resta affascinata e coinvolta
nella festa dell’Amore puro.

 

Sarà questa la nostra gioia,
sarà questo il nostro Natale?
Gesù, come vorrei che fosse così!

 

Ma c’è un altro pensiero che mi turba
e mi fa sentire tanto distante il nostro natale dal tuo Natale.
A Natale, o Gesù,
Tu non hai fatto il cenone
e non hai prenotato una stanza in un lussuoso albergo
di una rinomata stazione sciistica.
Tu sei nato povero.
Tu hai scelto l’umiltà di una grotta e le braccia di Maria
(la “poverella” amava chiamarla Francesco d’Assisi,
un grande esperto del Natale vero!).

 

Come sarebbe bello se a Natale,
invece di riempire le case di cose inutili,
le svuotassimo per condividere con chi non ha,
per fare l’esperienza meravigliosa del dono,
per vivere il Natale insieme a Te, o Gesù!
Questo sarebbe il regalo natalizio!

 

A questo punto io ti auguro ancora,
con tutto il cuore,
buon compleanno, Gesù!
Ma ho paura che la tua Festa non sia la nostra festa.

 

Cambiaci il cuore, o Gesù,
affinché noi diventiamo Betlemme
e gustiamo la gioia del tuo Natale
con Maria, con Giuseppe, con i pastori,
con Francesco d’Assisi, con Papa Giovanni, con Madre Teresa di Calcutta
e con tante anime che,

con il cuore,

hanno preso domicilio a Betlemme.

 

Card. Angelo Comastri

Tempo di Natale 6 – Domenica fra l’ottava di Natale: Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Santa Famiglia

1 Sam 1,20-22.24-28; 1 Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

Dopo la celebrazione del Natale, la liturgia riserva la prima domenica successiva ad esso alla santa Famiglia di Nazaret che i vangeli descrivono con grande sobrietà e discrezione. E quando si dice “famiglia” si dice “casa” nel suo significato più diretto, quello materiale, ma ancor più nel suo significato spirituale, morale, formativo… E qui valgono le parole che papa Paolo VI pronunciò allorché fece visita nel 1964 alla santa casa di Nazaret: «Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale… In primo luogo questa casa ci insegna il silenzio… la stima del silenzio… intenti alla vita interiore… pronti a sentire le segrete ispirazioni di Dio».

La liturgia della Parola pone l’accento sui “figli” e l’idea di fondo è che essi sono un dono di Dio, che appartengono a Lui e che la loro vocazione è quella di diventare artefici dei progetti di Dio. La preghiera di Anna, la mamma di Samuele – prima lettura – è illuminante al riguardo: «Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo do in cambio al Signore».

La medesima idea è espressa – anche se non in maniera esclusiva – nella pagina evangelica che, entro la cornice di due momenti di vita famigliare (la consuetudine a recarsi «tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua» e l’apparente normalità di una famiglia tutta casa e chiesa, diremmo noi oggi), ci racconta di quello strano smarrimento e successivo ritrovamento di Gesù nel tempio. Ciò che è avvenuto non è uno spiacevole contrattempo: è una lezione impartita da quel Bambino che già si rivela “maestro”: «Io devo occuparmi delle cose del Padre mio».

Là dove si riconosce il primato di Dio fioriscono le virtù cristiane, («e stava loro sottomesso») ed è anche il luogo in cui più facilmente riusciamo a riconoscere «quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (seconda lettura).

Da Samuele, figlio di Anna ed Èlkana, da Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, da ciascuno di noi, figli di un papà e di una mamma ben conosciuti nella stragrande maggioranza dei casi e, comunque, non privi di una maternità e di una paternità perché tutti figli di Dio, scaturisce uno stesso messaggio: siamo tutti un dono circoscritto in un progetto di Dio!