Aforismando 16

Aforismando

Dio stesso non giudica nessun uomo prima che sia arrivata la fine dei suoi giorni.
“Perché dovremmo essere più precipitosi noi?”.

Samuel Johnson, in Dale Breckenridge Carnegie, « Come trattare gli altri e farseli amici».

Il contesto è «Invece di condannare l’operato della gente, cercate piuttosto di capirla. Cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. È molto più utile e interessante che criticare, senza contare che genera simpatia, tolleranza e gentilezza. “Chi tutto sa, tutto perdona”.

Come dice il dottor Johnson: “Dio stesso, signor mio, non giudica nessun uomo prima che sia arrivata la fine dei suoi giorni”.

Perché dovremmo essere più precipitosi noi?»

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Avvento – Premessa

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Incomincia l’Avvento. È un tempo scandito dalla Chiesa per quattro settimane in preparazione al Natale: è una cosa da chiesa. Forse proprio per questo interessa poco, non dice niente alle nostre menti tese verso altri ritmi e attente ad altri punti di arrivo, ad altri traguardi.

Forse non dice niente questo tempo, anche perché nessuno – o quasi – ha voglia di aprire gli occhi, di guardare, di capire, di rendersi conto precisamente di quanto sta succedendo.

In fondo ci basta sapere che le guerre – così crudeli e così totali – sono lontane da noi e non toccano la nostra persona; ci basta sapere che i nostri affari vanno bene o non vanno tanto male, che le persone ci stimano, che i nostri familiari e i nostri amici ci vogliono bene… e forse ci basta sapere che siamo in buoni rapporti con Dio perché siamo credenti e andiamo in chiesa.

Le altre cose, tutti gli altri elementi che ogni tanto si presentano come importanti, non ci toccano, non sono per noi.

Così anche l’Avvento: in fondo che cosa ci dice?

È troppo presto per pensare al Natale… a meno di essere un commerciante o un addetto a qualche agenzia pubblicitaria. Se no, c’è tempo! e ci sono altre scadenze da soddisfare. E poi… che cosa vuol dire per noi oggi l’Avvento?

È il ricordo delle antiche attese del Messia?

E che significato ha far finta di essere gli antichi Ebrei che aspettavano il Messia? Che gusto c’è a recitare una parte che oggi non dice più nulla a nessuno?

Per noi cristiani il Messia è venuto e non c’è più niente da aspettare.

Questa messa in scena della Chiesa, questo strano ritmo della liturgia sembra qualcosa di fuori tempo, qualcosa di fittizio, qualcosa che forse faceva piacere ai nostri nonni quando c’erano così poche attrattive che anche il pensiero del Natale poteva diventare una novità.

Eppure la Chiesa insiste, e anche quest’anno la Chiesa inizia l’Avvento, l’attesa, la preparazione alla venuta di Gesù.

È proprio un tempo inutile? È proprio un omaggio alla tradizione senza nessun riferimento alla nostra realtà attuale?

Forse no. Forse c’è qualcosa dentro di noi che in modo più o meno chiaro e preciso esprime un’attesa, c’è un bisogno, un’urgenza, un tormento che non ci lascia quieti.

C’è una preoccupazione, una fame, una necessità di sicurezza, c’è un’ansia che silenziosamente invoca aiuto.

C’è una segreta speranza che qualcosa si muova, qualcosa cambi, che qualcosa venga a cambiare le sorti di questa umanità.

E se la risposta a questa segreta attesa fosse proprio la venuta di Dio, il Dio che viene ad abitare con l’uomo?

Lectio divina – I Domenica di Avvento – Anno C

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Prima lettura: Genesi 33,14-16

14Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. 15In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. 16In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.

Il messaggio della prima lettura è più che un annuncio di calda speranza. La sua funzione è di completare la prospettiva escatologica del Vangelo e di richiamare anche il dato storico dell’incarnazione. Per noi che leggiamo la profezia di Geremia, le sue parole non sono più un semplice annuncio al futuro («verranno giorni… realizzerò… farò germogliare…»), ma la documentazione di un futuro che è diventato il presente della storia della salvezza. La Parola di Dio documenta che le promesse divine trovano un compimento e tale compimento è Cristo. Non sarà difficile la lettura cristologica di questo passo di Geremia.

Leggiamo di fatto in filigrana il passaggio dall’AT al NT: quello che poteva riferirsi a Davide e alla sua dinastia, appartiene in modo inequivocabile a Gesù di Nazaret, il più illustre discendente di Davide. L’oracolo rivela quindi un manifesto carattere messianico.

Il brano si trova nel contesto di un messaggio di consolazione e riprende l’oracolo di 23,5-6. Esso si compone dell’impegno di Dio a realizzare le sue promesse al popolo nel suo insieme (Israele e Giuda) e ciò avviene mediante la nascita di uno che, discendente da Davide, porterà la «salvezza».

Il termine chiave che ritorna tre volte è «giustizia». Isaia aveva dato a un bambino che doveva nascere il nome profetico di “Emmanuele” (Dio con noi), Geremia quello di “Signore nostra giustizia”. In entrambi i casi si tratta di uno che avrà uno speciale rapporto con Dio, in quanto effettivamente realizzerà, e pienamente, la volontà divina, la “giustizia”. Il testo messianico prepara gli animi ad accogliere Gesù di Nazaret, colui che il NT ci dirà totalmente in comunione con Dio, da essere Lui stesso Dio in quanto Figlio.

La lettura nel suo insieme invita a coltivare la speranza, virtù non facilmente reperibile nel nostro mondo. Deve essere una speranza “teologale”, in quanto innervata nelle promesse divine e vissuta come gioiosa attesa dal popolo di Dio. In questo senso dà senso anche al tempo liturgico che stiamo vivendo.

Seconda lettura: 1Tessalonicesi 3,12-4,2

Fratelli, 12il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, 13per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. 41 Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. 2Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

La speranza e l’attesa si coniugano felicemente con l’impegno: si va incontro al Signore nell’esercizio sereno e quotidiano dei propri doveri sociali e cristiani. Tra tutti eccelle quello dell’amore.

Il brano comprende i versetti conclusivi della prima parte della lettera (capp. 1-3) e quelli iniziali della seconda (capp. 4-5). I versetti 12-13 creano un’atmosfera soffusa di preghiera e contengono due richieste per la comunità.

Nella prima Paolo domanda a Dio di appianare le difficoltà perché possa giungere a Tessalonica. È un desiderio, una sorta di augurio, bene espresso in greco dal modo ottativo che ha appunto questa sfumatura. Paolo non programma se non in comunione con la volontà divina che tutto dirige. E come precedentemente era stato Satana a bloccare il cammino verso la comunità (cf. 2,18), così ora solo Dio può concedere il raggiungimento dell’agognata meta. Il desiderio di Paolo rimane comunque aperto alle disposizioni della imperscrutabile volontà divina. È come se egli dicesse: «se, come, quando Dio vorrà». È giusto e doveroso che il missionario in servizio al Vangelo faccia dei progetti, ma è altrettanto vero che deve essere disposto a ribaltarli quando la divina Provvidenza ne proponga altri.

La seconda richiesta di preghiera tocca il cuore stesso della vita comunitaria. Paolo chiede un amore sovrabbondante, trabocchevole, perché poco amore non è ancora amore. La pienezza di amore riguarda sia l’interno, la comunità stessa, sia l’esterno, rappresentato da quel «tutti» (v. 12) che abbatte inesorabilmente ogni frontiera ed ogni steccato divisorio. Solo un amore “a tutto campo” permette di andare serenamente incontro al Signore. La preghiera si conclude con questa prospettiva escatologica, quasi a ricordare che solo da una visuale completa si capisce meglio la realtà.

Con una festosa immagine di luce termina la prima parte della lettera. Con 4,1 siamo in presenza di una nuova parte della lettera, come indicano chiaramente il contenuto ricco di esortazioni e il vocabolario corrispondente.

Incontro al Signore si va insieme, guidati da coloro che hanno una più matura esperienza di fede. Paolo è per la comunità di Tessalonica il padre spirituale, il maestro, il fratello e l’amico. Dato questo sottofondo, può impartire direttive del tipo «avete appreso da noi come comportarvi» (v. 1). Potrebbe sembrare presuntuoso da parte di Paolo presentarsi come modello, se non si conosce la situazione storica in cui operava. In un tempo in cui non esistevano testi scritti né tradizioni orali poiché la comunità era da poco fondata, l’unico riferimento concreto era l’apostolo con il suo insegnamento e comportamento. Egli non solo ha predicato il Vangelo, ma pure ha insegnato a incarnarlo nella vita quotidiana. Per questo motivo si offre a modello. Paolo sarebbe veramente presuntuoso se si ritenesse l’unico punto di riferimento, ma sa bene di essere solo una specie di specchio che riflette il Cristo; la formula completa compare in 1Cor 11,1: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo».

La richiesta, di conseguenza, non disturba più il lettore, anzi, gli mostra una dimensione inedita dell’autorità, quella di proporsi agli altri quale esempio da imitare perché tutti insieme si possa «piacere a Dio». Ravvisiamo in questa espressione un principio fondamentale dell’agire morale che consiste nella sintonia con la volontà divina (cf. la «giustizia» della prima lettura).

Quando Paolo impartisce importanti direttive, svolge un ruolo profetico perché agisce da portavoce di Gesù Cristo; al pari della parola annunciata che era recepita come «Parola di Dio» (2,13), così ora le indicazioni comportamentali vengono «da parte del Signore Gesù» (v. 2). Paolo ha appreso dal Signore, vive la sua fede e la trasmette sotto forma di testimonianza. Egli va così incontro al Signore e sollecita a fare altrettanto.

Vangelo: Luca 21,25-28.34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 25«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Esegesi

Il brano è composto da due spezzoni (vv. 25-28: disastri cosmici e manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo; vv. 34-36: richiesta di vigilanza) del cosiddetto “discorso escatologico”, cioè che riguarda le “cose ultime” (ta eschata in greco significa le realtà ultime, chiamate anche, alla latina, “novissimi”).

Il discorso si colora con tratti apocalittici. Il termine “apocalittico” indica la rivelazione (dal greco apokalyptein: togliere il velo, rivelare) del giudizio divino, del mistero e della persona di Gesù. Può indicare un modo particolare di esprimersi caratterizzato dalla rivelazione di segreti riguardanti la fine dei tempi e il corso della storia. Poiché la descrizione è spesso affidata a un linguaggio cifrato ricco di visioni e di simboli non raramente terrificanti, nel modo di esprimersi comune “apocalittico” è divenuto sinonimo di “catastrofico”. Le espressioni devono essere capite nel loro significato, senza dimenticare la natura e gli artifici del linguaggio profetico apocalittico. Si tratta di un modo di comunicare, più che di una precisa descrizione di eventi futuri. L’accenno agli sconvolgimenti cosmici e alle “guerre mondiali” sono pezzi d’obbligo negli annunci profetici e rappresentavano le immagini più catastrofiche che la fantasia dell’uomo antico avesse a disposizione.

La distruzione ha effetto di trasformazione. A differenza del linguaggio popolare che intende “apocalittico” solo come distruzione e basta, il mondo biblico intende la distruzione come il primo passo perché possa sorgere qualcosa di nuovo. È come l’abbattimento di una casa per costruirne una nuova. L’espressione «Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte» prepara ed è condizione perché si verifichi la novità che segue.

Infatti tutto il magma di angoscia e di negatività che precede (cf. anche la parte non registrata dal testo liturgico, per esempio i vv. 10-24), prepara ed è funzionale al grande annuncio dei vv. 27-28, cuore teologico del brano e principio ispiratore della odierna liturgia della Parola. Dopo aver ripreso un testo biblico di distruzione, quasi a voler cancellare un universo corrotto, si offre allo sguardo degli eletti la figura vittoriosa di Cristo: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (v. 27). Nel buio della negatività si accende la luce radiosa del Figlio dell’uomo che si manifesta «con grande potenza e gloria». È possibile una duplice lettura: quella legata al contesto del brano, di chiara matrice escatologica, e quella legata al tempo liturgico dell’Avvento che riattualizza la venuta storica di Gesù.

È un momento di grande gioia, non esplicitamente espressa, ma inclusa nelle due espressioni «risollevatevi e alzate il capo» e «la vostra liberazione è vicina». La venuta di Cristo trasforma radicalmente la storia, imprimendole il marchio positivo della novità da lui apportata. Con Lui e grazie a Lui nulla è perduto, tutto è sapientemente trasformato. Del giudizio e della sorte degli empi non si parla. Il discorso non culmina in una visione di giudizio, bensì in una consolante promessa per gli eletti. Si è smarrito il tono apocalittico, spesso tenebroso e lugubre, e si è fatto spazio al tono del vangelo, lieta novella per tutti gli uomini.

All’azione di Cristo deve seguire l’impegno dei cristiani, richiamato dai vv. 34-36, il secondo spezzone del brano liturgico. Al fine di non edulcorare una realtà che rimane comunque difficile e per non lasciare gli uomini in una neghittosa attesa, il discorso vibra nella parte conclusiva sulle note dell’esortazione. Poiché la venuta di Cristo è il fatto conclusivo della storia, in quanto costituisce il termine del tempo e l’inizio definitivo dell’eternità, occorre essere saggi e vivere in operosa attesa. La saggezza sta proprio nel saper riconoscere i segni del tempo finale. L’impegno potrebbe essere riassunto nel duplice imperativo «Vegliate in ogni momento pregando». La venuta di Cristo non ci deve trovare distratti da mille cose inutili o, peggio, nocive. Vegliare è il modo storico di rispondere alla prima venuta di Gesù, la sua incarnazione. È un vegliare fatto di serena attività che rifugge dall’ansia nevrotica del futuro come pure da una dissennata irresponsabilità. È una attività in comunione con il divino, reso manifesto da quel «pregando» che Luca ama inserire con insistenza nel suo Vangelo e che anche qui mette “in più” rispetto alla sua probabile fonte, il Vangelo di Marco.

Meditazione

I temi che caratterizzano la liturgia della Parola di questa prima domenica di Avvento si intrecciano simbolicamente con la prospettiva suggerita ai credenti dai testi scritturistici presentati nelle ultime domeniche del tempo ordinario. La visione che si apre al nostro sguardo è ancora quella del tempo e della storia colti nella loro fase finale, in relazione con il compimento della promessa di Dio, quella promessa di bene fondata sulla fedeltà del Signore al popolo di Israele… e gratuitamente estesa ad ogni uomo: «Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele… In quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto…» (Ger 33,14-15). Sono tempi e giorni, come ci ricorda il profeta Geremia, che verranno, e che dunque devono essere attesi nella pazienza e nella speranza, sapendo discernere fin d’ora i segni della salvezza veniente. La prospettiva che apre lo sguardo credente sugli ultimi tempi offre così una qualità singolare alla storia che l’uomo è chiamato a vivere, plasmando quegli atteggiamenti che ci permettono di camminare sul crinale del già e non ancora: la vigilanza, l’attenzione ai segni, la pazienza, il discernimento. È soprattutto la pericope di Luca ad aiutarci a focalizzare questa visione di fede sulla storia e sul suo compimento.

Pur rifacendosi al ricco immaginario apocalittico fornito dalla tradizione giudaica, la prospettiva del discorso escatologico di Gesù riportato in Luca non sembra eccessivamente preoccupata di fornire elementi di identificazione o criteri precisi di discernimento che permettano di intravedere l’approssimarsi del compimento della storia. Ciò che deve stare a cuore al discepolo è piuttosto il modo con cui si è chiamati a vivere in questa storia da credenti, tenendo sempre lo sguardo volto al compimento. Il credente può sempre cadere in due trappole: o la tentazione di una impazienza che tende ad anticipare il compimento o la rassegnazione di chi non aspetta più nulla, disimpegnandosi nella storia. Gli imperativi del discernimento (Lc 21,29-33), dell’attenzione (vv. 34-35) e della vigilanza orante (v. 36) sono un antidoto ad ogni pretesa o delusione di fronte al tempo, al suo scorrere e alle sue contraddizioni, e permettono di essere umilmente radicati e impegnati in questa storia nell’attesa di un compimento che è solo nelle mani di Dio. Si potrebbe dire che la qualità della presenza del credente nella storia è data, secondo il testo di Luca, da due movimenti.

Il primo è caratterizzato dalla pazienza che permette di resistere nel tempo dell’attesa e custodire il cuore della propria vita da ciò che lo minaccia, radicati nella fedeltà di Dio alle sue promesse: «con la vostra pazienza (en te upomone) salverete la vostra vita» (Lc 21,19). Questo è l’atteggiamento che caratterizza il tempo della Chiesa, ponendo i credenti in continua tensione verso il Signore e impegnandoli a testimoniare nella storia il desiderio dell’incontro con il Veniente.

Il secondo movimento, quasi contrapposto alla apparente staticità di una paziente attesa, si esprime in una sorta di liberazione, di ripresa di vita, di gioia: allora vedranno il Figlio dell’uomo venire… risollevatevi ed alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (vv 27-28). Di fronte agli eventi che annunciano un disfacimento di questo tempo e di questo mondo e che, generando angoscia e disperazione, rendono l’uomo incapace di guardare in faccia la storia per comprenderne il senso, colui che ha atteso il Figlio dell’uomo intuisce che tutto ciò che sta avvenendo orienta all’incontro. Il credente è chiamato a guardare con libertà e parresia, fiducia e desiderio il Volto del suo Signore che è vicino, anzi è invitato a scorgerlo già negli avvenimenti. Il tempo della pazienza è terminato; può alzarsi e riprendere la pozione dell’uomo libero. Ma ciò che permette il passaggio dalla pazienza alla liberazione, ciò che permette di comprendere questa storia è l’incontro con un Volto: il Volto di colui che «viene su una nube con grande potenza e gloria» (v. 27). È il Volto del crocifisso e risorto, del trafitto verso il quale ogni uomo è chiamato a volgere lo sguardo (cfr. Gv 19,37), a rivelare il senso e il compimento della storia, di ogni storia: la storia, ogni storia è sanata e salvata dalle ferite di Colui che viene sulle nubi con grande potenza e gloria. È questa la promessa di bene e il germoglio giusto scorti da lontano dal profeta Geremia.

«Con la vostra pazienza salverete la vostra vita […] risollevatevi e alzate il capo… per comparire davanti al Figlio dell’uomo» (vv. 19.28.36). In queste espressioni del testo di Luca possiamo inoltre scorgere la dinamica della speranza, il faticoso cammino interiore che trasforma la vita del credente in spazio aperto, pronto all’incontro con il Veniente. È tuttavia necessario percorrere queste tappe per radicare la speranza nella propria vita, trasformarla in stile che da spessore alle relazioni e strappa l’esistenza al ripiegamento su di sé. Colui che dispera, si nega, perde la sua coesione interiore, abdica alla vita; il disperato è colui che non alza il capo, cioè non sa assumere la dignità propria dell’uomo. Nella parola di Gesù, invece, abbiamo tre volti della speranza, tre spazi che in progressione aprono all’incontro con il volto di colui che è la nostra speranza. Anzitutto la speranza permette di discernere la verità del tempo dell’attesa. È nella pazienza (nel senso etimologico del termine greco, «stare sotto un peso») che l’uomo può custodire integra e vera la propria vita; ma è la speranza a rendere l’attesa paziente tempo di discernimento, durante il quale, nonostante le contraddizioni (i colpi che tendono a spostarci e a far cambiare posizione), è possibile mettere a fuoco ciò che è veramente essenziale («le mie parole non passeranno»: v. 33). Chi sa dimorare nella pazienza, custodendo vigile la speranza, ha la forza di riprendere la posizione eretta, vincendo così ogni tentazione di ripiegamento. E questo è possibile perché all’orizzonte della propria esistenza, della storia (nonostante i segni contrari) scorge l’approssimarsi di “Colui che viene”. Se si è conservato sempre vigile lo sguardo del cuore sul volto luminoso del Risorto, allora si saprà riconoscerlo quando egli viene a liberarci. Infine, il frutto della speranza è la parresia, la piena fiducia, lo stare faccia a faccia con il Signore: lo sguardo del figlio che non ha più paura e sta in piedi, da persona pienamente liberata, davanti al suo Signore.

«Vegliate in ogni momento pregando…» (v. 36). Speranza e vigilanza diventano così i due percorsi essenziali su cui il credente cammina nel tempo. La speranza rende vigile la nostra vita, custodisce agile il nostro cuore, ravvivando in esso il continuo desiderio dell’incontro con il Veniente. E la vigilanza orante accresce in noi la speranza, nutrendo di essa ogni nostro desiderio. Un cuore non abitato dalla speranza e dalla vigilanza diventa pesante, ingombro di tante presenze che lo stordiscono.

E infine non si deve dimenticare che gli imperativi della pazienza, della vigilanza e della speranza assumono un orizzonte ecclesiale. Non sono rivolti semplicemente al singolo discepolo, ma alla comunità dei discepoli, alla Chiesa. E sulla qualità di testimonianza offerta da questi imperativi, la Chiesa gioca l’autenticità della sua presenza nel tempo e nella storia. Una Chiesa che sa attendere è una Chiesa viva: sa vivere in coscienza l’unicità e l’irripetibilità del tempo in cui è inserita; è capace di andare al di là di quello che fa, meno preoccupata di riempire con le sue opere gli spazi che la storia gli offre, quanto piuttosto preoccupata a far calare in essa il senso di una incompiutezza, di una speranza, di un cammino verso quella pienezza nell’incontro con il Veniente. «Ogni Chiesa deve lottare contro la tentazione di assolutizzare ciò che compie – ricorda Giovanni Paolo II nella Orientale Lumen 8 – e quindi di autocelebrarsi o abbandonarsi alla tristezza. Ma il tempo è di Dio, e tutto ciò che si realizza non si identifica mai con la pienezza del Regno, che è sempre dono gratuito… ».

Preghiere e racconti

Dio ci dona il suo tempo

Iniziamo oggi, con la prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Questo fatto ci invita a riflettere sulla dimensione del tempo, che esercita sempre su di noi un grande fascino.

Tutti diciamo che “ci manca il tempo”, perché il ritmo della vita quotidiana è diventato per tutti frenetico. Anche a tale riguardo la Chiesa ha una “buona notizia” da portare: Dio ci dona il suo tempo. Noi abbiamo sempre poco tempo; specialmente per il Signore non sappiamo o, talvolta, non vogliamo trovarlo. Ebbene, Dio ha tempo per noi! Questa è la prima cosa che l’inizio di un anno liturgico ci fa riscoprire con meraviglia sempre nuova. Sì: Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in se stesso un segno fondamentale dell’amore di Dio: un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o, al contrario, di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con ottusa superficialità.

Tre poi sono i grandi “cardini” del tempo, che scandiscono la storia della salvezza: all’inizio la creazione, al centro l’incarnazione-redenzione e al termine la “parusia”, la venuta finale che comprende anche il giudizio universale. Questi tre momenti però non sono da intendersi semplicemente in successione cronologica. Infatti, la creazione è sì all’origine di tutto, ma è anche continua e si attua lungo l’intero arco del divenire cosmico, fino alla fine dei tempi. Così pure l’incarnazione-redenzione, se è avvenuta in un determinato momento storico, il periodo del passaggio di Gesù sulla terra, tuttavia estende il suo raggio d’azione a tutto il tempo precedente e a tutto quello seguente. E a loro volta l’ultima venuta e il giudizio finale, che proprio nella Croce di Cristo hanno avuto un decisivo anticipo, esercitano il loro influsso sulla condotta degli uomini di ogni epoca.

Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio, nei suoi due momenti: dapprima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. Ma il Signore viene continuamente nella nostra vita. Quanto mai opportuno è quindi l’appello di Gesù, che in questa prima Domenica ci viene riproposto con forza: “Vegliate!” (Mc 13,33.35.37). È rivolto ai discepoli, ma anche “a tutti”, perché ciascuno, nell’ora che solo Dio conosce, sarà chiamato a rendere conto della propria esistenza. Questo comporta un giusto distacco dai beni terreni, un sincero pentimento dei propri errori, una carità operosa verso il prossimo e soprattutto un umile e fiducioso affidamento alle mani di Dio, nostro Padre tenero e misericordioso. Icona dell’Avvento è la Vergine Maria, la Madre di Gesù.

InvochiamoLa perché aiuti anche noi a diventare un prolungamento di umanità per il Signore che viene.

Maria, vergine dell’attesa

Se andiamo alla ricerca di un motivo esemplare che possa ispirare i nostri passi, e dare agilità alle cadenze del nostro cammino in questo periodo che ci separa dal Natale, dobbiamo assolutamente rifarci alla Madonna. Lei è la Vergine dell’attesa, la Vergine dell’Avvento, la Madre dell’attesa.

Lo sapete che nel Vangelo, prima ancora che ci venga detto il suo nome, viene riferito un fremito d’attesa che ardeva nella sua anima? San Luca, prima ancora di dirci che «il suo nome era Maria» (Lc 1,26), ci dice un’altra cosa: «In quel tempo l’angelo Gabriele venne mandato ad una ragazza promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe, della casa di Davide» (Lc 1, 26-27).

«Promessa sposa», cioè fidanzata! Noi sappiamo che la parola fidanzata viene vissuta da ogni donna come un preludio di tenerezze misteriose, di attese. Fidanzata è colei che attende. Anche Maria ha atteso; era in attesa, in ascolto: ma di chi? Di lui, di Giuseppe! Era in ascolto del frusciare dei suoi sandali sulla polvere, la sera, quando lui, profumato di vernice e di resina dei legni che trattava con le mani, andava da lei e le parlava dei suoi sogni.

Maria viene presentata come la donna che attende. Fidanzata, cioè. Solo dopo ci viene detto il suo nome. L’attesa è la prima pennellata con cui san Luca dipinge Maria, ma è anche l’ultima. E infatti sempre san Luca il pittore che, negli Atti degli apostoli, dipinge l’ultimo tratto con cui Maria si congeda dalla Scrittura. Anche qui Maria è in attesa, al piano superiore, insieme con gli apostoli; in attesa dello Spirito (At 1, 13-14); anche qui è in ascolto di lui, in attesa del suo frusciare: prima dei sandali di Giuseppe, adesso dell’ala dello Spirito Santo, profumato di santità e di sogni.

Attendeva che sarebbe sceso sugli apostoli, sulla chiesa nascente per indicarle il tracciato della sua missione.

Maria, Vergine e Madre dell’attesa

Vedete allora che Maria, nel Vangelo, si presenta come la Vergine dell’attesa e si congeda dalla Scrittura come la Madre dell’attesa: si presenta in attesa di Giuseppe, si congeda in attesa dello Spirito. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra cosi divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

Con la lampada accesa

E noi oggi di che cosa parliamo se non di Avvento, di attesa? Voi promettete fede al Signore e con i vostri sospiri, con i vostri sentimenti, con le vostre attese, ricevete le tenerezze misteriose che vi riserva: vigilanti, così come si vive il periodo del fidanzamento, con il tripudio interiore.

Un giorno le nozze dell’Agnello le celebreremo tutti quanti. Saremo tutti invitati, tutti protagonisti. Verrà questo giorno!

Nei tempi gelidi che stiamo vivendo, nell’appannamento dei nostri entusiasmi e nella tristezza dei nostri peccati, non possiamo sentirci mancare il coraggio, al punto da non annunciarvi queste cose con forza, per quanto possano sembrare lontane, utopiche. No, non sono utopie, sono invece i luoghi dove noi realizzeremo veramente la nostra felicità, il nostro bene. Questo vi annunciamo oggi!

Le ragazze che sono davanti a me, sono anche un po’ l’icona di quello che dovremmo essere: con l’abito bianco, con la lampada accesa, in attesa; disponibili non soltanto a tenere la lampada accesa, ma anche a conservare una riserva sufficiente di olio nei recipienti, al punto che quando qualcuno ci rivolge quella preghiera così implorante e così umana che dice: «Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono!», noi possiamo rispondere non come le vergini prudenti: «No, perché non basta ne a noi ne a voi» (Mt 25, 9), ma: «Sì, vogliamo correre il rischio che non basti ne a noi ne a voi».

A voi che oggi non fuggite per la tangente dell’irreale, ma fate una scelta di concretezza, vorrei dire: «Amate il mondo e siate disponibili a dare l’olio alle lampade del mondo, perché anche il mondo possa attendere e possa vivere l’attesa».

La vera tristezza

Oggi non si attende più. La vera tristezza non è quando ti ritiri a casa la sera e non sei atteso da nessuno, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi sono fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più ne soprassalti di gioia per una buona notizia, ne trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto, non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. La vita, allora, scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle attese. E forse è vero.

Oggi abbiamo preso, invece, una direzione un tantino barbara: il nostro vissuto ci sta conducendo a non aspettare più, a non avere neppure il fremito di quelle attese che ci riempivano la vita un tempo: quando, non so, aspettavi profumi di mosti, o il cigolare dei frantoi o il grembo di tua madre che si incurvava sotto il peso di una nuova vita, o i profumi dei pampini, degli ulivi, o il profumo di spigo, di mele cotogne. Forse sto scappando anch’io per le tangenti del sogno, però – dite la verità – è così standardizzata la nostra vita, è così incastrata nei diagrammi cartesiani che c’imprigionano e ci stringono all’angolo, che non sappiamo più aspettare. Intuiamo tutti che abbiamo una vita prefabbricata, per cui ci lasciamo vivere, invece di vivere.

Una «pro-vocazione»

Oggi l’Avvento c’impegna invece a prendere la storia in mano, a mettere le mani sul timone della storia attraverso la preghiera, l’impegno e starei per dire anche l’indignazione: indignatevi un po’, fratelli e sorelle! Indignatevi, perché abbiamo perso questa capacità; anche noi sacerdoti, anche noi vescovi, non ci sappiamo più indignare per tanti soprusi, tante ingiustizie, tante violenze… Tutto quello che viviamo ora, qui, non è solo una simbologia. Vorrei dirvi, cari fratelli, che questi ragazzi, Antonio e Stefano e poi Barbara e Francesca e Lorella e Miriam, devono diventare per noi una provocazione, uno scrupolo, una spina di inappagamento, messa nel fianco della nostra vita, un’icona, una «pro-vocazione», una chiamata da parte di chi sta un po’ più avanti. Con i gesti anche paradossali delle scelte audaci, ci stimolano ad essere uomini dell’attesa come Maria; ci spingono a non diffidare mai dei sogni, per essere capaci sempre di annunciare al mondo rovesciamenti da troni e innalzamenti dello stereo, come Maria, donna dell’attesa, che ha aspettato questa ricollocazione sui troni della giustizia per tutti coloro che, invece, vivono nel fetore delle stalle e nel sopruso degli egemoni, che schiacciano sempre la gente.

Attesa, attesa, ma di che? Che cosa aspettiamo?

Aspettiamo prima di tutto un cambio per noi, per la nostra vita spirituale, interiore, e poi avvertiamo che stiamo camminando su speroni pericolosi, su rocce che possono farci ruzzolare da un momento all’altro. Forse abbiamo assunto un modo non proprio allineato alla logica delle beatitudini.

Attesa quindi di rinnovamento per noi, attesa di rinnovamento per la storia dell’umanità. Attesa di cambi interiori della nostra mentalità: non siamo ancora capaci di pronunciare una parola forte per dire che la guerra è iniqua, che ogni guerra è iniqua! Ancora ci stiamo trastullando con i concetti della guerra giusta o ingiusta, o della difesa…

Abbiamo nelle mani il Vangelo della non violenza attiva, il codice del perdono, ma siamo ancora cristiani irresoluti, che camminano secondo le logiche della prudenza carnale e non della prudenza dello Spirito. Siamo gente che riesce a dormire con molta tranquillità, pur sapendo che nel mondo ci sono tante sofferenze. Sopportiamo facilmente che, all’interno della nostra città, col freddo che fa, le stazioni siano assediate da terzomondiali o da persone che vivono allo sbando, che non hanno più progetti.

Macché fidanzamento, che sogni, che attese di sandali, che profumi di vernice o di santità! Molta gente odora soltanto della tristezza dei propri sudari.

Fratelli e sorelle, vergini fidanzate, provocate questa gente! Oggi ci sono tante fotografie per voi, tanti lampeggiamenti di flash; sarebbe molto bello che ognuno di voi, con il suo obiettivo allargato, imprimesse la provocazione di un’attesa di cieli nuovi e terre nuove. Anche tu, Stefano, che ti accingi ad entrare nel consesso presbiterale; e tu, Antonio, che ci sei già entrato, che sei già lettore e annunci la parola di Dio e da oggi tocchi anche le patene, le pissidi: tocchi quello che sarà il corpo vivente del Signore. Questo contatto con i vasi sacri, col grano fatto pane, con l’uva fatta vino, ti mette in rapporto con il cosmo, con questa realtà materiale, toccabile, perché il regno di Dio viene costruito non con i fumi delle nostre utopie ma con le pietre che vengono scavate nelle cave della storia, della terra. Scommetto che anche il pane che si mangia nel cielo è intriso delle acque della nostra terra e del grano che viene prodotto dai nostri campi!

Buona attesa, dunque. Il Signore ci dia la grazia di essere continuamente allerta, in attesa di qualcuno che arrivi, che irrompa nelle nostre case e ci dia da portare un lieto annuncio!

Don Tonino Bello, Avvento e Natale. Oltre il futuro

Amare la prima venuta, desiderare la seconda

Fratelli carissimi, dovete sapere che questo tempo beato che noi chiamiamo «Avvento del Signore» evoca due realtà e, dunque, duplice deve essere la nostra gioia, poiché duplice è anche il guadagno che ci deve portare. Questo tempo evoca le due venute del nostro Signore: quella dolcissima venuta in cui il più bello dei figli dell’uomo (Sal 44 [45], 3), il desiderato da tutte le genti (Ag 2,7 Vg), vale a dire il Figlio di Dio, si manifestò visibilmente nella carne a questo mondo, lui a lungo atteso e desiderato ardentemente da tutti i padri; ciò avvenne quando egli venne in questo mondo a salvare i peccatori. Ma questo tempo evoca anche l’altra venuta che dobbiamo aspettare con una solida speranza e che dobbiamo ricordare spesso tra le lacrime, il momento, cioè, in cui il nostro Signore, che dapprima era venuto nascosto nella carne, verrà manifestamente nella sua gloria, come canta il salmo: Dio verrà manifestamente (Sal 49 [50], 3), cioè il giorno del giudizio, quando verrà manifestamente per giudicare […]. Giustamente la chiesa ha voluto che in questo tempo si leggessero le parole dei santi padri e si ricordasse il desiderio di quelli che vissero prima della venuta del Signore. Non celebriamo questo loro desiderio per un solo giorno, ma per un tempo abbastanza lungo, poiché di solito quando desideriamo e amiamo molto qualcosa, se accade che essa viene differita per un qualche tempo, ci sembra più dolce ancora quando giunge.

Seguiamo, dunque, fratelli carissimi, gli esempi dei santi padri, proviamo il loro stesso desiderio, e infiammiamo i nostri cuori con l’amore e il desiderio di Cristo. Dovete sapere che è stata stabilita la celebrazione di questo tempo per rinnovare in noi il desiderio che gli antichi santi padri avevano riguardo alla prima venuta del Signore nostro e dal loro esempio impariamo a nutrire un grande desiderio della sua seconda venuta. Dobbiamo pensare a quante cose buone ha fatto il Signore nostro nella sua prima venuta e a quelle ancor più grandi che farà nella seconda e con tale pensiero dobbiamo amare molto la sua prima venuta e desiderare molto la seconda.

Aelredo di Rievaulx, Discorsi

Questo mondo è un luogo buono?

Nell’antico Testamento la Bibbia parla del mondo come della creazione buona di Dio e come del mondo dell’uomo, un mondo che Dio tiene in mano e che trasformerà nel suo mondo definitivo. Tuttavia già l’Antico Testamento sa che il mondo è incrinato, che in esso è presente il peccato, che esistono l’odio e la discordia. Secondo il punto di vista pessimistico del Qohelet, il mondo si muove in un circolo di delusione e di oppressione. I profeti interpretano il mondo a partire dalla sua fragilità, ma annunciano contemporaneamente un mondo rinnovato da Dio, un mondo colmo di giustizia e di pace.

Anche nel Nuovo Testamento incontriamo questa doppia concezione. Paolo e Giovanni interpretano il mondo in modo piuttosto negativo. Per Giovanni, il mondo si è rifiutato di credere in Gesù. È, quindi, un mondo che rimane buio, non illuminato. Parla di “questo” mondo, che si chiude di fronte a Dio. Ma contro questo mondo chiuso la fede vuole erigere un mondo opposto, nel quale Dio governa e illumina ogni cosa, nel quale l’amore di Dio permea ogni cosa. Per Paolo, il mondo è connotato soprattutto dal peccato. Ed è solo un mondo temporaneo, che il cristiano deve sopportare fino a quando Cristo presenterà il nuovo mondo. Il mondo è il luogo in cui viviamo. In esso riconosciamo la bellezza della creazione. Ma contemporaneamente il mondo è il luogo in cui ci dovremmo affermare. Dovremmo vivere nel mondo, senza lasciarci condizionare dal mondo. Viviamo piuttosto nel mondo come coloro che hanno la loro vera origine in Dio e che, quindi, plasmano e organizzano il mondo in modo tale che diventi degno di essere vissuto per tutti. Abbiamo una responsabilità verso questo mondo. Non possiamo sfruttarlo, ma dovremmo averne cura in modo tale che anche le generazioni future possano vivere bene in esso.

Se il mondo sia un luogo buono è, quindi, una domanda rivolta a noi stessi. Infatti, se sia un luogo buono per le generazioni che ci seguiranno dipende, non da ultimo, dal modo in cui lo lasceremo a loro.

Anselm Grün, Il libro delle risposte

Preghiera (prima domenica)

Signore del giorno e della notte,
Dio del cielo e della terra,
si avvicina l’ora della tua venuta.
Non lasciarci intorpidire in un’attesa sonnolenta.
Desta i nostri cuori alla Parola
che non cessi di rivolgerci
attraverso i secoli dei secoli.

Padrone dello spazio e del tempo,
nostro Dio, nostro Padre,
non lasciarci riaddormentare:
rendici attenti all’occasione di salvezza che ci offri,
a questi segni incipienti del Regno del tuo Figlio
che vive presso di te e tra noi
ora e sempre.

 

DIO PUÒ SEMPRE ARRIVARE

 

«… Non si può mai sapere se Dio è in una storia,
prima che uno l’abbia finita di raccontare.
Perché anche se mancassero solo due parole o soltanto
la pausa che segue le ultime parole del racconto,
Egli può sempre arrivare».

Rainer Maria Rilke

Aneddoti 10

aneddoti

Quando l’imperatore tedesco Guglielmo II andò a trovare papa Leone XIII, Bismark cercò di seguirlo nella sala delle udienze. Ma un nobile della corte papale lo trattenne perché l’udienza doveva essere a quattr’occhi.
«Sono il conte Herbert Bismark», gridò il tedesco, cercando di seguire l’imperatore.
«Questo – rispose il nobile romano con pacata dignità -, spiega la vostra condotta, ma non la scusa».

Da “Selezione dal Reader’s Digest”, maggio 1964.

Racconti per lo spirito 48 – La perla

ostrica-perla

Disse un’ostrica a una vicina:
«Ho veramente un gran dolore dentro di me. È qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata».
Rispose l’altra con borioso compiacimento:
«Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori».
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori:
«Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza».

È la grazia più grande, quella dell’ostrica. Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.

Bruno Ferrero, «40 storie nel deserto. Piccole storie per l’anima», Ed. Elle Di Ci, Leumann (T0) 1996, p. 54.

America del Sud 1 – Golpe, dittatori e «caudillos»: l’antico vizio del Sudamerica

sudamerica

La maggior parte delle Carte costituzionali del Continente, hanno fatto tesoro del consiglio di Simon Bolívar, ponendo un limite ai mandati consecutivi. Ma i leader sono stati abili nell’aggirare gli ostacoli

Lo disse, al Congresso di Angostura, l’eroe dell’indipendenza latinoamericana Simón Bolívar: «Niente è così pericoloso come consentire a un medesimo cittadino di restare per lungo tempo al potere». Da allora – era il 15 febbraio 1819 – sono trascorsi quasi due secoli. Eppure il Continente continua a fare i conti con la tendenza dei propri rappresentanti a perpetuarsi al comando. Si tratta di un “vizio” antico, proprio dei dittatori del primo Novecento, dal messicano Porfirio Diaz, al paraguayano Alfredo Stroessner, all’haitiano Francois Duvalier. La fine della cruenta stagione dei golpe e il ritorno della democrazia, più o meno funzionante, nella regione non l’ha cancellato. Tanto che l’intellettuale uruguayano Guzmán Carriquiry Lecour lo definisce, nell’interessante saggio “Memoria, coraje y esperanza” (Nuevo Inicio), una «tendenza perniciosa» e una «sfida storica in sospeso» da affrontare per il benessere delle istituzioni democratiche latinoamericane.

A minacciare queste ultime, ora, non è la loro sospensione o abrogazione manu militari come accadeva fino a qualche decennio fa. Bensì la prassi di numerosi presidenti, regolarmente eletti, di trovare un pretesto legale per modificare le rispettive Costituzioni, in modo da potersi ricandidare all’infinito. Un’ambizione, la loro, non facile da soddisfare.

La maggior parte delle Carte, molte delle quali figlie dell’ultima ondata di democratizzazione, hanno fatto tesoro del consiglio di Bolívar, ponendo un limite ai mandati consecutivi possibili. Nazioni come il Cile, addirittura, escludono tale opzione, richiedendo una pausa tra un incarico e l’altro. I leader, però, sono stati abilissimi nell’aggirare gli ostacoli. A cominciare da Hugo Chávez,proclamatosi paradossalmente erede di Simón Bolívar. Il defunto capo di Stato del Venezuela, nel 2009, ricorse allo strumento del referendum per consentire – e consentirsi – la “rielezione a oltranza”. Una prerogativa di cui il suo successore, Nicolás Maduro, è pronto ad avvalersi. Nonostante la recessione economica feroce, la conseguente crisi umanitaria in corso a Caracas, l’incubo imminente del default, le proteste costate la vita, nei mesi scorsi, ad almeno 124 persone, il presidente ha annunciato di recente l’intenzione di presentarsi al voto del 2018.

La svolta di Chávez ha fatto da “apripista” agli alleati: il nicaraguense Daniel Ortega e l’ecuadoriano Rafael Correa. Entrambi hanno invocato la volontà popolare per abolire i limiti costituzionali, con i rispettivi plebisciti del 2014 e nel 2016. E l’hanno spuntata.

Il boliviano Evo Morales ha cercato di percorrere la stessa strada. Il 22 febbraio dell’anno scorso, il primo presidente indigeno di La Paz ha chiamato i cittadini alle urne per decidere sull’abrogazione del vincolo dei due mandati successivi. Con una differenza di due punti percentuali scarsi, la proposta è stata bocciata. Morales, però, non si è arreso. A settembre il suo partito, Movimiento al socialismo (Mas), ha presentato istanza alla Corte costituzionale contro il divieto, considerato “lesivo” dei diritti politici dei rappresentanti in carica. Il 28 novembre è arrivato il verdetto. Favorevole a Morales: quest’ultimo – come tutti gli altri politici – potrà candidarsi allo stesso incarico all’infinito. Di sicuro, come ha sempre detto, lo farà alle presidenziali del 2019. Se venisse confermato – per la quarta volta – resterebbe al potere fino al 2025, conquistando il titolo di leader più longevo. Un record detenuto al momento da Ortega, l’ex guerrigliero sandinista passato al neoliberismo, seppur con venature populiste. Il “dinosauro” di Managua, in carica dal 2006 e rieletto il 6 novembre 2016, rimarrà alla guida fino al 2022. Più dei famigerati Somoza, la dinastia dittatoriale che Ortega contribuì a sconfiggere.

L’attitudine a perpetrarsi al comando non è esclusiva della cosiddetta sinistra populista latinoamericana. Il leader dell’ultradestra colombiana, Álvaro Uribe, ci aveva provato nel 2010, salvo essere fermato dalla Corte suprema. In tempi, più recenti, in Paraguay, il presidente Horacio Cartes, della formazione di destra Partido colorado, ha cercato di far passare un “progetto rielezionista”. La rivolta, con tanto di “assalto” al Parlamento lo scorso primo aprile, l’ha costretto a fare marcia indietro.

Il collega honduregno Juan Orlando Hernández – anche lui di destra – è riuscito in un analogo intento. Il presidente ha così sfidato il rivale di centro-sinistra Salvador Nasralla alle consultazioni del 26 novembre. Il risultato – favorevole a Hernández per un pugno di voti, secondo la stessa corte che ne ha permesso la ricandidatura – ha fatto precipitare il Paese nel caos politico. L’opposizione non riconosce la vittoria e la stessa comunità internazionale è perplessa.

L’ansia di eternità di molti governanti latinoamericani, dunque, non dipende dalla loro collocazione sull’asse destra-sinistra. Riguarda, bensì, la concezione dello Stato e affonda le proprie origini in una certa forma di “caudillismo”. Per cui il leader – in virtù del proprio rapporto con il popolo-massa – è al di sopra delle istituzioni. Il risultato è un circolo vizioso, per cui il capo forte è prodotto di un’architettura democratica fragile. Al contempo, però, egli, ne è anche causa: il suo agire determina un ulteriore indebolimento della struttura, rendendo sempre più indispensabile la sua presenza.

Sulla dicotomia tra politica-potere e politica-servizio, la Pontificia Commissione per l’America Latina (Cal) e la Conferenza episcopale latinoamericano (Celam) hanno di recente voluto richiamare l’attenzione dei politici cristiani, invitandoli a mettere al primo posto il bene comune.

Nel frattempo, si notano dei timidi segnali di cambiamento proprio dove meno ce lo si aspetterebbe. Due Paesi che avevano scelto la via dei “mandati senza limiti” sembrano pronti al passo indietro. Il 30 novembre, il presidente ecuadoriano Lenín Moreno, delfino di Rafael Correa, ha deciso di indire un referendum contro la possibilità di rielezione a oltranza. Una scelta che ha mandato su tutte le furie Correa. Quest’ultimo, con una mossa strategica, aveva scelto di non ricandidarsi subito al termine del secondo mandato. Ma di concedere al Paese una pausa – riempita dal “fidato” Moreno – prima di tornare in sella. Ora, forse, non potrà più farlo.

Il caso più significativo, però, è quello della Cuba castrista. Il “padre della Revolución” Fidel è rimasto al vertice per 49 anni consecutivi, guadagnandosi il primato continentale. Ora, però, il fratello e successore – che lo ha sostituito dal 2006 – Raúl Castro, è pronto a uscire di scena. Lo ha sancito ufficialmente, nell’aprile 2016, di fronte agli oltre mille delegati all’VIII Congresso del Partito comunista cubano (Pcc). E finora non ha cambiato idea, tranne un prolungamento dell’incarico di due mesi per gestire gli sconquassi generati dall’uragano Irma. Il 19 aprile prossimo, dunque, Raúl cederà le redini dello Stato a un successore. Certo, questo sarà designato dal Bureau politico del Pcc, di cui Castro deterrà la guida fino al 2021. E, con tutta probabilità, sarà l’attuale vice Miguel Diaz-Canel. Quest’ultimo, durante il primo anniversario della morte di Fidel Castro, il 25 novembre scorso, ha ripetuto i vecchi leit-motiv dell’ortodossia rivoluzionaria. Diaz-Canel è, però, un tecnocrate e soprattutto appartiene a una generazione, anche politica, successiva. Con tutte le incognite del caso, dunque, il ritiro di Raúl rappresenta un passo avanti nel difficile percorso della transizione. Donald Trump – e la sua politica volta a riportare la Guerra fredda ai Caraibi – permettendo.

Lucia Capuzzi, «Golpe, dittatori e “caudillos” l’antico vizio del Sudamerica. Governare oltre i limiti, una tentazione che non muore», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 3.