Cinema 1 – India. Una taglia su regista e attrice per un film sulla regina indù

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Il kolossal bollywoodiano “Padmavati”, su una figura iconica del nazionalismo induista, è diventato un caso politico internazionale

L’India indù ha in Padmavati il suo ideale femminile: bellissima, capace di superare le avversità, fedele senza compromessi, obbediente alle regole e al suo ruolo fino al sacrificio della vita. Tutto sintetizzato in una leggenda che risale al XIV secolo, quella della regina che si immola accanto al marito e sovrano indù pur di non cadere nelle mani del conquistatore musulmano. Esemplare nella versione agiografica riportata da testi, spettacoli, pellicole con qualche variante che non ne intaccasse lo sfondo ideologico induista. Un induismo oggi associato allo strapotere del Bharatiya Janata Party (Bjp) al governo guidato da Narendra Modi.

Per questo anche la figura di Padmavati, altera eroina del jauhar (sacrificio con il fuoco) che negli ultimi tempi andava un po’ perdendo di incisività davanti al moltiplicarsi di ben altri esempi femminili veicolati dai media e dall’industria dell’intrattenimento, è diventata oggetto di una contesa che da culturale è diventata politica e da nazionale è diventata internazionale. Già un anno fa, il regista Sanjay Leela Bhansali era stato costretto da accese proteste a interrompere per qualche tempo la lavorazione del film Padmavati nello Stato del Rajasthan (dove si situa storicamente la vicenda). Ma a film finito ne è diventata rischiosa la proiezione. Inizialmente prevista per il 1 dicembre scorso l’uscita in India del film è stata volontariamente ritardata dai produttori a data da definirsi a causa delle proteste. L’8 dicembre è stato annunciata l’uscita internazionale nel febbraio prossimo, ma anche a Londra e in città del mondo in cui è forte la diaspora indiana le minacce sono state aperte.

Proprio ieri il Central Board of Film Certification, il comitato di censura indiano, ha approvato il film, dopo aver imposto cinque modifiche tra cui quella del titolo (da Padmavati a Padmavat, il titolo di un poema) e l’obbligo di specificare che non si tratta di un film storico. Ma il clamore resta alto. Nel film Padmavati, questa è l’accusa, sarebbe colpevole di manifestare un qualche interesse onirico per il sovrano musulmano di Delhi, che si era infatuato di lei al punto di condurre una guerra per conquistare il regno del marito Ratansen e stringere d’assedio nel 1303 la capitale Chittorgarh. Nel film, dove pure l’eroina si sacrifica sulla pira dello sposo ucciso in battaglia entrando così nel mito, i dilemmi di una donna presa tra ragione di stato e sentimenti individuali ne metterebbero in dubbio l’immagine di icona induista.

Sulla testa di Bhansali pesa una taglia di decine di milioni di rupie e altrettante sul celebrato naso della protagonista femminile, la star di Bollywood Deepika Padukone. Entrambe offerte da notabili del Bjp. Al Karni Sena (Esercito dei Karni, ala militante di un gruppo castale intransigente sulla conservazione del sistema sociale e dei valori dell’induismo) è bastata la visione del trailer per emettere la sua sentenza capitale sulla pellicola per «mancanza di rispetto per i sentimenti della comunità».

La vicenda torna a evidenziare i molti limiti del progresso e della democrazia indiani. A maggior ragione con una politica che dal 2014 è “pigliatutto” sul piano elettorale e che sta gettando la basi di un Paese non solo sensibile alle necessità o velleità della maggioranza induista, come comprensibile, ma anche governato dall’“induità” (hinduttva), ideologia di un’India a uso esclusivo degli indù, con altre espressioni religiose e gruppi sociali in ruolo subalterno.

Padmavati come icona indù è un’immagine non supportata dalla storia, frutto di un racconto di due secoli successivo alle vicende, usata però nel tempo dagli indù ma anche dai colonizzatori britannici in funzione anti-musulmana. Utile oggi alle mosse di una leadership che pretende di guidare il futuro guardando al passato, confondendo opportunamente mito e storia.

Stefano Vecchia, «India. Una taglia su regista e attrice per un film sulla regina indù», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 25.

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Sanità 1 – La demografia chiede il salto di qualità per le Rsa

Sanità

Con il progressivo invecchiamento della popolazione sono sempre di più le persone che hanno bisogno di cure sanitarie e assistenza socio-assistenziale. Sono anziani non più capaci di svolgere operazioni quotidiane come lavarsi, vestirsi, fare la spesa o mangiare da soli, a causa dell’età, disabilità o malattie cronico-degenerative. In questi casi se non è possibile essere assistiti a casa, il Servizio sanitario prevede la possibilità di ospitarle, per un periodo temporaneo o a lungo termine, in strutture residenziali diverse dagli ospedali, denominate Rsa, Residenze sanitarie assistenziali. Una domanda che secondo un report realizzato dalla Liuc è cambiata molto negli ultimi anni. «L’istituzionalizzazione al giorno d’oggi è diventato l’ultimissimo passo soprattutto per questioni economiche, ma anche per la possibilità di usufruire di assistenza in regime domiciliare e/o semi-residenziale», ha spiegato Antonio Sebastiano, direttore osservatorio Rsa della Liuc – Università Cattaneo. «Negli ultimi 20 anni le Rsa sono passate da una vocazione prevalentemente assistenziale e “alberghiera” ad una socio-sanitaria e sanitaria. L’utenza che entra, la cui età media è pari a 85 anni, è quindi sempre più complessa sia dal punto di vista fisico sia cognitivo. Questo per le strutture ha comportano un deciso innalzamento dei carichi assistenziali che, nel nostro campione, risultano superiori del 26% circa rispetto alla standard imposto dalla normativa regionale lombarda».

Nato come risposta a una sollecitazione di alcune Rsa della Lombardia (dov’è presente un terzo delle Rsa italiane), l’Osservatorio offre il proprio contributo sull’implementazione di un centro informativo sugli sviluppi e i trend assistenziali, organizzativi ed economici del settore; sulla creazione di un luogo d’incontro in cui affrontare argomenti e problematiche d’interesse trasversale; garantisce una visibilità delle Rsa verso il territorio di riferimento mediante iniziative congiunte da realizzare anche grazie all’appoggio istituzionale degli enti coinvolti. I dati del rapporto provengono da 200 Rsa (quasi 29mila posti letto) e sono stati raccolti grazie al personale di diversi settori che hanno reperito le informazioni di loro competenza. «Nonostante sia un’indagine “locale” – ha aggiunto Sebastiano «fa molto piacere vedere che anche realtà non lombarde hanno deciso di partecipare: il 10% degli associati è, infatti, di un’altra regione».

Si tratta di un’analisi importante per il management «perché senza indicatori e benchmark con cui confrontarsi non è semplice garantire una gestione efficace ed efficiente». Secondo i dati Censis, nel 2016 le persone non autosufficienti erano quasi 3 milioni e 400mila (circa l’8% della popolazione e l’80% aveva più di 65 anni). Il Centro studi ha stimato che nel 2031 oltre 4 milioni e 600mila individui non potranno stare più soli. Entrare in una residenza sanitaria assistenziale può essere quindi un’ancora di salvezza soprattutto perché è un luogo che riduce la solitudine, facilita il mantenimento e lo sviluppo delle capacità conoscitive e delle abilità dell’anziano. L’assistenza sanitaria e infermieristica garantiscono ogni giorno il monitoraggio delle condizioni di salute della persona. Perché arriva un giorno nella vita di alcuni anziani, in cui la casa nella quale hanno vissuto per anni non basta più. Hanno bisogno di aiuto professionale e di assistenza continua che magari i familiari non sono in grado di dare loro.

La residenza sanitaria assistenziale può diventare una seconda casa. «Non un albergo oppure una clinica» ma una casa dove girano medici e infermieri, si fa ginnastica con la fisioterapista. Un luogo che può e deve essere allegro, accogliente e aperto: una casa di riposo dove tutti possano sentirsi speciali.

Andrea Garnero, «Sanità. La demografia chiede il salto di qualità per le Rsa», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 21.

Informatica 2 – Startup. Con Uqido Giotto in 3D

Uqido

Quante volte, osservando un dipinto, abbiamo pensato: «Mi piacerebbe essere lì dentro per immergermi in quei colori e in quei paesaggi, in compagnia di quelle dame, di quei cavalieri, sotto quel cielo stellato». Oggi grazie alla tecnologia della Realtà virtuale immersiva (Rvi) il desiderio è diventato reale e avvicina molte persone all’arte, all’archeologia e all’architettura.

Il cielo stellato di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova per esempio, con i suoi colori accesi e brillanti e la sua prepotente carica innovativa, è al centro di un’esperienza che riscuote grande successo nel capoluogo euganeo – sala comunale Caduti di Nassiriya in piazza Capitaniato – e che, tra illusioni di passeggiate tridimensionali nel blu lapislazzulo punteggiato di stelle d’oro, proseguirà fino all’8 gennaio. Si tratta di un “trailer”, come lo definiscono i progettisti della startup Uqido, di quella che sarà la prima esperienza totale di realtà immersiva negli affreschi giotteschi della Cappella e che si inaugurerà il prossimo autunno in collaborazione con il comune di Padova.

«Abbiamo cominciato a lavorarci da sette mesi con Giuliano Pisani (tra i maggiori studiosi dell’opera di Giotto, ndr) e andremo avanti fino al settembre 2018 per dare al visitatore l’incredibile sensazione di trovarsi dentro gli affreschi, di muoversi tra le figure e di percorrere la profondità dei paesaggi», spiega Pier Mattia Avesani, ingegnere informatico veronese, Ceo e fondatore nel 2010 insieme con l’attuale Cto Alberto Silletti della software start up Uqido all’interno del venture incubator M31. Un viaggio in cui il visitatore può accostarsi all’angelo durante l’annunciazione a sant’Anna o accompagnare i pastori nell’adorazione di Gesù in una piccola capanna su una roccia. «A Padova siamo presenti fino al 31 dicembre anche con un temporary shop Uqido, il primo in Italia, dove proponiamo esperienze di realtà virtuale immersiva multisensoriale progettate per tutti» continua Avesani riferendosi a “The Edge-Be brave”, un’attrazione dove l’utente dotato di visore e cuffie, può misurare i propri limiti immergendosi con i sensi negli odori, nella terra, nel calore, nella brezza, al cospetto delle montagne da scalare o al profilo del mare, semplicemente camminando e salendoscendendo da piccole pedane collocate nello spazio. Dopo Padova il tour proseguirà a Milano, Firenze, Bologna, Roma e Venezia.

«Uqido punta a collaudare un nuovo modello di business e, dai riscontri, direi che è la strada giusta», dice il fondatore della start up. «Alberto ed io siamo partiti con poche risorse, abbiamo brevettato un software con un algoritmo che ci ha aperto le porte di M31 e grazie a un loro investimento di 25 mila euro abbiamo preso il volo. Nell’ultimo anno il nostro fatturato è triplicato tanto che il 2017 si chiuderà con ordini per 1 milione e 200mila euro e con nuove collaborazioni per migliorare la vita delle persone». Ad esempio quella con i Dipartimenti delle dipendenze di alcune Asl per combattere le dipendenze da fumo, alcol, gioco e per superare fobie o traumi. «Il merito è dei nostri progetti, che utilizzano le tecnologie disponibili sul mercato e ne inventano nuove, ma lo è soprattutto del team: io, Alberto e, dal 2013, il Cfo Luca Pagnan, sappiamo bene che, senza i nostri venti ingegneri, non avremmo raggiunto questi risultati. Ci stiamo espandendo e cerchiamo ragazzi con l’attitudine a pensare in grande da far entrare in Uqido», fa sapere Pier Mattia Avesani, che ai giovani che stanno per entrare nel mondo del lavoro piace rammentare una cosa. «Quando porto la mia esperienza in qualche università, consiglio: non ascoltate chi vi dice che non c’è lavoro, che le aziende non pagano, che conviene andare all’estero: non spaventatevi e guardate a voi, alle passioni, a ciò che vi incuriosisce, anche se ciò significa lavorare diciotto ore al giorno, come abbiamo fatto noi».

Monica Zornetta, «Startup. Con Uqido Giotto in 3D», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 20.

Racconti per lo spirito 41 – I due bonzi e la bella ragazza

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Due bonzi camminavano per una strada.
Videro una ragazza giovane e bella esitante nell’attraversare una grande pozzanghera.
«Vuoi che t’aiuti, ragazza?», le disse uno dei due.
Ella annuì e senza esitazioni il bonzo gentile la prese tra le braccia e la depose pulita al di là del pantano.
L’altro bonzo rimase muto e stupito. Ma la sera, rientrando nel tempio, si fece coraggio e rimproverò il compagno così:
«La nostra regola ci vieta simili cortesie. Le donne devono stare lontano da noi, soprattutto se giovani e belle».
L’altro rispose sereno:
«Io la ragazza graziosa l’ho lasciata al di là della pozza; non aveva più bisogno di me. Tu, invece, la porti ancora, inutilmente, con te, nel tuo cuore».

La purezza del cuore è più importante di quella esteriore

Vangelo e Società 6/1 – I cattolici nell’Italia di oggi – La novità Bergoglio

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Papa Francesco, si sa, smuove le cose, cambia linguaggio e contenuti, sorprende. È molto diverso dai suoi predecessori, almeno da Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, è in aperto conflitto con la Curia e con il generone e il generetto romano che vegetano attorno a essa. Tende il suo mandato fino al paradosso: ha preso il nome di San Francesco, che scuoteva la Chiesa dal basso, ma è al suo vertice; mescola misericordia e bastonate; ha portato il “complesso antiromano” (copyright di Hans Urs von Balthasar) nel cuore di Roma.

Si può discutere della natura del suo pontificato – a me pare riformista, non rivoluzionario, e la sua mi sembra una correzione sostanziale della rotta della barca di Pietro, non maquillage o marketing, beninteso a meno di scambiare grossolanamente l’evangelizzazione per operazione estetica o commerciale – ma non c’è dubbio che questo papa sia straordinario. Le reazioni – un plauso cordiale, a tratti spaesato, ben oltre il perimetro della cattolicità, e un astio profondo, virulento da parte di non pochi cattolici che fino alla sua elezione si ritenevano in piena ortodossia e ortoprassi – lo testimoniano. Per gli uni è una benedizione, per gli altri una maledizione. A volte, ecco, sembra incredibile che la Chiesa cattolica lo abbia potuto eleggere.

Concentrarsi troppo su questo papa, però, sulla sua personalità singolare, rischia di non rendergli giustizia. La sua elezione è, in realtà, tutt’altro che singolare. Egli è sicuramente a suo agio a fare il papa, occupa senza imbarazzo la scena, quella geopolitica mondiale oltre a quella ecclesiale, ha un temperamento forte, anche divisivo, governa con energia, incide sulla Storia – ma incarna, ereditandolo e al contempo accentuandolo, svelandolo e radicandolo, un mutamento epocale della Chiesa cattolica. Jorge Mario Bergoglio è padre del suo tempo, ma ne è anche figlio.

Passare da questo papa a quel che c’è sotto la sua straordinarietà, allora, passare dalla cronaca vaticanistica alla riflessione di lungo periodo, dal racconto di un pontificato all’analisi di un mutamento profondo del cattolicesimo è la sfida che va tentata. Non solo perché in tempi di crisi economica ed ecologica, di nazionalismo e xenofobia risorgenti, di una nuova guerra mondiale che non si può più escludere Santa Romana Chiesa – questa istituzione antica, maschile, conservatrice – è stata capace di scegliere al suo vertice forse l’unico leader mondiale che dice parole sagge, profetiche, umane; non solo perché è probabilmente l’unica voce globale che sa fare da contrappunto a una globalizzazione disumana – perché è latino-americano, perché è gesuita, perché è un uomo che alberga in sé, nella sua biografia nella sua personalità nella sua cultura, una complessità che rifugge tanto l’omologazione quanto la frammentazione, perché, cattolicamente, tiene insieme universalità e incarnazione; non solo perché è il primo pontefice che archivia radicalmente la guerra fredda, probabilmente non senza l’accortezza del missionario, erede dei gesuiti che si spinsero fino in India in Giappone in Cina, che vede nel crollo del comunismo sovietico e nello sfondamento a Oriente praterie sterminate per l’evangelizzazione e la salvezza di molte nuove anime; e non solo – ed è il punto più cruciale – perché questo papa riprende senza ambiguità il filo del Concilio vaticano II (1962–1965), la grande riunione di vescovi di tutto il mondo che – a pochi anni dal Sessantotto – promosse l’aggiornamento della Chiesa e la aprì alla modernità.

Il rapporto del cattolicesimo con la modernità è, a ben vedere, il tema di cui occuparsi, la questione sottostante la storia di questo pontificato. Quando Jorge Mario Bergoglio racconta di aver consultato in gioventù una psicanalista ebrea o telefona a Emma Bonino e Eugenio Scalfari, facendo fare un soprassalto sulla poltrona a più di un monsignore, quando poco ieraticamente scherza o parla del Pranzo di Babette come uno dei suoi film preferiti, quando racconta della sua professoressa comunista di chimica o concede interviste a destra e a manca perché, spiega, vuole una “Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare”, non rompe solo con l’etichetta vaticana, non si limita a riformare il papato. Ma testimonia un cattolicesimo che non osteggia la modernità, la secolarizzazione, il pluralismo. Non per apostasia, ma al contrario perché convinto che Dio è in tutte le cose. E chi lo critica, lo sberleffa, addirittura lo odia, all’interno della Chiesa se non del Vaticano, non sopporta esattamente questa non belligeranza con la modernità. Una modernità – agli storici il compito di individuarne la data di origine, l’evoluzione, il panorama futuro – che da tempo apre, all’interno dell’urbe e dell’orbe cattolico, tensioni laceranti e dirimenti, ad esempio tra modernismo e fondamentalismo, tra centro e periferie, tra morale e sociale, dottrina e pastorale, tra pulpito e confessionale.

L’inquieto Michel de Certeau, gesuita e intellettuale francese molto amato da Jorge Mario Bergoglio, parlava già nei primi anni Settanta di una società dove “comportamenti religiosi e fede si separano”, la fede è sempre più personale mentre il lessico e l’estetica religiosa sono dappertutto (“per esempio, nel teatro dei mass media, preti e vescovi giocano il ruolo di Indiani dell’interiorità”), dove gli argomenti di un “cristianesimo in frantumi” possono essere agilmente utilizzati tanto dai rivoluzionari sessantottini quanto dall’Action française, al punto da doversi domandare se “il cristianesimo è ancora capace di mantenere un’originalità propria, cioè di difendersi dall’utilizzazione che ne può fare qualsiasi gruppo sociale”. Sono i rischi di un cambio epocale, quello nel quale siamo immersi.

Questo papa ha il merito, e l’onere, di aver svelato conflitti – per non parlare di scismi – che covano in realtà da tempo nella cattolicità. È opportuno, è necessario domandarsi cosa significano, cosa implicano questi sommovimenti. Senza dimenticare le compromissioni, le contiguità ai peggiori poteri del Novecento, le ipocrisie di cui è stata capace, e neppure le reticenze, le prudenze, le diffidenze dissimulate che molti cattolici nutrono nei confronti di papa Francesco, già calcolando che “i papi passano ma la Curia resta”, secondo un antico adagio, non si può non vedere che la Chiesa cattolica ha mostrato, con la sua elezione e con il suo pontificato, un’energia fondamentale, una libertà insperata, una vitalità rara. Un segno dei tempi, per usare un linguaggio conciliare, che non si può tralasciare.

Iacopo Scaramuzzi, «La novità Bergoglio», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 10-11.

Vangelo e Società 6/0 – I cattolici nell’Italia di oggi. Introduzione

Cattolici nell'Italia di oggi

Nel recente Salone dell’editoria sociale (Roma, 2629 ottobre 2017) di cui alcuni redattori di “Gli asini” erano membri dell’organizzazione, uno degli incontri più interessanti ha riguardato la presenza e il ruolo dei cattolici nella società contemporanea, in particolare in quella italiana, anche in ragione della novità portatavi da papa Francesco. Vi hanno preso parte alcuni dei più solidi e radicali tra gli studiosi delle problematiche religiose che agiscono nella nostra cultura, stimolati dal nostro interesse per l’importanza che il mondo cattolico continua ad avere nel paese, per la sua centralità di fronte alla crisi dello Stato e della democrazia italiani, di fronte alla morte (da tempo) dei partiti politici e in particolare di quelli della sinistra.

Questo dà ai cattolici una grande responsabilità, che è internazionale ma anche, ovviamente, nazionale. Essi sono stati in passato e sono ancora corresponsabili delle ipocrisie e della povertà morale del nostro popolo, ma è doveroso riconoscere nella loro diffusa, capillare presenza, un’occasione di speranza e vederli in più parti, tra i preti di frontiera e non nella massa dei preti burocrati, come centri di resistenza e di apertura a nuove dinamiche sociali attive e positive in rapporto agli enormi mutamenti del nostro mondo.

Prima di tornare ad affrontare le concrete realtà in cui cattolici e non cattolici di buona volontà devono agire, nella cupa realtà sociale del nostro tempo e del nostro paese, ci sembra utile ascoltare dei “saggi” che sul cattolicesimo, sul suo peso, sulla sua storia, riflettono da sempre. Oltre a loro, ci è sembrato opportuno riproporre un testo già apparso su “Lo straniero” (n.94, 2008) di Michel de Certeau, il gesuita francese delle cui riflessioni i nostri amici e in più occasioni noi stessi ci siamo nutriti, estratto da La faiblesse de croire, a cura di Luce Giard, 1987, in traduzione italiana per le edizioni di Città aperta, 2007. De Certeau è infatti un punto di riferimento fondamentale per il pensiero religioso della nostra epoca, che i nostri lettori dovrebbero conoscere.

In appendice al dibattito romano, pubblichiamo uno stimolante intervento di Roberto Righetto, da tempo nostro amico e collaboratore, per molti anni responsabile delle pagine culturali di “Avvenire” e attuale direttore di “Vita e pensiero”.

Torneremo in futuro sui temi centrali di questa discussione, stimolando un dibattito che, nella situazione presente, ci sembra fondamentale.

G. F., «I cattolici nell’Italia di oggi», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, p. 10

L’Italia che piace 7 – Il gusto del riscatto nei biscotti siciliani, prodotti dai detenuti del Malaspina di Palermo

Biscotti

La scommessa di cinque ragazzi dell’istituto minorile, che dietro le sbarre hanno imparato un mestiere per la vita

Palermo. Sgranocchiandoli a colazione o a merenda, si riescono ad assaporare il mandarino di Ciaculli e lo zenzero, il cioccolato di Modica e le erbe aromatiche, ma soprattutto resta sul palato il gusto del riscatto e del sogno di una vita nuova fuori dalle sbarre.

I biscotti di “Cotti in fragranza”, realizzati dai detenuti dell’Istituto penale minorile Malaspina di Palermo, hanno spopolato quest’anno in Sicilia, sono finiti nelle ceste natalizie dei negozi e sui banconi di alcuni supermercati, dono speciale di valore doppio e sono pronti a sbarcare oltre lo Stretto, grazie a un accordo commerciale con Coop Alleanza 3.0. Da questo mese, nei punti vendita dall’Emilia Romagna in giù, tra i prodotti di eccellenza siciliani, saranno in vendita 7mila confezioni di “Buoni cuore”, frollini secchi al mandarino tardivo di Ciaculli, detto “Marzuddu” perché matura a marzo, diventati il core business di questa piccola impresa corsara nata per dare un futuro di lavoro e speranza a chi ha sbagliato strada e vuole ritrovare quella giusta, valorizzando le materie prime siciliane di qualità.

Promosso dal Malaspina, dall’associazione Centro studi Opera Don Calabria e dalla Fondazione San Zeno, il laboratorio dà lavoro a cinque giovani detenuti che hanno imparato un mestiere diventato una scommessa per il proprio futuro. Le ricette molto innovative di tre tipi di biscotti dolci e, da poco tempo, anche di biscottini salati con erbe aromatiche sono state inventate dal pasticciere Giovanni Catalano, che ha creduto nel progetto puntando a valorizzare la tradizione dell’Isola. E la Sicilia viene fuori da ogni briciola, ma anche dai nomignoli originali dialettali che suscitano il sorriso appena si pronunciano. Quelli con arancia e pezzetti di cioccolato di Modica sono “Coccitacca” (si dice di ciò che è piccolo ma impertinente), quelli con limone e zenzero sono “Parrapicca” (ossia parla poco), quelli salati a bastoncino i “Picciottelli” (ragazzini). A insegnare ai cinque ragazzi detenuti tutti i segreti del mestiere, la conoscenza delle materie prime e del processo di lavorazione, è lo chef Nicola Cinà, in sedia a rotelle a causa di un incidente, che in questo progetto ha trovato anche lui un’occasione di rinascita.

Un’avventura cominciata oltre un anno e mezzo fa, grazie all’impegno delle due responsabili Lucia Lauro e Nadia Lodato e alla lungimiranza del direttore del Malaspina, Michelangelo Capitano.

«La prima scelta importante è stata quella di posizionare il laboratorio all’interno del complesso Malaspina, ma fuori dalle mura detentive – sottolinea Nadia Lodato –. Se i detenuti cominciano questo percorso, esso può continuare anche dopo il fine pena. Vogliamo creare impresa sociale che dia lavoro ai ragazzi». Infatti i cinque giovani sono stati messi in regola, guadagnano mensilmente circa 600 euro. Mario ha potuto finalmente permettersi le cure dentarie, Giovanni, che ha appena finito di scontare la pena, è riuscito a pagare l’affitto di un bilocale per vivere dignitosamente.

«È una vera occasione di lavoro – aggiunge il direttore Capitano – che dà la possibilità a ciascuno, in un ambiente sereno, di cambiare il filo, il destino della propria vita».

Il segreto non è solo coinvolgere i ragazzi «nella realizzazione pratica del prodotto ma in tutta la organizzazione. Hanno acquisto padronanza e conoscenza del processo produttivo, dalla scelta della materia prima all’impacchettamento» racconta Lucia Lauro, una delle responsabili, assistente sociale e un lungo passato con i minori delle comunità di accoglienza. Ha ancora i dolori alle mani per l’enorme lavoro portato a termine con i ragazzi per rispondere alle tantissime richieste in vista del Natale: circa 9mila pacchi e 1.300 scatole da degustazione con i tre biscottini dolci, costruite a mano una per una. Circa 18mila pacchi sono usciti dal laboratorio e poi c’è stata la corsa a confezionare i 7mila sacchetti per la Coop. «Li abbiamo scelti per l’alta qualità e il forte valore simbolico – conferma Alfio Leanza, responsabile dell’acquisto dei prodotti siciliani per Coop –. Per tutto il mese di gennaio saranno inseriti nel volantino dei “Sapori, si parte! Sicilia?”».

L’umore dei giovani pasticcieri è alle stelle. Giuseppe è particolarmente orgoglioso, perché è stata sua l’intuizione che ha generato lo slogan che ha commosso e convinto tutti: «Se non li gusti, non li puoi giudicare». E racconta com’è andata: «Eravamo in riunione e ho pensato che poteva essere un messaggio riferito alla nostra esperienza, perché se la gente non ci conosce, non ci può giudicare – dice ancora incredulo per il successo dell’attività –. All’inizio non pensavo ci saremmo ingranditi così, eppure ci siamo riusciti. Se uno non prende delle responsabilità, non può andare avanti. Abbiamo cominciato e dobbiamo continuare».

Alessandra Turrisi, «Il gusto del riscatto nei biscotti siciliani. Prodotti dai detenuti del Malaspina saranno venduti da Coop Alleanza», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 10.