Armi nucleari/1 – Il mondo sull’orlo di una crisi. Il no dei popoli per sopravvivere

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La minaccia di regredire all’età delle caverne per lo scoppio di una guerra nucleare non è una fantasia, ma una prospettiva incombente. E l’allarme è autorevole, lanciato dagli specialisti del “Bollettino degli scienziati atomici”. Si tratta degli studiosi che monitorano l’imminenza di questo rischio, valutando la gravità delle tensioni mondiali, e che regolano il simbolico “Doomsday Clock” (Orologio dell’Apocalisse): nel gennaio scorso il “Bollettino” ha avvicinato le lancette di mezzo minuto alla fatidica Mezzanotte, a soli 2 minuti e mezzo, rispetto ai 3 minuti dello scorso anno (erano 5 minuti nel 2012), dalla possibile apocalisse. Solo nel 1953, con la Guerra di Corea, la minaccia era stata più vicina.

Il “Bollettino” avverte esplicitamente che: «Coloro che esercitano pubblici poteri dovrebbero essere saggi e agire immediatamente, allontanando l’umanità dall’orlo del baratro. Se non lo faranno, cittadini saggi devono farsi avanti». Ecco dove dovrebbe entrare in gioco il dovere di informare l’opinione pubblica. Ma i nostri principali media – ha fatto eccezione solo il giornale che lei dirige (“Avvenire”, n.d.r.) – hanno praticamente passato sotto silenzio anche una decisione storica come quella presa il 23 dicembre 2016 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che a grande maggioranza (113 Stati membri hanno votato a favore, 35 contro e 13 si sono astenuti) ha indetto un negoziato che tra fine marzo e la prima parte della prossima estate dovrà portare a un nuovo Trattato, che stabilisca effettive misure legali per l’eliminazione delle armi nucleari. Un evento che è stato il culmine di un processo avviato nel 2006 dal Ippnw (“International Physicians for the Prevention of Nuclear War”), che lanciò l’iniziativa globale I can (in inglese «Io posso», ma acronimo di “International Campaign to Abolish Nuclear Weapons”) per mobilitare la società civile a favore del disarmo nucleare. Sinora, in un centinaio di Paesi, hanno aderito più di 440 organizzazioni che stanno esercitando una forte pressione sui governi. Il 7 dicembre 2015 questo processo era approdato all’Onu, che fece proprie le finalità della campagna e istituì un apposito organismo (“Open-ended Working Group”), incontrando la radicale opposizione degli Stati nucleari e dei Paesi dell’Alleanza atlantica.

Nell’Assemblea Generale del 23 dicembre l’Italia ha sorprendentemente votato a favore (dopo il voto contrario espresso in Commissione il 17 ottobre): ma evidentemente ha poi subito una “strigliata” dalla Nato, tanto che il 2 febbraio il nostro governo è stato indotto da due interrogazioni parlamentari a una smentita che ha dell’inverosimile: si sarebbe cioè trattato di «un errore» dovuto «alle circostanze in cui è avvenuta la votazione, a tarda ora della notte del 23 dicembre».

Il nuovo negoziato, che si aprirà il 27 marzo prossimo a New York, intende portare a un superamento del “Trattato di Non Proliferazione” del 1970, che fu voluto dagli Stati Uniti e l’Urss, e non pose un freno alla proliferazione, poiché gli arsenali statunitense e sovietico continuarono a crescere spaventosamente fino alla metà degli anni Ottanta (circa 70mila testate complessive), e dopo il 1970 gli Stati che dispongono della bomba atomica sono passati da 5 a 9. Il Tnp impegnava inoltre gli Stati firmatari «a concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare». Impegno evidentemente sempre disatteso.

Ora la società civile si è mobilitata di nuovo per ottenere un bando assoluto delle armi nucleari. È scontato che gli Stati nucleari boicotteranno il nuovo negoziato, ma il nuovo e più stringente Trattato che verrà ugualmente approvato costituirà per tutti un nuovo quadro normativo dal quale nessuno potrà prescindere e nel quale le armi nucleari saranno considerate “illegittime”.

Attualmente sul Pianeta ci sono quasi 15mila testate intatte, anche se “solo” circa 3.500 sono schierate e operative nei sistemi militari di Usa e Russia. A queste ne vanno aggiunte un altro migliaio, negli arsenali degli altri 7 Stati nucleari.

Ancora più grave è il fatto che i missili nucleari statunitensi e russi sono, come ai tempi della Guerra fredda, in stato permanente di allerta per il “lancio immediato su allarme” (Launch on Warning), e la storia abbonda di falsi allarmi, anche recenti, che hanno portato il mondo sull’orlo di una guerra nucleare.

Inoltre, il vecchio “Trattato di Non Proliferazione” non ha impedito agli Usa di schierare testate nucleari a caduta nei Paesi europei dell’Alleanza atlantica. In Europa ne rimangono circa 140, di cui una settantina nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre in Italia. L’Italia è pertanto uno Stato nucleare, e sarebbe un bersaglio privilegiato di un eventuale attacco.

Per questo, caro direttore, mi rivolgo a lei. Mi permetta di ripetere dalle colonne di “Avvenire” che è urgente dare uno scossone alla distratta opinione pubblica italiana e diffondere capillarmente le informazioni sui rischi che incombono: è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Angelo Baracca (professore di Fisica all’Università di Firenze), «Il no dei popoli per sopravvivere. Minaccia pressante, risposta urgente», in “Avvenire”, sabato 25 marzo 2017, p. 3.

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Anniversario 1/2 – Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze

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Fino al 4 agosto numerosi gli eventi promossi dalla Gard Foundation: rievocati pure Alfie Evans, Isaiah Haarstrup e Ines Afiri. Il governo «non è contrario» alla riforma delle norme sulla collaborazione tra parenti e medici

«Te ne sei andato ma il mondo non dimenticherà mai il bambino che ci ha fatto sentire tutti uniti». Così scrive su Twitter, in un messaggio commosso, la “Charlie Gard Foundation” dedicata al piccolo affetto dalla sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, morto un anno fa al Great Ormond Street Hospital di Londra dopo che ai suoi genitori era stata negata la possibilità di far curare il bambino all’estero.

Si tratta di una settimana significativa per “l’esercito di Charlie”, centinaia di sostenitori che, in tutto il mondo, hanno fatto il tifo per i genitori Connie e Chris mentre cercavano, disperatamente, attraverso i vari gradi di appello giudiziari britannici, di ottenere il diritto di sottrarre il figlio all’ospedale londinese Great Ormond Street Hospital, che lo teneva «in ostaggio». Si comincia oggi, primo anniversario della morte, e si arriverà a sabato 4 agosto, quando Charlie avrebbe compiuto due anni.

Ecco un altro tweet di Connie Yates, la mamma del bambino. Annuncia una veglia di preghiera, a lume di candela, a Bedfont Green, quartiere periferico occidentale di Londra, dove abita insieme al marito, per le 19.30 del 4 agosto. Chiede di partecipare e, se non è possibile, di accendere almeno una luce per il suo piccolo scomparso e di riempire di piccoli cuori blu, il simbolo della campagna di un anno fa, i messaggi di commemorazione su Twitter e Facebook.

Insieme a Charlie verrà ricordato anche Alfie, morto il 28 aprile scorso, per colpa di una malattia neurodegenerativa senza diagnosi e senza nome, ricoverato all’Alder Hey Children Hospital, che non ha voluto consentire ai genitori di trasportarlo all’estero. Tutto questo nonostante anche loro, come il papà e la mamma di Charlie, siano ricorsi in appello in tutti i gradi del sistema giudiziario.

Al centro della mobilitazione pure Isaiah Haarstrup, bambino di otto mesi, affetto da una grave paralisi cerebrale e non in grado di respirare autonomamente, al quale i medici del King’s College di Londra hanno voluto staccare la spina del respiratore, benché i genitori si opponessero.

E da ricordare, per gli attivisti, c’è anche Inés Afiri, soprannominata l’Alfie francese, quattordicenne morta giovedì 21 giugno a Nancy, dopo quaranta ore di agonia, con la polizia schierata in ospedale per impedire che i genitori fermassero la procedura di morte decisa da medici e giudici.

A difendere il diritto di Charlie di vivere e quello dei suoi genitori di farlo curare era stato anche il Papa, un anno fa, con un tweet, nel quale parlava di «impegno d’amore a combattere la malattia che Dio affida ad ogni uomo». Sullo stesso caso ci furono poi altre dichiarazioni di Francesco riferite dal direttore della Sala Stampa, Greg Burke, in cui il Papa auspicava che non fosse trascurato «il desiderio dei genitori di accompagnare e curare Charlie fino alla fine».

La tragedia dei genitori di Alfie Evans, Charlie Gard, Isaiah Haarstrup e Inés Afiri ha colpito milioni di cittadini britannici che non vogliono vedere altri mamme e papà soffrire inutilmente come loro.

Oggi una proposta di modifica della legge, sotto il nome di «Charlie’s law», vuole garantire i diritti dei genitori contro quello che è diventato lo strapotere dei medici e assicurare loro un secondo parere specialistico. Chris e Connie, papà e mamma di Charlie Gard, hanno lavorato per mesi insieme a degli specialisti per mettere a punto il nuovo decreto legge.

La Charlie’s law arriverà Westminster sotto la formula del “private member’s bill”, vale a dire la proposta di un parlamentare che non fa parte dell’esecutivo. Il governo sembra «intenzionato», per ora, ad approvare il provvedimento che ha il sostegno di politici, esperti autorevoli, di tante persone comuni e dei media.

A illustrarne i contenuti è Stephanie Roundsmith, portavoce della “Charlie Gard Foundation”, che ha collaborato con Chris Gard e Connie Yates alla stesura del testo: «I genitori di Charlie hanno lavorato duramente a questa nuova legge per evitare che altri papà e mamme si ritrovino nella loro situazione – spiega Roundsmith – collaborando con il governo britannico e con specialisti di etica e di diritto per costruire un consenso attorno alla sua approvazione». La nuova legislazione, precisa Roundsmith, «assicurerà innanzitutto a mamme e papà di bambini malati migliore accesso a comitati etici così da evitare che conflitti tra dottori e genitori raggiungano i tribunali. Inoltre renderà più facile avere un secondo parere medico e accedere alla consulenza legale. I tribunali non potranno più far prevalere il parere dei medici su quello dei genitori a meno che sia lesa la salute fisica e psicologica del bambino».

«È difficile quantificare quanti altri bambini si trovino nella stessa condizione di Alfie, Charlie, Isaiah e Ines», spiega la commentatrice cattolica britannica Caroline Farrow, «ma questi casi hanno spinto tanti altri genitori a testimoniare che la ventilazione è stata rimossa anche dai loro bambini malati e un pediatra che conosco sostiene che vi sia almeno un bambino alla settimana che muore così».

Silvia Guzzetti, «Gran Bretagna, un anno dopo Charlie «smuove» le coscienze. Verrà presentata la legge che dà più diritti ai genitori. L’appello di mamma Connie: ricordiamolo pregando», in “Avvenire”, sabato 28 luglio 2018, p. 12.

Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu

«Per non abituarci, nell’indifferenza, all’uccisione dei nostri figli più bisognosi». È il motivo per cui alcune località italiane si ritroveranno riunite, in memoria di Charlie Gard e di Alfie Evans. Un’ora di adorazione è già stata fatta, mercoledì sera, nella cappella dell’Adorazione perpetua, in via Farini, a Genova Sampierdarena, nella chiesa di Nostra Signora del Santissimo Sacramento. Sempre a Genova, in piazza De Ferrari, si è recitato il Rosario giovedì sera. Altri sono stati recitati in altre chiese della città e uno anche ieri sera, alle 21.30, alla Spezia, nella sede della Capitaneria di Porto.

«Basta alle uccisioni dei nostri figli più bisognosi». Così si leggeva sulle locandine che invitavano a ricordare i tre bambini, Charlie, Alfie, Isaiah e Inés ieri sera sul Molo Italia di La Spezia. Una Messa verrà invece celebrata oggi, nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo, a Bagnaia e anche la Chiesa Cristiana Evangelica di Monfalcone, in provincia di Gorizia, si unirà in preghiera alle 19. Il 25 agosto anche le cascate del Niagara, in Nord America, verranno illuminate di blu e viola in onore di questi bambini.

S.G., «Veglie e celebrazioni, l’Italia si mobilita. E le cascate del Niagara diventano blu», in “Avvenire”, sabato, 28 luglio 2018, p. 12.

Anniversario 1/1 – Charlie tra le braccia del Padre – 29 luglio 2017-29 luglio 2018

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La drammatica fine della vicenda del piccolo Charlie Gard, pur se annunciata da tempo, è stata accolta con sgomento. Di fronte a vicende, come questa, l’atteggiamento più giusto è quello della preghiera e della riflessione.

Preghiera per il piccolo Charlie, ma soprattutto per i suoi amorevoli e ammirabili genitori. Preghiera anche per coloro, medici e giudici, che, invece di cercare di aiutare a vivere il problema di Charlie, hanno pensato e deciso di risolverlo nel modo più comodo e brutale: eliminandolo. Preghiera come argine a una mentalità e prassi “favor mortis”.
La vicenda del piccolo Charlie rattrista il cuore e interpella la coscienza. La sacralità della vita è stata profanata. La malattia e la sofferenza sono state utilizzate come scusa per deciderne la morte. L’amore e la volontà dei genitori disattesi e umiliati.

La scienza medica ha preteso riscrivere la morale, avallata dalla magistratura; una morale ipocrita perseguita con il dichiarato fine di “fare il bene del piccolo Charlie”! Una morale che mette i brividi, perché può essere adottata per “risolvere” tanti altri casi di vite come quella di Charlie.

Se il bene dell’uomo di fronte alla malattia grave e al dolore è la morte decretata e imposta, se l’amore e la volontà di chi è il primo responsabile delle persone in grave difficoltà è considerata niente, c’è di che preoccuparsi e temere.

Povera umanità che deve subire l’ultimo oltraggio di essere considerata “scarto” da eliminare da chi dovrebbe seguirla, curarla e difenderla!

Pubblicato il 29 luglio 2017. Sulla vicenda del piccolo Charlie Gard si veda il Dossier: Charlie Gard nel mio blog.

Aneddoti 3

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C’era un uomo che aveva lavorato tutta la vita, aveva risparmiato tutti i suoi soldi, e quando si trattava di spenderli era un vero “avaro”.
Poco prima di morire, disse alla moglie:
«Quando muoio, voglio che tu prenda tutti i miei soldi e li metta nella bara con me. Me li voglio portare con me nell’aldilà».
E così si fece promettere con tutto il cuore dalla moglie, che, quando sarebbe morto, lei avrebbe messo tutti i suoi soldi nella cassa con lui.
L’uomo morì. Al funerale, era steso nella bara; la moglie, vestita di nero, era seduta a fianco della migliore amica. Terminata la cerimonia, quando si preparavano a chiudere la bara, la moglie disse:
«Aspettate un momento!».
Aveva una piccola scatola di metallo; si avvicinò alla bara e vi mise la scatola. Chiusero la bara e la portarono via.
La sua amica le disse:
«Sapevo che non eri così tonta da mettere tutto quel denaro la dentro con tuo marito».
La moglie fedele rispose:
«Senti io sono una persona credente; non posso tornare sulle mie parole. Gli ho promesso che avrei messo quei soldi nella bara con lui».
«Vuoi dire che hai messo tutto quel denaro lì dentro con lui !?!?!?!?».
«Certo che l’ho fatto»,
disse la moglie. «L’ho preso tutto, l’ho messo sul mio conto, e gli ho fatto un assegno… se riesce ad incassarlo li può spendere tutti».

Niger 2 – Il Paese dimenticato che ora diventa «priorità»

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Fino ad ora solo 50 italiani residenti, in gran parte missionari. Per anni poca cooperazione allo sviluppo. Adesso arrivano le armi in uno dei Paesi più poveri del mondo, segnato da ripetute siccità e carestie. Solo il 19% della popolazione (20 milioni di abitanti) sa leggere e scrivere

Da sempre agli ultimi posti della classifica mondiale dello sviluppo umano, il Niger è stato sino a oggi anche l’ultima delle priorità del nostro Paese. Mai un’ambasciata sino a pochi mesi fa e neppure un ufficio della Cooperazione internazionale, chiuso da qualche anno. La presenza italiana non arrivava alle cinquanta unità, in gran parte cooperanti e missionari, compresa la numerosa famiglia italo-nigerina di un noto ristoratore di Niamey.

Eppure se c’è un Paese che avrebbe bisogno di cooperazione allo sviluppo e di lotta al terrorismo – e non ai migranti – è proprio il Niger. Incastonato nel cuore dell’Africa occidentale, terra di sabbie e di sete, è uno dei Paesi più poveri al mondo, segnato da ripetute siccità e carestie. I suoi quasi venti milioni di abitanti – concentrati quasi tutti nel Sud, a ridosso del fiume Niger e al confine con la turbolenta Nigeria – hanno vita dura. Circa la metà vive in condizioni di estrema povertà e precarietà, dedicandosi soprattutto a un’agricoltura di sussistenza, molto condizionata dalle scarsissime piogge e con metodi alquanto arcaici. Non stupisce, dunque, che questo vasto Paese saheliano vanti diversi primati negativi, a cominciare dalla mortalità materno-infantile, una delle più alte al mondo. Ancora oggi, le donne – che in media mettono al mondo 7 figli a testa – rispondono alla domanda sui loro bambini, dicendo il numero dei partoriti e quello dei sopravvissuti. Altro primato negativo riguarda il tasso di alfabetizzazione: solo il 19 per cento della popolazione sa leggere e scrivere. E la stragrande maggioranza sono uomini (27,3 per cento), mentre solo l’11 per cento delle donne è alfabetizzata. Un dato drammatico anche questo, con gravissime ripercussioni sociali ma anche economiche. L’aspettativa di vita supera di poco i cinquant’anni e l’età media è di 15 (contro i 43 dell’Italia).

Ma le condizioni climatiche ostili non bastano a spiegare la situazione di grave arretratezza in cui versa il Paese. Politica e interessi – interni e internazionali fanno la loro parte. La storia recente del Niger, infatti, è segnata da una serie di colpi di Stato e regimi a partito unico guidati da militari sino al 1991. Oggi il Paese deve fare i conti anche con il terrorismo islamista, che colpisce sia la popolazione locale che gli stranieri. Le regioni settentrionali sono destabilizzate dalla guerriglia separatista tuareg e sempre più dalla presenza di gruppi di terroristi islamici, che imperversano in tutta la zona saheliana, seminando terrore tra la popolazione, rapendo gli stranieri e dedicandosi a traffici di ogni specie: dai migranti alla droga, dalle merci contraffatte alle armi. A Sud, invece, sono le incursioni del gruppo terroristico nigeriano Boko Haram a provocare morte, distruzione e migliaia di profughi e sfollati.

Un’emergenza che si aggiunge a un’altra emergenza che il Paese ha fatto molto fatica ad assorbire: quella del ritorno precipitoso nel 2011 di decine di migliaia di nigerini dalla Libia, dove vivevano e lavoravano da molti anni, garantendo la sopravvivenza anche alle loro famiglie. Quello con la Libia è sempre stato un rapporto strettissimo e burrascoso. All’epoca di Gheddafi, il Paese rappresentava quasi l’unico sbocco lavorativo per migliaia di giovani anche se spesso in condizioni di grave sfruttamento; d’altro canto, il Colonnello considerava il Niger un po’ come il cortile di casa, ingerendo pesantemente nelle questioni interne e sostenendo, ad esempio, più di una ribellione tuareg.

Ma un altro Paese legato a doppio filo al Niger è la Francia, direttamente implicata nello sfruttamento della sua più grande risorsa: l’uranio. Che Oltralpe accende una lampadina su tre. Un business assolutamente strategico per la Francia, che però non si traduce all’interno del Niger in politiche di sviluppo e di lotta alla povertà. Piuttosto in pesanti ingerenze politiche.

Quando, infatti, nel 2010, il colonnello Salou Djibo – che aveva spodestato il nazionalista Mamadou Tandja – ha avviato negoziati con la Cina per la vendita dell’uranio, la Francia non si è fatta scrupoli nel “benedire” (e probabilmente, in qualche modo, nel sostenere) l’ennesimo colpo di Stato che ha portato al potere l’attuale presidente Mahamadou Issoufou, molto più sensibile alle esigenze del governo di Parigi. Che è già presente in Niger anche con un contingente militare nell’ambito dell’Operazione Barkhane lanciata nell’agosto 2014 in chiave anti jihadista, così come Stati Uniti, Algeria, Canada e Germania, che ha recentemente fornito mezzi di trasporto all’esercito nigerino. Ora anche l’Italia si appresta a fare la sua parte dal punto di vista militare, in un Paese che avrebbe molto più bisogno di sviluppo che di armi.

Anna Pozzi, «Il Paese dimenticato che ora diventa “priorità”. Usa, Francia, Canada e Germania avevano missioni militari. Mancava l’Italia», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

Niger 1 – Via libera alla missione in Niger. Ma restano tutti i timori umanitari

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Circa 500 uomini saranno nel deserto, di rinforzo ai contingenti di altri Paesi già sul posto. Dubbi sulla durata e gli stanziamenti. Lo Stato Maggiore rassicura: non andiamo a combattere. Un mese fa uccisi 3 caschi blu Onu

Dopo l’ok del Consiglio dei ministri manca solo quello delle Camere. Uno degli ultimi atti del governo Gentiloni sarà dunque l’invio di un contingente di circa 500 uomini in Niger. La decisione è stata presa dopo averne dato comunicazione al Presidente della Repubblica, «considerata – informa una nota di Palazzo Chigi – la necessità di adempiere alle obbligazioni e agli impegni internazionali assunti dall’Italia, e sarà successivamente trasmessa alle Camere per la discussione e l’autorizzazione con appositi atti di indirizzo e deliberazioni, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, eventualmente definendo impegni per il Governo».

Un team di ricognizione è in questi giorni a Niamey, la capitale del Niger, per studiare le necessità della nuova missione militare italiana. L’obiettivo, ha spiegato il presidente del Consiglio, è «consolidare quel Paese, contrastare il traffico degli esseri umani ed il terrorismo». Saranno impiegate «alcune centinaia di uomini», ha spiegato il capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano e contestualmente avverrà una riduzione del contingente dispiegato in Iraq nella coalizione anti-Daesh. Uno spostamento verso l’Africa ed il Mediterraneo che coincide con quelli che al momento sono gli «interessi nazionali».

Gentiloni ha voluto precisare che l’intervento italiano è «su richiesta » del governo del Paese africano, «per consolidare gli assetti di controllo del territorio, delle frontiere e per rafforzare, formare, addestrare le forze nazionali».

«Non sarà – ha assicurato il generale Graziano – una missione “combat”: il nostro contingente avrà il compito di addestrare le forze nigerine e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo. È la stessa attività che gli italiani svolgono in Iraq e in Afghanistan e cioè preparare le forze locali a conservare la stabilità, a creare una capacità interna di mantenere la sicurezza».

Al di là delle rassicurazioni, «mantenere la sicurezza» senza prevedere operazioni con il colpo in canna sarebbe un controsenso. All’inizio di novembre tre caschi blu dell’Onu originari proprio del Niger e un militare maliano sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti nel nord del Mali (al confine con il Niger) nel corso di un attacco mai rivendicato.

Il 30 ottobre il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, ha proposto al Consiglio di Sicurezza quattro piani di sostegno alla Forza congiunta G5 nel Sahel creata da Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per il contrasto al terrorismo e ai traffici illeciti nella regione. Tutte le opzioni comprendevano l’impegno della missione Minusma, espandendone il mandato dal Mali al Niger.

Fino ad ora oltre alla storica presenza delle legioni francesi, erano presenti in Niger militari da Canada, Usa, Algeria e Germania. In Mali, ma con continui sconfinamenti in Niger, agisce il G5 Sahel, l’iniziativa militare congiunta tra Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, pianificata nel febbraio del 2014 e lanciata lo scorso luglio. L’Italia, dunque, si aggiunge in un Paese dal quale era sostanzialmente assente.

Il problema, alla lunga, saranno i quattrini. Il budget stimato per il funzionamento della sola operazione del G5 Sahel ammonta a 423 milioni di euro e, per il momento, i fondi raccolti coprono solamente un quarto della cifra. Gli Stati aderenti al progetto hanno promesso 10 milioni di euro a testa, ai quali si aggiungono 8 milioni provenienti dalla Francia e 50 dall’Unione europea (che però è disposta a stanziare fondi assai superiori). Dopo un lungo braccio di ferro diplomatico tra Washington e Parigi, avvenuto durante la presidenza francese del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 30 ottobre il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha annunciato un sovvenzionamento di 51 milioni di euro. Un parziale cambio di rotta per gli Stati Uniti, che fin da subito si erano mostrati contrari a un finanziamento da parte delle Nazioni Unite arrivando a minacciare il veto sulla risoluzione adottata a giugno.

Sempre a ottobre si è svolta una missione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei Paesi del Sahel, guidata dall’Italia insieme a Francia ed Etiopia. Proprio attraverso il Sahel arriva circa l’80% dei migranti che si imbarca per l’Italia. Per l’ambasciatore Sebastiano Cardi, rappresentante permanente al Palazzo di Vetro, quella era stata «una tappa fondamentale», che ha permesso di acquisire importanti elementi sullo stato di avanzamento nella costituzione del G5, sulle sue implicazioni strategiche e i bisogni in termini di equipaggiamento e formazione. Impostazione ribadita ieri da una nota dello Stato Maggiore che dapprima si è affrettato a smentire che l’operazione sia stata chiamata “Deserto Rosso”, (definizione che evoca più un campo di battaglia che una impostazione “umanitaria”) e poi ha precisato che «lo scopo della missione è quello di incrementare la capacità operativa delle Forze nigerine e di metterle in condizioni di garantire la stabilità dell’area e contrastare i traffici illegali di migranti».

Nello Scavo, «Il via libera alla missione in Niger. Ma restano tutti i timori umanitari. Gentiloni: “Operazione sacrosanta per gli interessi nazionali”», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

LA MISSIONE IN NIGER: IL CONTINGENTE

Il contingente militare italiano che nelle prossime settimane, dopo il via libera del Parlamento, sarà inviato in Niger si comporrà inizialmente di 470 uomini e avrà a disposizione almeno 130 veicoli, compresi diversi mezzi blindati. La pianificazione dell’operazione è in corso al Coi (Comando Operativo di Vertice Interforze) dello Stato Maggiore della Difesa e le prime aliquote di personale, potrebbero giungere nel Paese africano già tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio prossimo.

Oltre ad una significativa presenza nella capitale Niamey, i soldati italiani opereranno in aree impervie e particolarmente impegnative sotto il profilo logistico e tattico. Possibile anche un insediamento temporaneo a Fort Madama, la storica base della Legione Straniera nel nord del Paese, non lontano dal confine con la Libia. Quasi certo l’utilizzo di elicotteri Nh90, preziosi per missioni di trasporto tattico, voli “Sar” di ricerca e soccorso, evacuazione medica, lanci di paracadutisti. E non dovrebbero mancare in dotazione al contingente italiano gli elicotteri d’attacco Aw129 Mangusta.

Secondo Gianandrea Gaiani, di Analisi Difesa, il contingente dovrà necessariamente comprendere una dotazione adeguata di radar, droni ed elicotteri. Per pattugliare i 600 km di confine tra il Niger e la Libia non bastano un paio di compagnie di paracadutisti, ci vuole un dispositivo molto più robusto».

«Sopralluoghi in corso per stabilire le mosse italiane. Dispiegati elicotteri da combattimento “Mangusta”», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

LA MISSIONE IN NIGER: I COMPITI

Quanto ai compiti affidati ai militari italiani, il contingente dovrà addestrare le forze di sicurezza locali mediante l’organizzazione di corsi di formazione e attività specifiche, sull’esempio di quanto fatto nei mesi scorsi in Iraq. La presenza italiana sarà poi dispiegata per assicurare l’attività di sorveglianza e controllo del territorio in una delle aree cruciali per il contrasto del traffico di uomini, di armi e di droga, la principale rotta di passaggio per centinaia di migliaia di persone che ogni anno raggiungono la Libia per imbarcarsi alla volta delle coste europee. Quasi l’80% di tutti i migranti che arrivano in Europa attraverso la Libia provengono o transitano dai Paesi del Sahel, che hanno nel Niger uno dei passaggi obbligati verso la Libia e la Tunisia.

«È prematuro citare il nome o la tipologia particolareggiata» delle unità che potrebbero essere impiegate tenuto conto che la pianificazione «evidentemente – spiegano dallo Stato Maggiore – dovrà prevedere l’approntamento di diverse tipologie di unità dalle quali poi selezionare quelle più idonee alle diverse esigenze della missione».

«Addestramento della polizia e controllo del territorio», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.