Archeologia 1 – La «chiave» della tomba di San Pietro – Importanti reperti archeologici nel «Tesoro» della Basilica

Chiave di San Pietro

1. Tra la preziosa suppellettile sacra, riordinata nel 1975 nelle sale del nuovo Tesoro della Basilica di San Pietro, non risulta elencata neanche nei repertori più attenti una chiave a duplice impugnatura e duplice fusto, sagomata e non incrociata come quella papale, legata da un cordone ritorto che termina con il fiocco ornamentale. Nel fiocco è inserito un cannello da infilare nella toppa della serratura. Il cartellino, che risale alla prima sistemazione del Tesoro (1909) dice che si tratta nientemeno della chiave della Tomba di San Pietro.

La chiave è collocata accanto a un’altra in argento, smalti e pietre, insegna di un antico Ordine cavalleresco, donata nel 1575 da un signore di Fiandra, giunto in Roma in pellegrinaggio e registrata in tutti gli inventari che parlano del Tesoro. Mentre l’indicazione «chiave della Tomba di San Pietro» dovette sembrare tanto leggendaria ai compilatori dei successivi cataloghi, e probabilmente non solo ad essi, da ometterne qualsiasi cenno.

Ne nasceva un quesito da stimolare la curiosità di chi sa per esperienza che in san Pietro anche le leggende hanno un fondamento storico. Iniziando le indagini, s’è recuperato innanzi tutto un cofanetto originale in pelle, ben conservato con fodera in velluto, ritagliata in modo da poter accogliere la chiave ricca di sagomature. Nel vano dell’astuccio è inserito un foglietto, di scrittura piuttosto recente, in cui si ricopia un brano del Cerimoniale di Luigi Secondiani del 1850 dove si legge che il Canonico Altarista è nominato con Breve pontificio, da leggersi dal Notaro avanti all’altare maggiore. «Poi l’Altarista è condotto alla Confessione e si apre il finestrino interiore; ancora genuflette e bacia».

Non mi è stato possibile di ritrovare il testo del Secondiani in Archivio, ma esso è letteralmente ricopiato dal ceremoniale manoscritto di Francesco Colignani che porta la data del 1705. Il documento precede dunque di quasi mezzo secolo la Bolla di Benedetto XIV (agosto 1748) con cui il Papa intende ripristinare la cerimonia della benedizione dei Palli, delle insegne cioè che da tempo immemorabile il Pontefice Romano inviava ai Patriarchi e agli Arcivescovi in segno della comunione apostolica.

Citando l’autorità di Pietro Mallio canonico di San Pietro negli ultimi decenni del sec. XII, di Maffeo Vegio e dei libri cerimoniali della Basilica, Benedetto XIV nella sua Bolla ricorda che i Palli «si calavano nella Confessione del beato Pietro in modo che appoggiassero sopra il suo corpo…». «Nella parte anteriore dell’altare della Confessione – continua la bolla – esisteva come una piccola finestra e nello spazio tra questa e la mole dello stesso altare c’era un foro perpendicolare all’arca di bronzo dove riposa il sacro corpo dell’Apostolo».

La tradizione dei Palli andò in disuso, «quando fu mutata la forma dell’Ara maggiore», dice la Bolla. I recenti scavi hanno difatti dimostrato le distruzioni e manomissioni di cui fu oggetto la zona cemeteriale intorno al «trofeo» (ca. 150 d.C.) o piccolo monumento funerario cui si riferisce il presbitero Gaio alla fine del II secolo. Il «trofeo» fu inglobato nel IV secolo nel «monumento» costantiniano e su di esso si eressero successivamente e in verticale gli altari di Gregorio Magno, di Callisto II e di Clemente VIII, quest’ultimo oggi visibile sotto il baldacchino.

2. Dell’arca di bronzo di cui parla la Bolla di Benedetto XIV dietro il racconto di Anastasio Bibliotecario, a più riprese utilizzato dal Grimaldi, e del foramen quadratum attraverso il quale «si scorge, a cinque palmi e mezzo l’arca del sacratissimo corpo di Pietro» dà notizie e testimonianze il Grimaldi stesso, il quale peraltro riconosce che trattasi di un argomento assai complesso: «neque ingenii mei sit rem tantam aggredi». Accenna tuttavia alla figura antichissima del Salvatore al centro della piccola abside, con Pietro e Paolo ai lati, opera musiva bizantineggiante del tempo di Leone III o, secondo Anastasio, di Leone IV, e soprattutto, per quanto qui ci interessa, descrive accuratamente il foramen quadratum della «lastra marmorea che copriva l’arca del corpo del beatissimo Pietro». Nonostante le modifiche e gli interventi, alcuni distruttori, avvenuti durante i secoli intorno alla tomba dell’apostolo, sono indiscutibilmente visibili, a giudizio degli studiosi, il piccolo monumento petriano, il rivestimento marmoreo costantiniano, la cripta e l’altare di Gregorio Magno, l’altare di Callisto II e infine quello di Clemente VIII.

L’accesso alla Confessione che occupa lo spazio tra la base dell’altare di Callisto II e la sottostante «memoria», fu anch’esso più volte ritoccato. La nicchia arcuata dei Palli, come si vede oggi dopo i recenti restauri, si inserisce in questo contesto strutturale, con sul fondo la figura del Cristo bizantino, malamente restaurata, e sui muri laterali le figure di Pietro e Paolo di recente fattura. Al centro della nicchia si trova il cofano d’argento dove si conservano i Palli, sollevato di cirri di nuvole poggiate sulla lastra di bronzo o «catarattina» voluta da Innocenzo X per decorare la lastra marmorea in cui si trovava il «finestrino» del Colignani o il «foramen quadratum» di Anastasio, lastra anch’essa recuperata durante gli scavi, e che adesso ha ottenuto la sua degna collocazione.

S’è trovato anche la notula del pagamento «dell’indoratura a fuoco sul pavimento che s’è fatto di nuovo et sua catarattina sopra il sepolcro delli Santi Apostoli nella Confessione da mastro Girolamo Grippa, in tutto sc. 55, 1 luglio 1648». Tale abbellimento si rese necessario dopo che per gli stupendi «sportelli della Confessione (adesso esposti nel Tesoro della Basilica) Francesco Spagna argentiere consegnò nel 1633 due telari, quattro palmette e uno Spirito Santo con i suoi splendori, tutto argento, libbre 26 e mezzo».

Benedetto XIV, per vari anni canonico di San Pietro, ricorda che per tutta l’Ottava della festa dei ss. Pietro e Paolo «i Palli venivano deposti sopra il corpo dell’Apostolo». Terminata l’Ottava le insegne si chiudevano in una cassetta con conopeo di seta vermiglia e affidata alla custodia del Canonico Altarista, mentre la chiave veniva presa in consegna dal Cerimoniere pontificio, come avviene anche oggi. Nel ripristinare la cerimonia della benedizione dei Palli, che stando al Colignani fu sospesa il 18 gennaio 1704, il Pontefice dichiara di donare a spese proprie l’attuale cofano d’argento dorato che «dovrà restare sempre sulla Confessione del beato Pietro e accanto al suo corpo… Vogliamo che la cura e la custodia di questa cassetta spetti al canonico altarista pro tempore; mentre la chiave di essa sarà tenuta dal maestro delle cerimonie».

3. L’officio del canonico altarista, dunque, era strettamente legato alla custodia dei Palli nella Confessione e nell’assicurare la loro diretta comunicazione con la tomba dell’Apostolo. La «catarattina» o coperchio di bronzo dorato di Innocenzo X ha la superficie divisa dai quattro bracci della croce. Nella parte inferiore, a destra, si scorge il foro della serratura. La chiave esistente nel Tesoro, infilata nella toppa della serratura, vi gira senza difficoltà e apre la «catarattina» o coperchio con cui Innocenzo X volle decorare il buco della pietra sottostante. Il foro è in diretta comunicazione con la Tomba dell’Apostolo ed è attraverso di esso che i fedeli calavano i brandea per metterli a contatto della Tomba di Pietro.

Nel disegnare il Cristo della piccola abside della Confessione, a destra del disegno, il Grimaldi scrive che trattasi di «un’antichissima immagine che si trova nella Confessione, davanti alla quale c’è un foro corrispondente all’arca del sacro corpo di Pietro. Exemplatur hic prout est hodie». Il coperchio di Innocenzo X, che cela il foramen quadratum, aperto con detta chiave, consente il diretto contatto con la Tomba dell’Apostolo.

Ancora una volta la tradizione si dimostra veritiera. Al Cerimoniere pontificio veniva affidata la chiave dell’urna dei Palli; al Canonico Altarista la chiave della Tomba di San Pietro.

Ennio Francia, «La “chiave” della tomba di San Pietro. Importanti reperti archeologici nel “Tesoro” della Basilica», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 30 maggio 1980, p. 7.

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Racconti per lo spirito 17 – Sorpresa tra le dune

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Un uomo si era perduto nel deserto e si trascinava da due giorni sulla sabbia infuocata. Era ormai giunto allo stremo delle forze.
Improvvisamente vide davanti a sé un mercante di cravatte. Non aveva con sé nient’altro: solo cravatte. E cercò subito di venderne una al pover’uomo, che stava morendo di sete.
Con la lingua impastoiata e la gola riarsa, l’uomo gli diede del pazzo: si vende una cravatta a uno che muore di sete?
Il mercante alzò le spalle e continuò il suo cammino nel deserto.
Alla sera, il viaggiatore assetato, che strisciava ormai sulla sabbia, alzò la testa e rimase allibito: era nel piazzale di un lussuoso ristorante, con il parcheggio pieno d’automobili! Una costruzione grandiosa assolutamente solitaria in pieno deserto.
L’uomo si arrampicò a fatica fino alla porta e, sul punto di svenire, gemette:
«Da bere, per pietà ».
«Desolato, signore»,
rispose il compitissimo portiere, «qui non si può entrare senza cravatta».

Ci sono persone che attraversano il deserto di questo mondo, con una sete smodata di esperienze piacevoli e bramosie di ogni tipo. Trattando da poveri pazzi quelli che cercano di presentare il Vangelo. È un messaggio così stupido nel loro deserto!
Ma quando vorranno entrare nell’«Hotel del Signore”, verrà loro detto:
«Desolato, qui non si può entrare senza un cuore rinnovato».

Bruno Ferrero, «40 storie nel deserto. Piccole storie per l’anima», Ed. Elle Di Ci, Leumann (T0) 1996, pp. 22-23.

Papa Francesco: Angelus – Regina Cæli 2013 – Regina Cæli – Piazza San Pietro, Lunedì dell’Angelo, 1° aprile 2013

Francesco, Angelus

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno, e buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona – specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.

Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).

È vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio.

Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana! La gioia di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che è Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito!

Preghiamo insieme, nel nome del Signore morto e risorto, e per intercessione di Maria Santissima, perché il Mistero pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia.

Dopo il Regina Coeli

Saluto con grande affetto tutti voi, cari pellegrini provenienti da vari Continenti per partecipare a questo incontro di preghiera.

A ciascuno auguro di trascorrere serenamente questo Lunedì dell’Angelo, nel quale risuona con forza l’annuncio gioioso della Pasqua: Cristo è risorto! Buona Pasqua a tutti!

Buona Pasqua a tutti, e buon pranzo!

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Niente chiacchiere, niente paura – Cappella della Domus Sanctae Marthae, sabato, 13 aprile 2013

Omelie del mattino

Per risolvere i problemi della vita bisogna guardare in faccia la realtà, pronti, come il portiere di una squadra di calcio, a parare il pallone da qualunque parte arrivi. E senza cedere alla paura o alla tentazione della lamentela, perché Gesù è sempre accanto a ogni uomo, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Lo ha detto Papa Francesco nella messa celebrata, la mattina di sabato 13 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Tra i presenti, il direttore dei servizi di sicurezza e protezione civile Domenico Giani con i familiari, agenti del corpo della Gendarmeria e dei Vigili del fuoco, la madre di monsignor Alfred Xuereb e alcuni disabili che stanno partecipando a un convegno in Vaticano.

Nel passo degli Atti degli apostoli (6,1-7), proclamato nella prima lettura, «c’è un pezzo – ha spiegato il Pontefice – della storia dei primi giorni della Chiesa: la Chiesa cresceva, aumentava il numero dei discepoli», ma «in questo momento incominciano i problemi». Infatti, «quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica» perché nell’assistenza quotidiana venivano trascurate le vedove. «La vita – ha proseguito – non è sempre tranquilla e bella» e «la prima cosa che fanno è mormorare, chiacchierare uno contro l’altro: “Ma, guarda, c’è questo …”. Ma questo non porta ad alcuna soluzione, non dà soluzione».

Invece «gli apostoli, con l’assistenza dello Spirito Santo, hanno reagito bene. Hanno convocato il gruppo dei discepoli e hanno parlato. È il primo passo: quando ci sono difficoltà, bisogna guardarle bene, prenderle e parlarne. Mai nasconderle. La vita è così. La vita bisogna prenderla come viene, non come noi vogliamo che venga». È «un po’ – ha detto Papa Francesco ricorrendo a una metafora efficace e a lui cara – come il portiere della squadra, no?, che prende il pallone da dove viene. Questa è la realtà». Gli apostoli, dunque, «hanno parlato tra loro e hanno fatto una bella proposta, una proposta rivoluzionaria, perché hanno detto: “Ma noi siamo gli apostoli, quelli che Gesù ha scelto”. Ma quello non basta. Si sono accorti che il primo loro dovere era la preghiera e il servizio della Parola. “E per l’assistenza quotidiana alle vedove, dobbiamo fare un’altra cosa”». Così «hanno deciso di fare i diaconi».

«Una decisione – ha aggiunto il Papa – un po’ rischiosa in quel momento. Ma lo Spirito Santo li ha spinti a fare quello. Lo hanno fatto. Hanno scelto i diaconi, decisi. Non hanno detto: “Ma, domani vedremo, pazienza”. No, no. Hanno preso la decisione e il finale è tanto bello: “E la Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente”. È bello. Quando ci sono i problemi, bisogna prenderli e il Signore ci aiuterà a risolverli».

Così «non dobbiamo avere paura dei problemi. Gesù stesso dice ai suoi discepoli: sono io, non abbiate paura, sono io! Sempre. Con le difficoltà della vita, con i problemi, con le nuove cose che dobbiamo prendere: il Signore è là. Possiamo sbagliare, davvero, ma Lui è sempre vicino a noi e dice: hai sbagliato, riprendi la strada giusta».

Un problema, ha detto il Papa, non si risolve se ci si limita a dire «a me non piace» e si comincia «a mormorare o a chiacchierare». E «non è un buon atteggiamento quello di truccare la vita, di fare il maquillage alla vita. No, no. La vita è come è. È la realtà. È come Dio vuole che sia o come Dio permette che sia. Ma è come è, e dobbiamo prenderla come è. Lo Spirito del Signore ci darà la soluzione ai problemi».

«Anche nel Vangelo – ha spiegato il Papa commentando il passo appena letto di san Giovanni (6,16-21) – succede una cosa simile. I discepoli erano tutti contenti perché avevano visto che quei cinque pani non finivano più. Hanno dato da mangiare a tanta gente, a tante persone. Si avviarono verso l’altra riva, con la barca, e viene un forte vento: il mare si agita e hanno un po’ paura. Sono in difficoltà. E il Signore viene da loro per aiutarli. Si spaventano un po’, e Lui dice loro: “Non abbiate paura, sono io!”. Quella è la parola di Gesù, sempre: nelle difficoltà, nei momenti che sono bui, nei momenti dove tutto è oscuro e non sappiamo cosa fare, anche quando c’è buio nella nostra anima. La vita è così. Oggi viene così, con questo buio. Ma il Signore è là. Non abbiamo paura! Non abbiamo paura delle difficoltà, non abbiamo paura quando il nostro cuore è triste, è buio! Prendiamo le cose come vengono, con lo Spirito del Signore e l’aiuto dello Spirito Santo. E così andiamo avanti, sicuri su una strada giusta».

Papa Francesco ha concluso l’omelia con l’invito a chiedere «al Signore questa grazia: non avere paura, non truccare la vita» per essere capaci di «prendere la vita come viene e cercare di risolvere i problemi come hanno fatto gli apostoli. E cercare pure l’incontro con Gesù che sempre è affianco a noi, anche nei momenti più oscuri della vita».

Da “L’Osservatore Romano”, domenica, 14 aprile 2013.

Racconti per lo spirito 16 – L’asceta con l’anfora

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«Per amor tuo so fare qualsiasi sacrificio, o mio dio! Che vuoi che io faccia?».
Quella volta l’idolo sembrò rispondere al grande asceta:
«Voglio che tu attraversi tutto il mercato della città tenendo sul capo un’anfora colma di olio. Se mi sei veramente devoto, non devi perderne neppure una goccia».
Il fervente asceta colmò fino all’orlo una grande anfora d’olio, se la mise sulla testa e volle passare proprio dove la gente era più numerosa.
Con estrema attenzione raccomandava a se stesso:
«Per amor del tuo dio, non devi perdere neppure una goccia!».
La sua devozione era così grande che quando si ritrovò nel tempio, l’anfora era ancora intatta.
Nella preghiera fervente aspettava l’approvazione divina. Poiché tardava a venire, l’asceta la sollecitò:
«Hai visto, mio dio, quanto è grande il mio amore per te! Non ho perso neppure una goccia!».
Questa volta l’idolo rispose veramente, ma era assai corrucciato:
«Stolto, che me ne faccio io del tuo olio? Durante il viaggio tu non hai pensato neppure una volta a me. Voglio che tu lasci ogni inutile austerità e docile ti segga accanto a me, per ascoltarmi con amore».

Dio non vuole le tue cose, vuole te!

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Dio non ha la bacchetta magica – Cappella della Domus Sanctae Marthae, venerdì, 12 aprile 2013

Omelie del mattino

Le «fantasie trionfalistiche» sono «una grande tentazione nella vita cristiana». Ma Dio «non fa come una fata con la bacchetta magica», che può salvare l’uomo in un istante; piuttosto si serve della strada della perseveranza, perché «ci salva nel tempo e nella storia», nel «cammino di tutti i giorni». È questa la riflessione che il Papa ha offerto durante la messa celebrata venerdì mattina, 12 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Tra i concelebranti il cardinale Telesphore Placidus Toppo, arcivescovo di Ranchi, monsignor Fabián Pedacchio Leaniz, officiale della Congregazione per i Vescovi, monsignor Giuseppe Antonio Scotti e don Giuseppe Costa, presidente del consiglio di sovrintendenza e direttore della Libreria Editrice Vaticana (Lev) – che al termine della messa ha presentato al Pontefice le tre recentissime pubblicazioni che raccolgono testi di Bergoglio – con il carmelitano Edmondo Caruana, responsabile editoriale, e don Giuseppe Merola, redattore editoriale. Fra i presenti, Ernst von Freyberg e Paolo Cipriani, presidente del consiglio di sovrintendenza e direttore generale dell’Istituto per le Opere di Religione, i membri del consiglio di sovrintendenza della Lev e alcuni dipendenti della Farmacia Vaticana con il direttore amministrativo, fratel Rafael Cenizo Ramírez.

Riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (5,34-42) proclamato nella prima lettura, il Papa ha indicato in Gamaliele «un uomo saggio», perché «ci dà un esempio di come Dio agisce nella nostra vita. Quando tutti questi sacerdoti, farisei, dottori della legge erano tanto nervosi, impazziti per quello che facevano gli apostoli, e volevano pure ammazzarli, disse: ma fermatevi un po’! E ricorda alcune storie di Giuda il Galileo, di Teuda, che non erano riusciti a fare nulla: dicevano che erano il Cristo, il Messia, i salvatori e poi tutto era rimasto senza successo. “Date tempo al tempo” dice Gamaliele».

«È un consiglio saggio – ha spiegato Papa Francesco – anche per la nostra vita. Perché il tempo è il messaggero di Dio: Dio ci salva nel tempo, non nel momento. Qualche volta fa i miracoli, ma nella vita comune ci salva nel tempo. Alle volte pensiamo che il Signore viene nella nostra vita, ci cambia. Sì, ci cambia: le conversioni sono quello. “Voglio seguirti, Signore”. Ma questo cammino deve fare storia». Il Signore, dunque, «ci salva nella storia: nella nostra storia personale. Il Signore non fa come una fata con la bacchetta magica. No. Ti dà la grazia e dice, come diceva a tutti quelli che lui guariva: “Va, cammina”. Lo dice anche a noi: “Cammina nella tua vita, dai testimonianza di tutto quello che il Signore fa con noi”».

Bisogna rifuggire allora da «una grande tentazione nella vita cristiana, quella del trionfalismo. È una tentazione – ha affermato il Pontefice – che anche gli apostoli hanno avuto. Per esempio, quando Pietro dice al Signore: ma, Signore, io mai ti rinnegherò, sicuro! Il Signore gli dice: stai tranquillo, prima che il gallo canti, prima che ci sia il canto del gallo, per tre volte dirai contro di me». Questa è appunto la tentazione del «trionfalismo: credere che in un momento sia stato fatto tutto! No, in un momento incomincia: c’è una grazia grande, ma dobbiamo andare nel cammino della vita».

Anche dopo la moltiplicazione dei pani – narrata nel vangelo di Giovanni (6,1-15) – c’è la tentazione del trionfalismo. «Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo! Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re”, se ne va». Ecco, dunque, «il trionfalismo: ah, questo è il re! E poi Gesù li rimprovera: voi venite dietro a me non per sentire le mie parole, ma perché ho dato da mangiare».

«Il trionfalismo – ha spiegato il Papa – non è del Signore. Il Signore è entrato sulla terra umilmente. Ha fatto la sua vita per trent’anni, è cresciuto come un bambino normale, ha avuto la prova del lavoro, anche la prova della croce. E poi, alla fine, è risorto. Il Signore ci insegna che nella vita non è tutto magico, che il trionfalismo non è cristiano».

È vero «quello che ha detto il saggio Gamaliele: lasciateli, il tempo dirà!». E «anche noi – ha proseguito il Pontefice – diciamo a noi stessi: “Io voglio andare dietro al Signore, sulla sua strada, ma non è cosa di un momento, è cosa di tutta la vita, di tutti i giorni”. Quando mi alzo al mattino: “Signore, andare con te, andare con te”. Questa è la grazia che dobbiamo chiedere: quella della perseveranza».

Si tratta dunque – ha concluso – di «perseverare nel cammino del Signore, fino alla fine, tutti i giorni. Non dico incominciare di nuovo tutti i giorni: no, proseguire il cammino. Proseguire sempre. Un cammino con difficoltà, con il lavoro, anche con tante gioie. Ma il cammino del Signore».

«Chiediamo – ha esortato – la grazia della perseveranza. E che il Signore ci salvi dalle fantasie trionfalistiche. Il trionfalismo non è cristiano, non è del Signore. Il cammino di tutti i giorni, nella presenza di Dio, quella è la strada del Signore. Andiamo per quella».

Da «L’Osservatore Romano», sabato 13 aprile 2013.

Proverbi/1

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“Chi la strada vecia lassa per quela nova, sa cossa che ‘l lassa, ma no ‘l sa cossa che ‘l trova.”
(Proverbio trentino)
Chi lascia la strada (via) vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova. (Italiano)
Questo proverbio in altri dialetti:
Chi lascia la strade vecchia pe’ la noa, con corto tembo gabbati ce troa (Marchigiano)
Chel ch’al lase la strade viere pe gnove, al sa ce ch’al lase e no ce ch’al trove (Friulano)
Cui lassa la via vecchia pri la nova, li guai ch’un va circannu, dda li trova (Siciliano)
Ci lasc la vie vecchie pe la nov, sap ce lasse e non sape ce trov (Pugliese)
Chi lasa la vi vècia par la nóva, mèl pinté as tróva (Emiliano)
Chi lassa la via vecchia pe’ la nova, spisso ‘ngannato se trova (Campano)
A via vecchia ‘un cangiàri ppè li novi (Calabrese)
Chi lassa la straa veggia per la noeuva, inganaa se troeuva (Lombardo)
Lassa nen la strà vegia par la neuva (Piemontese)
No bisogna lassar la strada vecia per la nova (Triestino)
Chi lascia la via vecchia per la nuova, sette volte ingannato si ritrova (Toscano)
Ki làsse a vìe vèkkie e bbà na nòve, sà ke llàsse e nnen zà ke ttròve (Molisano)