Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/32 – La Liturgia della Parola: La preghiera dei fedeli

Riscoprire l'Eucaristia

Dopo la professione di fede (cioè il Credo), nella celebrazione eucaristica comincia quella che è chiamata la preghiera dei fedeli.

È una preghiera universale. Vuol dire una preghiera che si occupa di tutto il mondo, una preghiera aperta sull’universo, attenta a tutto quello che avviene vicino o lontano da noi. Una preghiera che si prende a cuore tutti gli esseri che abitano il nostro pianeta.

Cristo non è venuto sulla terra, non è morto e risuscitato per poche persone solamente. L’ha fatto per tutti. Non ha voluto annunciare la lieta notizia del vangelo a qualche persona solamente, ma a tutti. La stessa cosa avviene durante la celebrazione eucaristica. È per tutti che la Chiesa fa nuovamente quello che Gesù ha fatto durante l’ultima cena. È per tutti che la parola di Dio è nuovamente proclamata. Ciò deve apparire in modo speciale durante la preghiera dei fedeli o preghiera universale.

Una preghiera universale ben fatta s’interessa non solamente delle persone presenti in chiesa, ma di tutta la gente del mondo, di ogni età, di ogni condizione sociale. Una preghiera universale degna di questo nome chiede che la lieta notizia del vangelo sia annunciata non solamente a qualche persona, ma a tutte e che si realizzi non solamente a favore di qualcuno, ma di tutti.

Durante la preghiera universale è il momento di vedere e di pensare le cose in grande. È il momento di lasciar battere il nostro cuore secondo le dimensioni dell’universo, di essere sensibili verso le sofferenze, le pene, le speranze di tutti gli uomini, di tutte le donne, di tutti i bambini della terra. È il momento d’implorare Dio perché si mostri buono e generoso verso tutti.

La preghiera dei fedeli o preghiera universale deve avere ampio respiro. Deve prendere il mondo intero nelle sue braccia, per implorare su di esso la benevolenza divina.

Annunci

Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/31 – La Liturgia della Parola: Il Credo

Riscoprire l'Eucaristia

La “Genesi” è il primo libro della Bibbia, l’ “Apocalisse” l’ultimo. Il libro della “Genesi” parla della creazione, quello dell’ “Apocalisse” s’interessa molto alle fine dei tempi.

Oltre a questi due libri, la Bibbia comprende tutti i libri dell’Antico e tutti quelli del Nuovo Testamento. In totale 72 libri: 45 per l’Antico, 27 per il Nuovo Testamento.

Di domenica in domenica, in chiesa si legge qualche brano di uno o dell’altro di questi libri. Occorrono tre anni per completare l’insieme delle letture.

Non basta però che i libri siano letti. Non basta far risuonare le parole di Dio che contengono. Occorre anche che quelli che ascoltano la Scrittura, vi aderiscano. Alla Parola di Dio che viene proclamata, deve corrispondere la nostra parola di credenti, che riconoscono la veracità, la bellezza e la ricchezza di ciò che Dio dice.

Durante la celebrazione eucaristica, uno dei momenti più espliciti e più forti di adesione alla Parola di Dio è la professione di fede o “Credo” o “Simbolo degli apostoli”.

La parola “simbolo” viene dal greco (syn-balein) e significa “mettere insieme” o “riassumere”. Il “Simbolo degli apostoli” o “Credo” mette insieme e riassume l’essenziale della Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Proclamando il “Credo”, i cristiani esprimono la loro adesione e la loro fede in tutto quello che è contenuto nella Scrittura, dal libro della “Genesi” a quello dell’ ”Apocalisse”.

È interessante notare che l’inizio del “Credo” evoca in modo particolare il contenuto del libro della “Genesi”, poiché parla della creazione («Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra…»). La conclusione del “Credo” si riferisce specialmente al libro dell’ “Apocalisse”, poiché si parla della fine dei tempi («Credo… la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.»).

Proclamare il “Credo” è dunque dire di «sì» a tutta la Parola di Dio, a tutta la rivelazione, all’intero contenuto della Bibbia.

Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/30 – La Liturgia della Parola: L’omelia

Riscoprire l'Eucaristia

Dopo la proclamazione delle letture, il sacerdote pronuncia l’omelia. «Omelia» vuol dire discorso semplice, è un prendere la parola in modo familiare.

Circa l’anno 150 san Giustino spiegava in questi termini che cos’è l’omelia: «Quando il lettore ha terminato le letture, colui che presiede prende la parola ed esorta ad imitare questi buoni insegnamenti» (“Apologia” 1,67).

Un’omelia ben fatta riscalda il cuore e risveglia il coraggio dei credenti. Stimola a mettere in pratica il Vangelo. Fa vedere com’è bello e giusto camminare dietro a Gesù Cristo.

Un esempio straordinario di omelia ci è stato dato da Gesù stesso. Si era nella sinagoga in giorno di sabato, racconta l’evangelista san Luca (4,16-22). Gesù fu invitato a leggere la Scrittura e poi a commentarla, cioè a fare l’omelia. Dopo aver letto quel brano di Isaia dove è scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me… mi ha mandato per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista. Mi ha mandato per rimettere in libertà gli oppressi» (Is 61,1-2), Gesù si espresse in questi termini: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito con i vostri orecchi».

Eccellente omelia! Breve, incisiva.

L’omelia ha per scopo di annunciare buone notizie alle persone venute a celebrare l’Eucaristia. Mira a far vedere che tutto ciò che Dio ha realizzato nel passato per il bene del mondo, lo realizza ancor oggi. Deve ravvivare la speranza e dare il gusto di vivere.

Non è facile essere bravi a fare l’omelia. Ma perché l’omelia sia buona e se ne tragga profitto, non è una responsabilità che spetta solo al sacerdote (o al diacono). Bisogna che ciascun fedele vi metta qualcosa di suo.

Una buona e santa donna diceva: «Anche quando l’omelia è veramente banale, mi sforzo di cercare una parola, un’idea che mi tocchi e m’interpelli… e ne trovo sempre!».

In conclusione: l’omelia è prima di tutto un compito del sacerdote, certamente. Ma, almeno in parte, è anche compito di quelli che ascoltano. Ciascuno deve fare il suo pezzo di strada.

Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/29 – La Liturgia della Parola: Una parola efficace

Riscoprire l'Eucaristia

«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Questo testo, preso dal libro del profeta Isaia (55,10-11), si applica alla Parola di Dio che viene proclamata nella celebrazione eucaristica. Questa Parola non è mai una parola vuota, ma piena di sostanza. Non si disperde nel vento, ma è efficace. Tutto ciò che annuncia, lo può compiere.

La Parola di Dio possiede questa capacità di illuminare, confortare, dare gioia, trasformare, rinvigorire, consolare, guarire, nutrire, far rivivere, donare coraggio e pazienza, portare pace e rendere il credente forte e fedele nei momenti difficili. Sì, è una Parola efficace.

Ma questa efficacia non è automatica. È necessario adempiere ad una condizione, perché si realizzi. La condizione è che l’ascoltatore, uomo o donna, si lasci raggiungere dalla Parola, le apra il cuore, le dia la possibilità di agire, si lasci pervadere da essa.

La parabola del seminatore è attuale ogni giorno. Anche nella nostra epoca, come ai tempi di Gesù, la Parola cade in terreno sassoso, tra le spine o sulla buona terra (Mt 13,3-9.18-23).

Se qualcuno ascolta la Parola di Dio con un orecchio disattento, non accadrà niente. Se l’ascolta attentamente, ma senza credere a ciò che dice, non accadrà niente. Se i suoi orecchi sono aperti, ma il cuore è chiuso, anche allora non accadrà niente. Se trova che la Parola di Dio si applica meravigliosamente agli altri, ma non a se stesso, non gli servirà a niente.

La Parola di Dio è efficace, senza dubbio. Ma ciascuno può impedire che lo sia per lui e dentro di lui. Dio ha dato alla sua creatura questo potere di mettere ostacoli alla sua Parola.

Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/28 – La Liturgia della Parola: «Lode a te, o Cristo»

Riscoprire l'Eucaristia

Di solito, per indicare la fine della prima o della seconda lettura appena proclamata, il lettore pronuncia la frase: «Parola di Dio». Tutti rispondono: «Rendiamo grazie a Dio».

Al momento del Vangelo, si procede con maggiore ampiezza. A causa della sua importanza, questo testo è preceduto da un annuncio solenne: «Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni, Luca…». Il popolo risponde: «Gloria a te, Signore». Alla fine della proclamazione, il sacerdote o il diacono conclude dicendo: «Parola del Signore», cui segue la risposta dell’assemblea: «Lode a te, o Cristo».

È facile notarlo: ogni volta la nostra lode si rivolge a qualcuno: a Dio, al Signore, a Cristo. Anche se hanno preso la parola, non sono il signor X o la signora Y, il parroco o il diacono che ricevono gli omaggi, ma è sempre Dio stesso o suo Figlio Gesù.

Il Concilio Vaticano II ha messo bene in evidenza questa realtà fondamentale: quando si legge la Scrittura nella celebrazione dell’Eucaristia, è Dio che parla, è Cristo che si fa sentire. «Cristo è presente nella sua parola – è scritto nella Costituzione sulla liturgia (n. 7) – poiché è lui che parla mentre vengono lette in chiesa le Sacre Scritture».

Questa affermazione è ben lungi dall’essere banale. Attira la nostra attenzione sul fatto non solamente che i testi della Bibbia sono di una estrema attualità, ma sul fatto che ancor oggi Dio s’impegna personalmente nella sua Parola. Viene Lui stesso a ridarle vita e a farla risuonare nel cuore della nostra assemblea. Il lettore o la lettrice presta la sua voce a Dio, ma è veramente Dio che parla.

Questa presenza di Cristo nella sua Parola è reale – benché in modo diverso – tanto quanto la sua presenza sotto i segni del pane e del vino.

Riscoprire l’Eucaristia: Il senso dei riti/27 – La Liturgia della Parola: La fronte, le labbra e il cuore

Riscoprire l'Eucaristia

Quando il sacerdote annuncia quale vangelo sarà proclamato nella celebrazione eucaristica (Vangelo di Gesù Cristo secondo san Giovanni, san Matteo, san Marco o san Luca), facciamo una croce sulla nostra fronte, sulle nostre labbra e sul nostro cuore. Questo uso, che risale al secolo XI, è ricco di significato.

Il triplice segno di croce ha lo scopo di attirare su di noi il favore di Dio. Ha il senso di una benedizione.

Quando il sacerdote benedice una corona del rosario, una medaglia, l’acqua o il cibo, pronuncia una preghiera e fa un segno di croce, perché i favori di Dio ci vengono dalla croce di Gesù.

Con il triplice segno di croce fatto sulla fronte, sulle labbra e sul cuore, domandiamo che le parole del Vangelo, che tra poco ascolteremo, ci penetrino interamente, ci invadano completamente e piantino solide radici nella nostra intelligenza e nel nostro cuore. Domandiamo anche che la nostra intelligenza sia illuminata per comprendere bene e il nostro cuore sia riscaldato per accogliere degnamente queste parole.

Il triplice segno di croce ha ancora un altro significato. Manifesta la nostra volontà di fare il possibile per trasmettere agli altri quello che abbiamo ricevuto. È come se dicessimo a Dio: «Fa’ che tutta la nostra vita – la nostra intelligenza, le nostre parole e il nostro cuore – proclami le parole del vangelo che ci vengono annunciate».

Padre Joseph Jungmann, uno specialista dello studio dei riti della celebrazione eucaristica, spiega così il triplice segno di croce: con questo segno «vogliamo, a fronte alta, farci garanti della parola che Cristo ci ha portato e che è consegnata in questo libro, confessarla con la nostra bocca e soprattutto conservarla fedelmente nel cuore».

L’Italia che piace 3 – L’incontro e il perdono

lana

Franca e Augusto, genitori di Sergio Lana, uno dei volontari uccisi in Bosnia mentre portavano aiuti, hanno parlato con Hanefija Prijic

«Mir i dobro. Pace e bene. Come stai?». Mamma Franca e papà Augusto hanno dovuto aspettare 24 anni per poter dire queste parole ad Hanefija Prijic. Per poter consegnare – di persona, volto a volto – con tutto il loro dolore, la loro richiesta di verità, la loro offerta di perdono, il loro appello alla conversione, all’uomo che per i giudici ha ordinato l’eccidio di Gornji Vakuf, in Bosnia. La strage nella quale ha trovato la morte il loro unico figlio: Sergio Lana. Vent’anni appena, quel 29 maggio 1993, quando lui e altri quattro volontari italiani che stavano portando aiuti alle popolazioni stremate dalla guerra, vennero sequestrati dai soldati di Prijc, il «comandante Paraga».

Paraga

Il carico venne requisito. E tre di loro furono uccisi: Fabio Moreni, 39 anni, imprenditore di Cremona impegnato nella solidarietà; Guido Puletti, stessa età, giornalista originario dell’Argentina, dove aveva conosciuto il carcere e le torture del regime, prima di approdare a Brescia; e Sergio, il più giovane del gruppo, educato in famiglia al Vangelo della carità, al quinto viaggio a portare aiuti nell’ex Jugoslavia, il primo senza papà Augusto. Gli altri due volontari, Agostino Zanotti e Cristian Penocchio, riuscirono a fuggire e salvarsi.

Per mettere al mondo un figlio ci vogliono nove mesi. Una frazione di secondo perché una raffica di kalashnikov te lo porti via. E 24 anni di attesa alimentata nella preghiera e nella carità, per poter offrire, a chi consegnò Sergio alla morte, parole e gesti di vita nuova. Preghiera e carità: così Franca e Augusto, con gli amici del gruppo «Volontari Caritas» di Ghedi (Brescia), hanno resistito alla tentazione della rabbia, al rancore, alla disperazione. Poco dopo la strage, mamma Franca ebbe la forza di rivolgere una lettera agli assassini, tradotta e diffusa nella Bosnia in guerra, dove ebbe risonanza: «Vi ho scritto per dirvi che non provo rancore né odio verso chi li ha uccisi, ma che io li perdono».

Da allora hanno coltivato, con un’inesausta domanda di giustizia e di verità sulle cause e le dinamiche dell’eccidio, la speranza di incontrare gli assassini. «Non per giudicarli, salvarli o condannarli, ma per spiegare loro chi era Sergio, e offrire un perdono che possa aiutare il loro cuore a guarire», racconta Franca. Nel 2013 sono andati anche a Gornij Vakuf. Invano.

Ebbene: l’incontro che per 24 anni pareva impossibile, è accaduto. Il primo colpo di scena: l’arresto di «Paraga» all’aeroporto di Dortmund, in Germania, il 28 ottobre 2015. Poi l’estradizione in Italia. E il processo a Brescia. Che in primo grado l’ha condannato all’ergastolo, mentre venerdì, in appello, gli hanno dato vent’anni. «Venerdì 29 settembre, Festa dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, che ho pregato tanto in questi giorni, come continuo a pregare Sergio», sorride Franca, che udienza dopo udienza è riuscita ad “agganciare” Prijic con lo sguardo, a farsi riconoscere, a scambiare gesti di saluto.

Parole mai, però, fino a venerdì. Quando in una pausa dell’udienza, in tarda mattinata, con l’aula che si era svuotata, lei e Augusto si sono potuti avvicinare alla gabbia. «Mir i dobro. Come stai?», lo hanno salutato. «Sono molto dispiaciuto per la morte di vostro figlio, ma vi assicuro che non ho picchiato o ucciso nessuno. Da questo processo stanno uscendo tante falsità», ha risposto Prijic con l’aiuto dell’interprete. «Si è detto disponibile e lieto di incontrarci, quando e come la condizione di carcerato lo renderà possibile, e di ricevere da noi il regalo di un libro, scritto da una veggente di Medjugorje, dove siamo stati tante volte pellegrini – dice Franca, emozionatissima –. Ha anche detto di aver letto con grande emozione una lettera che gli ho mandato di recente».

«Il nostro Sergio – gli ha scritto Franca – aveva questi sentimenti nel suo cuore: aiutare chi aveva bisogno, portare un sorriso ed una parola di conforto a chi stava soffrendo, senza distinzioni. Era giovane: vent’anni, bello, forte, tanta voglia di vivere. Ora dal Paradiso Sergio – perché così è – mi dona la forza di continuare ciò che lui ha iniziato. La Vergine Maria Regina della Pace ci chiede di essere apostoli della pace. Di portare amore e pace ai cuori che non conoscono l’amore di Dio. Ogni giorno al mio Sergio, pregando, chiedo due cose: di poter parlare con lei, signor Hanefija, faccia a faccia; che il suo cuore si apra all’amore di Dio – che voi chiamate Allah – che dona amore e pace, così lei, al ritorno nel suo Paese, possa essere uomo capace di portare amore e pace, là dove non c’è amore e pace. Signor Hanefija, io desidero solo questo e mi basta. Mir i dobro».

La prima preghiera è stata esaudita. E da venerdì, quelle parole non sono più solo sulla carta. Sono affiorate alla bocca di Franca e Augusto, dopo un viaggio di 24 anni, dopo un’ostinata gestazione di speranza, arrivando finalmente all’orecchio di Prijic. «Preghiamo perché arrivino al suo cuore. Solo questo chiediamo – sospira Franca – . A sera, subito dopo il verdetto, raggiante, ha stretto con forza le nostre mani nelle sue, poi si è portato la mano sul cuore. E si è inchinato davanti a noi».

Lorenzo Rosoli, «L’incontro e il perdono. Brescia, dopo 24 anni faccia a faccia con il killer del figlio. I genitori davanti al comandante Paraga: l’odio non vince», in “Avvenire”, domenica 1 ottobre 2017, p. 13.