Terrorismo 4/3 – La reazione Dambruoso: «Il pericolo maggiore? La radicalizzazione dei più giovani»

Mosaico

L’ex deputato, tornato in magistratura: «L’inchiesta di Foggia è un campanello d’allarme. Spero che Minniti rilanci la legge che avevamo proposto, ma che il Parlamento non ha varato»

«I vessilli neri del Califfato non sventolano più su Raqqa e Mosul, ma le indagini mostrano come quella propaganda di odio e di terrore abbia colonizzato giovani menti, anche in Italia. È il pericolo maggiore: se non sapremo arginarlo, non solo sul piano investigativo ma anche sociale e culturale, rischieremo di pagare un amaro tributo in futuro». Dopo una legislatura come deputato di Scelta civica e questore della Camera, Stefano Dambruoso sta per indossare di nuovo la toga: se il plenum del Csm confermerà quanto deciso in terza commissione, andrà in Procura a Bologna, dove potrebbe tornare a occuparsi di contrasto al terrorismo, sul quale ha indagato per anni come pm a Milano. Al telefono dagli Usa, ragiona con Avvenire sulle ultime indagini: «Le preoccupazioni del Viminale sono condivisibili, sia sul rischio “lupi solitari” che sulla minaccia rappresentata dai returnees».

Per quali ragioni?

Dalle aree di conflitto di Siria e Iraq, c’è un reducismo numeroso. I combattenti partiti dal nostro Paese non sono tanti, ma per molti altri siamo stati terra di transito e, dunque, di potenziale “ritorno” verso i Paesi d’origine.

La inquietano le presenze “nostrane”, come la presunta rete nel Lazio che dava appoggio ad Anis Amri?

Ci sono persone che offrono assistenza “logistica”, case “sicure” e documenti falsi. E ci sono reti di indottrinamento e reclutamento che possono fare proseliti fra persone fragili, giovani stranieri o italiani convertiti.

A Foggia, la polizia ha arrestato un “cattivo maestro” che, in italiano, indottrinava bambini come a Raqqa, nel Califfato.

È un campanello d’allarme. Quell’indagine mostra quanto sia facile per i seminatori d’odio pescare fra i più giovani, perfino fra i bimbi, per trasformarli col tempo in jihadisti.

Il ministro dell’Interno parla di «un cuore di tenebra» nel nostro Paese.

È un’immagine angosciante, ma efficace. La sabbia nella clessidra scorre e ormai abbiamo pochi anni per lavorare sul piano della prevenzione culturale e sociale, per evitare che crescano nuovi italiani non integrati, portatori di risentimento sociale. È nelle Molenbeek italiane e nelle carceri che bisogna entrare, per evitare che nascano “soldati” del terrore. Sarebbe una iattura che pagheremmo con anni di attacchi, come sta avvenendo in Francia, Belgio, Germania e altri Paesi europei, dove diversi attentatori sono figli del malessere delle seconde e terze generazioni.

Roma sta vivendo una Pasqua “blindata”, con la vigilanza di 10mila agenti. La minaccia è cresciuta?

È un prezzo da pagare, in tempi segnati da attentati e migliaia di falsi allarmi. E non è detto che basti: come si è visto, un uomo solo con un’arma o un furgone può colpire luoghi non presidiati, come il supermercato di Carcassonne.

L’Islam moderato italiano ha maturato gli anticorpi sufficienti a isolare gli estremisti?

Nella comunità musulmana cresce la consapevolezza di non volersi far contagiare da predicatori radicali. Ma da sola non è sufficiente. Serve un ventaglio di interventi. E, nella legislatura appena conclusa, il Parlamento ha perso un’occasione.

Si riferisce al disegno di legge sui fenomeni di radicalizzazione, proposto da lei e dal deputato del Pd Andrea Manciulli?

Già. Siamo arrivati letteralmente all’ultimo giorno della legislatura e neppure allora il Parlamento è riuscito ad approvarlo, nonostante ci fossero le coperture necessarie. Può sembrare un rimpianto solo personale, ma non è così.

Perché?

Perché quel testo avrebbe introdotto politiche per analizzare e prevenire la radicalizzazione. Per una volta, l’Italia avrebbe potuto alzare antenne istituzionali e sociali prima, invece di pensare a norme d’emergenza, dopo.

Chi non ha voluto quella legge?

È un caso di miopia del legislatore. Forse, in assenza di attentati in Italia, governo e Parlamento si sono convinti che la situazione sia “gestibile” attraverso le eccellenti capacità investigative di forze dell’ordine e intelligence – dimostrate anche in queste ore – e con le espulsioni di elementi radicali.

Lei e Manciulli non siete stati ricandidati. Chi rilancerà quelle proposte nel nuovo Parlamento?

Non so. In cuor mio, confido che il ministro dell’Interno uscente Marco Minniti, che ha competenza e autorevolezza, possa portare a compimento quel progetto che, a onor del vero, era nato da una sua intuizione.

Vincenzo R. Spagnolo, «Dambruoso: “Il pericolo maggiore? La radicalizzazione dei più giovani”. “Bisogna evitare che l’Italia divenga come Francia e Belgio”», in “Avvenire”, venerdì 30 marzo 2018, p. 7.

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Terrorismo 4/2 – L’ultima settimana Foggia, Torino e l’ultimo blitz. Minniti: la minaccia è e resterà seria

CINQUE ARRESTI, SMANTELLATA LA RETE ITALIANA DI AMRI

Prima la segnalazione anonima, poi rivelatasi infondata, di un presunto attentatore tunisino pronto ad entrare in azione nella capitale. Martedì il fermo a Foggia di un imam di origini egiziane che faceva lezioni di “guerra santa” ai bambini; mercoledì l’arresto a Torino di un 23enne italo marocchino, autoradicalizzato sul web, che «studiava attacchi con i camion». Infine, all’alba di ieri, il blitz che tra Latina e Roma ha portato in carcere cinque persone, riconducibili alla rete di relazioni intrattenute in Italia da Anis Amri. Segnali inquietanti che, da Nord a Sud, nell’ultima settimana hanno fatto innalzare il livello di attenzione per la massima vigilanza possibile.

La minaccia terroristica «era, è e resterà seria per un certo periodo di tempo nei confronti dell’Italia, ma le operazioni di polizia dimostrano che c’è una straordinaria capacità di prevenzione» e la guardia sarà alta «anche nelle vacanze pasquali» ha sottolineato al Tg1 il ministro dell’Interno, Marco Minniti.

Quanto al tipo di pericolo, il titolare del Viminale ha precisato che i combattenti stranieri vanno considerati «una minaccia incombente, che deve tuttavia arrivare, mentre i “lupi solitari” possono attivarsi con una capacità di prevenzione molto bassa e a prevedibilità zero».

«Foggia, Torino e l’ultimo blitz. Minniti: la minaccia è e resterà seria», in “Avvenire”, venerdì 30 marzo 2018, p. 7.

Terrorismo 4/1 – L’operazione. Video, proclami e complici. Smantellata la rete di Amri

Anis Amri

Il killer dei mercatini di Natale a Berlino, poi ucciso in Italia, aveva una serie di connazionali fiancheggiatori nel nostro Paese. L’obiettivo? Pianificare attentati sul territorio. Nelle intercettazioni: «Tagliate la testa e i genitali». Attenzione alta dell’Antiterrorismo sulla zona per la vicinanza a Roma

Latina. Ancora cinque arresti e una ventina di indagati tra Roma, Latina, Napoli e Caserta in un’operazione che colpisce la rete italiana dell’attentatore di Berlino, Anis Amri.

Dopo il blitz di Torino e le manette scattate per l’italo egiziano Halili pronto a colpire, continua a restare alta l’attenzione degli apparati di sicurezza contro il terrorismo internazionale, in particolare quello di matrice islamica. In questo senso vanno letti i cinque arresti avvenuti ieri nell’ambito dell’operazione “Mosaico”, portata avanti dalle Digos delle questure di Roma e Latina.

A far comprendere la delicatezza della situazione è lo scenario in cui è maturata l’inchiesta: la strage di Berlino, compiuta il 19 dicembre del 2016, dal terrorista Anis Amri ucciso pochi giorni dopo a Milano, durante un controllo della polizia. Al termine di oltre un anno di indagini, il pubblico ministero di Roma Sergio Colaiocco ha ottenuto dal Gip del tribunale capitolino Costantino De Robbio le cinque ordinanze di custodia cautelare, oltre a numerose perquisizioni compiute dagli agenti nelle province di Roma, Caserta, Napoli, Matera e Viterbo.

Il nome che spicca su tutti è quello di Abdel Salem Napulsi, 38enne sedicente cittadino palestinese, attualmente detenuto per stupefacenti, il quale è accusato ora di “addestramento ad attività con finalità di terrorismo e condotte con finalità di terrorismo”. Dopo la sua radicalizzazione, con un semplice tablet, si stava formando all’uso di armi da guerra e modalità di attentati attraverso numerosi video trovati in Rete, tra cui l’utilizzo di un mezzo pesante come il camion da sfruttare in un’ipotetica azione terroristica. Con un amico tunisino di Latina si lasciava andare a considerazioni radicali sull’islam, utilizzando espressioni ostili, se non addirittura feroci, nei confronti dell’Occidente. È necessario «tagliare la gola e i genitali», diceva in riferimento agli “infedeli”.

In carcere sono finiti poi quattro cittadini tunisini accusati di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: il 32enne Akram Baazaoui, il 52enne Mohamed Baazaoui, il 29enne Dhiaddine Baazaoui e il 30enne Rabie Baazaoui.

Per comprendere la portata dell’operazione è necessario ritornare alle 3 di notte del 23 dicembre 2016, quando gli agenti di una volante, nei pressi della Stazione di Sesto San Giovanni nel milanese, uccisero Anis Amri. Dal cellulare in suo possesso, vennero recuperati diversi numeri di telefono analizzati poi per ricostruire la sua rete di relazioni. Così, è stato scoperto in un primo momento che nella zona di Aprilia, in provincia di Latina, un connazionale lo aveva ospitato per alcuni mesi, fino all’estate del 2015 quando Amri si trasferì in Germania. Tra gli altri contatti monitorati, anche il tunisino 37enne di Latina, amico di Napulsi. Sempre a Latina, secondo l’inchiesta, fino al 2015 era presente anche l’altro arrestato Akram Baazaoui: il suo compito era quello di procurare documenti falsi ad Anis Amri. Seguendo questo filone è stata successivamente scoperta, tra Caserta e Napoli, un’organizzazione dedita alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla Tunisia a vari Paesi dell’Europa, cui appartengono gli arrestati.

Inutile negare l’attenzione dell’Antiterrorismo per il territorio di Latina. Per tutto lo scorso anno sono stati fermati ed espulsi alcuni stranieri che inneggiavano al jihad. A ciò si aggiunge un costante monitoraggio di luoghi e situazioni in cui possono infiltrarsi sostenitori del terrorismo, data anche la vicinanza con Roma, grazie a un fitto lavoro informativo della Digos locale che conta sulle “buone relazioni” intessute negli anni con la comunità islamica, tra l’altro pienamente inserita nel contesto sociale pontino. Un lavoro portato avanti con impegno, a maggior ragione dopo gli altri arresti dei giorni scorsi a Torino e Foggia, e il ragionamento del ministro Minniti secondo cui la minaccia del jihad non è mai stata così forte come negli ultimi mesi.

Remigio Russo, «Video, proclami e complici Smantellata la rete di Amri. Latina, 5 arresti. “Puntavano su armi e camion”», in “Avvenire”, venerdì 30 marzo 2018, p. 7.

Terrorismo 3/3 – L’analisi. Cultura della legalità fra i giovani e nei luoghi di culto musulmani per scongiurare l’incubo terrorismo

foto-arrestati

A Lecce un maestro di religione musulmana sospettato di inneggiare al terrorismo, ad Avellino e Roma due insegnanti presunti pedofili: nelle ultime ore le pagine di cronaca si sono riempite di notizie raccapriccianti che hanno in comune lo sconvolgimento del ruolo di fiducia tra adulti e minori, tra insegnanti e alunni, e che vedono i bambini vittimizzati moralmente, psicologicamente e fisicamente. La giustizia seguirà il suo corso, farà luce sui fatti ma è urgente riflettere su quanto sta accadendo.

Cosa bisogna fare per prevenire che simili crimini accadano e che nei luoghi di culto musulmani sedicenti insegnanti-imam plagino e sconvolgano le giovani e innocenti menti dei loro discepoli? Bisogna senza dubbio partire dalla legalità, dalla condivisione di regole e valori che porti le comunità musulmane in Italia ad adottare criteri di comportamento compatibili con le leggi di uno Stato democratico e laico. Tale legalità deve passare attraverso il pieno rispetto della Costituzione e il raggiungimento di quello che è considerato l’accordo per antonomasia, l’intesa o le intese tra lo Stato e le diverse comunità musulmane presenti sul territorio. Si arriverà così a definire le figure professionali, imam e guide spirituali, che potranno operare all’interno dei luoghi culto, con l’istituzione di albi e registri professionali, come accade nei Paesi a maggioranza musulmana.

È urgente che le comunità possano operare alla luce del sole, che escano dal buio, che non è solo il buio degli scantinati che spesso fungono da luoghi di culto o aggregazione, ma il buio della mente e dell’anima. Quel buio che si riempie di odio, di rabbia, di fanatismo, che oscura persino la speranza e l’amore e fa terra bruciata tutto intorno. Il nascere e dilagare del fenomeno dei foreign fighters ne è la dimostrazione. Giovani che pur essendo nati e cresciuti in un contesto di pace, attraverso la rete si sono fatti attirare da quell’ideologia perversa e subdola che trasforma la religione in un’ideologia e ne fa una bandiera, per offrire un senso di appartenenza che spesso, nelle realtà periferiche, manca.

L’incubo Daesh non è ancora scongiurato: il rapporto diffuso lo scorso ottobre da Soufan Group denuncia il ritorno di oltre 5.600 foreign fighters nei diversi Paesi d’origine tra cui Francia, Germania e Inghilterra. Gli arresti delle ultime ore e gli attentati oltralpe confermano che la minaccia terroristica è ancora alta.

Ora più che mai, oltre alle azioni di intelligence, serve la prevenzione e questa deve partire proprio dalla cultura. È importante favorire l’educazione alla legalità, ma anche una corretta conoscenza dell’islam tra i giovani di fede musulmana, con la diffusione di testi di “catechismo” islamico in lingua italiana, supervisionati da autorità religiose che abbiano già un consolidato rapporto con lo Stato. In questo modo si daranno ai più giovani gli strumenti per auto-difendersi da sedicenti maestri per i quali la religione è uno strumento di lotta e potere e non un percorso spirituale e di fede. Forse è proprio questa la sfida maggiore, perché costituirebbe un antidoto a un fenomeno criminale che ha già mietuto troppe vittime.

Asmae Dachan, «Cultura della legalità fra i giovani e nei luoghi di culto musulmani per scongiurare l’incubo terrorismo», in “Avvenire”, giovedì 29 marzo 2018, p. 8.

Terrorismo 3/2 – La reazione. Il Viminale: massima allerta

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Vertice straordinario del ministro Minniti con gli 007: disposti controlli in tutte le città italiane. I timori dell’intelligence sui “lupi solitari”

Al secondo piano del Viminale, dove si trovano gli uffici del ministro dell’Interno e del capo della Polizia, lo stato d’allerta legato alla minaccia terroristica formalmente non cambia. Resta cioè fermo al «livello 2», un gradino sotto quello relativo a situazioni con attentati in corso. Ma la preoccupazione c’è, al punto da indurre un ministro non incline ad allarmismi come Marco Minniti a chiedere ieri al prefetto Franco Gabrielli, direttore della Pubblica sicurezza, di rafforzare ulteriormente nelle città i controlli nelle aree di maggiore afflusso di persone, nonché verso i luoghi che «registrano particolare affluenza di visitatori, anche in vista delle festività pasquali».

A Roma, con un’ordinanza di 52 pagine, il questore Guido Marino ha predisposto un piano che impiegherà per i prossimi 5 giorni a partire da oggi, giovedì santo, «10.000 uomini h24» (cioè ogni giorno, divisi per turni) «per garantire la sicurezza sia del “quotidiano” che dei 7 eventi di rilievo presieduti dal Santo Padre». Un numero raddoppiato rispetto al 2017, quando secondo quotidiani e agenzie di stampa furono fra 3 e 5mila gli agenti impiegati. La Via Crucis del Colosseo e la Messa di domenica avranno un doppio cordone di sicurezza. E nella green zone verranno impiegate cento videocamere di sorveglianza. «Ogni singolo agente è determinante» ha raccomandato il questore ai suoi uomini. Oltre ad artificieri e unità cinofile, saranno pronti a intervenire anche i reparti speciali di Polizia e Carabinieri. Ma gli agenti vigileranno pure in periferia e «con controlli mirati nei pressi delle occupazioni, dove sono presenti numerosi cittadini stranieri provenienti dagli sbarchi» (in linea con l’allarme su ingressi «fantasma» da Tunisia e Algeria, ribadito da Frontex).

La decisione di Minniti è giunta dopo una riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (composto dai vertici di forze dell’ordine e intelligence), convocata anche «a seguito delle operazioni di Foggia e di Torino». Nella riunione, si è deciso «di tenere alto il livello di attenzione», intensificando «le misure di vigilanza e di sicurezza a protezione degli obiettivi ritenuti più a rischio». Anche se l’attacco nel supermercato francese di Carcassonne conferma come sia impensabile vigilare su ogni luogo affollato, come centri commerciali, negozi o altro.

Non resta dunque, ragiona un investigatore, che intensificare al massimo la rete di prevenzione, insieme alla vigilanza discreta su diverse decine di elementi: potenziali lone terrorist oppure ex combattenti di Siria e Iraq (su 120 passati per l’Italia, ne sarebbero tornati una dozzina). Dopo la caduta di Raqqa e Mosul, il Califfato non esiste più, ma Daesh mantiene intatta la capacità di mobilitare piccoli gruppi o lupi solitari.

Non è escluso che nei prossimi giorni vengano chiuse altre indagini o che nuovi provvedimenti di espulsione di soggetti radicalizzati si vadano ad aggiungere ai 28 decretati dal Viminale da inizio anno. Tutte le misure, insomma, verranno messe in campo per limitare i rischi.

Vincenzo R. Spagnolo, «Il Viminale: massima allerta. Per Pasqua Roma “blindata” con 10mila agenti», in “Avvenire”, giovedì 29 marzo 2018, p. 8.

Terrorismo 3/1 – L’operazione. «Era pronto a colpire». Arrestato affiliato al Daesh

Halil

Autore del primo testo di propaganda in italiano. È scontro politico. Salvini: «Sospendere gli sbarchi»

Si stava preparando a colpire ma è stato fermato in tempo. Sono scattate ieri all’alba, le manette ai polsi di Halili Elmahdi, italo-marocchino di 23 anni, residente con la famiglia a Lanzo, in provincia di Torino. Pesantissime le accuse a suo carico: proselitismo per il Daesh e preparazione di attentati terroristici con camion e coltelli, ha riferito il questore di Torino, Francesco Messina, che ha sottolineato come l’arrestato cercasse in rete “lupi solitari” che potessero entrare in azione.

Autore del primo testo di propaganda dello Stato islamico in italiano, il giovane era già finito nei guai nel 2015, per gli stessi reati, patteggiando una condanna a due anni di carcere, con sospensione condizionale della pena. Epilogo che, anziché indurlo a un ravvedimento, ha accelerato la sua radicalizzazione e la sua furia distruttrice contro l’Occidente e gli “infedeli”. Un delirio che non l’ha abbandonato nemmeno ieri al momento dell’arresto. «Tiranni!Vado in prigione a testa alta», ha gridato agli agenti di Polizia che lo stavano prelevando da casa. Da dove se ne è andato inseguito dall’ira dei familiari, che, ha spiegato il capo della Digos di Torino, Carlo Ambra, già da tempo lo avevano allontanato, condannando la sua scelta. «Ci avevi giurato che non l’avresti più fatto. E, invece, siamo di nuovo qui in questa situazione», si è disperata la sorella minorenne di Elmahdi.

L’arresto del giovane ha gettato nello sgomento la piccola comunità di Lanzo, poco più di 5mila abitanti. «Questa storia fa paura», ha commentato la sindaca, Ernestina Assalto, che è stata anche insegnante di Italiano di Elmahdi alle scuole medie. «Se è tutto vero – ha aggiunto la sindaca – vuol dire che nella nostra realtà evidentemente non aveva trovato una corrispondenza, non era riuscito a integrarsi, non la sentiva come casa sua».

Nell’ambito dell’indagine che ha portato in carcere il giovane italo-marocchino, sono state eseguite altre tredici perquisizioni a Milano, Napoli, Modena, Bergamo e Reggio Emilia, a carico di stranieri e quattro italiani convertiti all’islam, tutti accusati, a vario titolo, di aver svolto una campagna di radicalizzazione e proselitismo sul web. Tra gli italiani contattati da Halili, anche Luca Aleotti, 34 anni, di Reggio Emilia, la cui casa è stata perquisita. La Digos ha sequestrato materiale informatico all’uomo, che era stato indagato in passato per istigazione al terrorismo. Ex amministratore della pagina Facebook “Musulmani d’Italia”, poi chiusa, Aleotti risulta tutt’ora indagato per le minacce rivolte sul web a una giornalista del Resto del Carlino.

Intanto, dopo l’arresto di martedì a Foggia del “bad teacher” accusato di fare propaganda per il Daesh e di indottrinare al martirio i bambini durante l’ora di religione, ieri l’attenzione degli inquirenti della Dda di Bari si è concentrata su un altro sospetto, un italiano 50enne convertito all’Islam, originario di Foggia e residente a Ferrara. È imparentato con la moglie del 59enne egiziano Abdel Rahman, arrestato martedì e presidente dell’associazione culturale islamica “Al Dawa” la cui sede è stata posta sotto sequestro a Foggia perché usata come base per le attività sospettate di propaganda jihadista.

Questi ultimi episodi hanno, se possibile, ulteriormente riscaldato il clima politico sull’immigrazione. Così, mentre la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, ha ringraziato la Polizia per la «fondamentale operazione» di Torino, il segretario della Lega, Matteo Salvini, non si è lasciato sfuggire l’occasione per chiedere «la sospensione di qualsiasi ulteriore sbarco sulle nostre coste». Aggiungendo via Twitter: «Spero di avere presto il potere di farlo».

Paolo Ferrario, «”Era pronto a colpire”. Arrestato affiliato al Daesh. Italo-marocchino 23enne faceva proseliti online», in “Avvenire”, giovedì 29 marzo 2018, p. 8.

Terrorismo 2 – Addestrava minori. Ergastolo a imam

Umar

Londra

Ergastolo per Umar Haque, insegnante di studi islamici, che aveva trasformato le sue lezioni in una scuola di radicalizzazione per giovani terroristi. Lo ha deciso il tribunale londinese dell’Old Bailey, dopo aver riconosciuto colpevole Haque di aver fatto il lavaggio del cervello a 16 minori, che secondo il suo disegno avrebbero dovuto portare a termine una serie di attacchi terroristici in alcuni dei luoghi più noti e affollati di Londra, come il Big Ben, il centro commerciale Westfield o durante il cambio della guardia a Buckingham Palace.

Nella moschea di Ripple Road, a Barking, nell’ Est end londinese, l’uomo aveva il suo quartier generale e la sede delle sue lezioni di morte.

Da lì doveva partire il suo esercito di terroristi, composto anche da bambini di 11 anni, sottoposti alla propaganda dello Stato islamico.

«Vuole un gruppo di 300 uomini. Ora sta addestrando noi in modo che quando avremo 14 o 15 anni saremo forti abbastanza per combattere», ha raccontato alla polizia uno degli allievi dell’imam. Alcuni dei bambini coinvolti hanno lamentato di soffrire di incubi e disturbi a causa dei video del Daesh ai quali sono stati esposti.

«Addestrava minori. Ergastolo a imam», in “Avvenire”, mercoledì 28 marzo 2018, p. 6.