Rohingya 17 – Myanmar: Unicef, “60% dei rifugiati Rohingya sono bambini. Crisi umanitaria tremenda”

Bimbi rohingya

“Come per gli Yazidi quella dei Rohingya è una persecuzione di cui occorre parlare. Dal 25 agosto ad oggi circa 429.000 rohingya sono fuggiti dal Myanmar e hanno trovato rifugio in Bangladesh. La situazione è insostenibile: il 60% di questi rifugiati sono bambini”.

Lo afferma oggi Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, ricordando la drammatica situazione della minoranza musulmana Rohingya in Myanmar. “Entrando nei campi sfollati – dice Iacomini -, dove questa popolazione vive in condizioni assurde, ciò che più colpisce è il numero impressionante di bambini. Bambini che non hanno dormito per giorni, deboli e affamati dopo un viaggio lungo e faticoso che li ha portati in Bangladesh. Questi bambini insieme alle loro famiglie hanno bisogno di tutto: acqua potabile, servizi igienici e uno spazio sicuro e pulito dove vivere”.

In soli 7 giorni il ministero della Salute del Bangladesh con il sostegno di Unicef e Organizzazione mondiale della sanità ha vaccinato 150.000 bambini Rohingya contro il morbillo, la rosolia e la poliomielite in 68 insediamenti diversi. L’Unicef ha identificato 512 minori non accompagnati o separati e sta facendo il possibile per ricongiungerli alle loro famiglie. “La situazione però non sembra destinata a migliorare. È una crisi umanitaria tremenda e colpisce soprattutto i bambini”, conclude Iacomini.

«Myanmar: Unicef, “60% dei rifugiati Rohingya sono bambini. Crisi umanitaria tremenda”», in “SIR”, Servizio di Informazione Religiosa, 26 settembre 2017 @ 18:58.

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La foto 10 – Disinteresse per un’azione, disagio per un’immagine

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Non ha quasi lasciato tracce nell’informazione ecclesiale digitale la notizia che un’attivista delle Femen, il giorno di Natale, disabbigliata secondo lo stile caratteristico del movimento cui appartiene, ha tentato di prendere dal presepe di Piazza San Pietro la statua di Gesù Bambino mentre gridava “Dio è donna”. Se il mio robot non mente, ne ha dato cenno a posteriori, entro un severo commento sulla “foga cristianofobica” contro i presepi in tutto il mondo, solo il sito di CorrispondenzaRomana (tinyurl.com/y79n8wox).

In effetti, il gesto è stato l’esatta replica di quello compiuto lo stesso giorno, nello stesso luogo, con le stesse modalità, dallo stesso gruppo, nel 2014. Tanto esatta che, facendo una ricerca in Rete, si potrebbero facilmente confondere le notizie di allora, più numerose, con quelle di oggi. Salvo che la Femen di tre anni fa era bionda e si chiamava Iana Aleksandrovna Azhdanova, mentre quella di oggi è bruna e si chiama Alisa Viniogradova. È questo, probabilmente, il principale motivo per cui, sebbene il sito delle Femen sia prodigo di rivendicazioni del gesto e di esortazioni a imitarlo, anche le fonti generaliste vi hanno dedicato poco spazio.

In quasi tutte è uno spazio video: se non fossero visibili, queste azioni non esisterebbero. Qui appaiono la donna che si getta nel presepe, le forze dell’ordine che, in numero sovrabbondante, cercano di bloccarla, lei che reagisce, mentre il povero Gesù Bambino perde l’aureola e rimane in disordine e un paio di angioletti diventano tremebondi.

Immagini che mettono a disagio, da qualunque punto di vista le si guardi. Eccone uno, che prescinde dall’inutile dissacrazione: la colluttazione di una donna poco vestita con molti uomini in divisa evoca tragedie di guerra troppo grandi per essere così strumentalizzate.

Guido Mocellin, «Disinteresse per un’azione, disagio per un’immagine», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 2.

Lettere 1 – Tristi gesti e belle storie sin dentro il presepe: il male ferisce, il bene è (e fa) sempre di più

Per non dimenticare5

Le Natività profanate e altri scempi suscitano amarezza e indignazione. La fede in Gesù aiuta a scorgere segni e ad aprire strade. Chi irride il Dio Bambino ha già perso, anche se non lo sa. Come chi erige barriere. Alla fine conta la pazienza di chi costruisce

Caro direttore,

si susseguono in questi giorni le ripugnanti notizie di rappresentazioni della Natività profanate, di presepi bruciati o violentati, di statue del Bambinello divino rubate o decapitate, e di altri scempi della memoria più cara che i cristiani portano nella mente e nel cuore: quella di Gesù, l’Emmanuele, il Dio che fa dono di sé stesso a noi per farci suoi figli. Nulla di più prezioso di questo portiamo nella nostra vita, e nulla di meglio abbiamo da offrire alla stupita ammirazione degli uomini e del mondo. Per questo da secoli presentiamo pubblicamente dentro e fuori le chiese la raffigurazione artistica dell’Avvenimento divino-umano accaduto in Palestina all’alba della nostra era, come un gioiello che non può essere tenuto nascosto in sacrestia, ma deve risplendere agli occhi di tutti. E per la stessa ragione acconsentiamo volentieri che anche in luoghi civici vengano allestiti – anche da non credenti – presepi che fedelmente e dignitosamente riportano al presente quanto occorso nel passato. Il Natale cristiano non è un tesoro di famiglia da conservare in una collezione privata, in una stanza blindata e inaccessibile, ma il Bene comune più grande dell’umanità, che è per tutti e nulla e nessuno potrà mai strappare.

Se ci rattristano e ci feriscono questi attentati alle icone materiali della Natività, ci rasserena una umile ma tenace certezza: il Figlio della Vergine di Nazareth, vivo e presente in mezzo a noi, non verrà mai sottratto agli occhi della nostra fede, all’abbraccio del nostro amore, e allo sguardo della nostra speranza.

Non si agitino vanamente i facinorosi e non si esaltino per le loro scellerate prodezze: quello che non è stato possibile a nessun palese e audace tentativo in duemila anni – cancellare dalla storia il Natale di Cristo – non riuscirà certo in qualche giorno di dicembre per mano anonima e pusillanime.

Roberto Colombo

Caro direttore,

sono un’insegnante di una delle cosiddette “periferie” di Rimini: Miramare, nome diventato famoso la scorsa estate in tutta Italia per un orrendo fatto di cronaca nera, e per questo finito sotto i riflettori del mondo.

L’esperienza insegna, però, che ogni ferita può diventare grido, può generare una nuova apertura, e farci diventare più attenti a quei segni buoni che la vita, quando è accolta, ci mette sempre e anche inaspettatamente davanti. Come quel pomeriggio di fine ottobre, quando, mentre camminavo in spiaggia con due bidoni bianchi, per raccogliere le conchiglie dopo una mareggiata, incontrai un vecchio bagnino, tutto intento a pulire il suo pezzo di spiaggia. Mi guardò e mi disse: «È per il presepe?». Io, stupita e anche un po’ turbata dall’intuizione del nonno, risposi: «Sì!» E lui tirò fuori dalla tasca una bella conchiglia e mi disse: «Mettete pure questa nel vostro presepe!». E con quella conchiglia, per me misteriosa, ho continuato a cercare i segni che mi indicassero la strada per realizzare il Presepe Vivente di Miramare – che si è svolto domenica 17 dicembre – la cui esperienza è condivisa sin dall’origine da ormai quindici anni, con la maestra Letizia e con tanti altri, in continuo aumento. Tutto questo e la mostra visitata al Meeting “Il presepe che meraviglia”, realizzata da padre Marco Finco e la lettura de “Il pastore della meraviglia” ci hanno indicato la strada del Presepe di quest’anno: la meraviglia. Ma questo sentimento così profondo del cuore non è in grado di generarlo nessuno, tantomeno noi! Era evidente che ci era solo chiesto di continuare a guardare i segni…

E così accade che durante una cena a casa, mentre si iniziava a parlare di presepe, ci sia al tavolo anche Alassane, un ragazzo profugo, a cui mi viene spontaneo chiedere: «Ma tu sai cos’è il Presepe?». E lui: «No».

Quel “no”, ha sollecitato subito il desiderio di raccontare, spiegare e ancor più far vedere. E così Alassane è divenuto uno dei protagonisti principali del nostro Presepe, insieme a Daniele, che rappresentava la tradizione, a Giuseppe, il nostro Pastore della Meraviglia e a tredici bellissimi ragazzi delle medie di Miramare che hanno interpretato alcune delle statuine più significative del presepe tradizionale: Benino, il pastore dormiente, il buon pastore, il cacciatore e il pescatore, le lavandaie, la donna al pozzo, i giocatori di carte con l’oste… . Con loro e attraverso loro siamo stati condotti a riscoprire quei fattori così desiderabili che ci definiscono come uomini: l’umiltà, la purezza, la bontà, la semplicità, il peccato perdonato. E poi i tre Re Magi: Moumed (senegalese), Shanhao (cinese), Andrea (romagnolo), uomini così “lontani” tra loro, con storie diversissime, tre incontri e un’amicizia nuova che fiorisce. E la famiglia, con quel bimbo nato il 25 novembre, proprio un mese prima di Natale, il cui unico dubbio per la madre è stato: «Ma sarebbe un Gesù un po’ scuro… ». Eh sì, perché loro sono di Burkina Faso, e hanno visto nascere qua il loro terzo figlio. Ed è stata la loro figlia più grande a deporre il Gesù Bambino dell’anno 2017, a Miramare, dentro la mangiatoia. Mentre un altro suo fratellino teneva stretto tra le mani un giglio. Giuseppe così dignitosamente e umilmente fiero, con Maria, così sorridente e lieta, insieme ai loro figli, hanno reso la Sacra Famiglia un’esperienza. E, poi, il violino, suonato da una giovane bulgara, il flauto, i canti dei bambini hanno aperto i cuori alla commozione e allo stupore, quasi a dire: “È tutto vero ed è possibile vivere così!”

E quei bambini, tanti, con i loro genitori, tutti lì ad adorare un Dio che si è fatto uomo, ognuno col peso della propria storia, dei propri errori e fatiche, ma tutti lì, trascinati da un Fatto misterioso, a tanti magari incomprensibile, trascinati da Quella Meraviglia!

Donatella Magnani

Il male e la malizia esistono, l’ostilità e l’indifferenza lasciano il segno, la presunzione e il disprezzo pesano, l’ignoranza e la violenza feriscono. Per questo due millenni fa Dio si è fatto piccolo e fragile ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, nascendo da donna. Lo ha fatto per amore, per salvare il mondo, per toccare la storia e cambiarla per sempre, anche se la parte che spetta a noi non si è fatta per questo evento, che ricordiamo nel tempo di Natale, più leggera né meno preziosa ed entusiasmante. Queste due belle e vibranti lettere dicono proprio questo, in diversa maniera.

Il professore don Roberto lo fa con accenti dolenti su devastazioni e furti anti-presepe, questo presepe che è il mondo ed è la storia, ma visti e presi e capiti dalla parte degli ultimi e degli inermi, perché questo è stato l’impressionante volere di Dio.

La maestra Donatella ci consegna, invece, parole felici su uno dei tanti (e tutti speciali) “racconti viventi” della nascita di Gesù che rendono ancora più belli e attuali incontro e memoria nel tempo delle diversità da conciliare e da riconoscere sorelle che ci è affidato da Dio.

Stanno bene insieme, le due lettere. Tutti questi anni di dialogo coi lettori credo che abbiano reso chiaro che se, da cronista, non posso e non voglio ignorare nessun male, resto persuaso che il bene sia sempre più grande e più forte. Ecco perché credo anch’io che i forsennati, o anche solo gli irrispettosi, che hanno provato a sconvolgere il racconto del Natale e a irridere il Dio Bambino siano degli illusi, proprio come coloro che pensano di potere chiudere dietro barriere e dentro schemi amari e tristi la vita degli uomini e delle donne per i quali Lui è venuto. Sono illusioni cattive, ma perdenti. Possono provocare ulteriori amarezze nelle imperfette vite di persone e comunità, possono addirittura – e in tanti modi – crocifiggere, ma non possono impedire agli uomini e alle donne «amati dal Signore» la fatica condivisa della costruzione paziente di una felicità vera, qui e ora. Il Paradiso comincia necessariamente qui. Questo è anche il caldo augurio che rivolgo a tutte le amiche e a tutti gli amici lettori, e con cui li saluto dal confine tra il vecchio e il nuovo anno.

«Tristi gesti e belle storie sin dentro il presepe: il male ferisce, il bene è (e fa) sempre di più», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 2.

Per non dimenticare 1 – Walter Tobagi

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La salma di Walter Tobagi, assassinato ieri dalle «Brigate rosse», da questo pomeriggio è composta in una camera ardente allestita nella sala intitolata a San Pio X in via Salari, a fianco alla chiesa parrocchiale frequentata dal giornalista e dalla sua famiglia.

I colleghi, la direzione, l’editore lo avrebbero voluto avere un’ultima volta accanto a loro, in una camera ardente al «Corriere della Sera», in via Solferino, ma la vedova ha preferito quella saletta raccolta: la «casa di Dio» ha detto.

Nella stessa chiesa, Maria Santissima del Rosario, saranno celebrati domani i funerali.

L’Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo Maria Martini, che si trova a Roma per partecipare all’assemblea della conferenza episcopale italiana, ha inviato un telegramma al «Corriere della Sera» in cui dice: «La notizia del nuovo efferato delitto che ha stroncato la vita giovane e operosa di Walter Tobagi, mi ha raggiunto a Roma duranti i lavori dell’assemblea generale dell’episcopato italiano, mentre nella stessa città si spargeva la notizia di un altro atto terroristico. L’atto proditorio contro Tobagi, uccidendo un cittadino inerme e incolpevole, tenta di intimidire e soffocare la voce della stampa, garanzia del permanere delle libertà civili, democratiche. Esso riempie di sdegno ogni animo retto. Al dolore e alla riprovazione, il credente unisce le certezze della fede in una giustizia più alta e in una vita più vera, e implora dal Signore per i familiari straziati quel conforto che le parole umane non valgono a dare. A tutti gli operatori della pubblica informazione – in particolare a quelli del “Corriere della Sera” – che esercitano un’attività indispensabile e ormai divenuta rischiosa come non dovrebbe essere in una nazione civile, esprimo la mia solidarietà piena e sincera. Sulla nostra Milano, che ha visto troppe volte scorrere il sangue, su tutto il nostro popolo stanco, amareggiato, ma non arreso, invoco la protezione di Dio, unica fonte della nostra speranza».

Intanto, dopo le prime sommarie informazioni, gli inquirenti ricostruiscono con maggior precisione le fasi del mortale attentato. È stato accertato che il giornalista è stato colpito da cinque proiettili, alla schiena, alle spalle, ad una gamba e, infine, alla nuca. Sul posto sono stati rinvenuti due proiettili ed un bossolo, gli altri colpi esplosi dal terrorista sono evidentemente ritenuti nel corpo del giornalista. L’assassino, anche questo è confermato, era uno solo, col volto parzialmente coperto da un berretto.

Secondo la ricostruzione della Mobile, che non si discosta da quella iniziale, il «killer» è sceso, con un complice, alle spalle di Tobagi che stava percorrendo via Salaino, dalla «Peugeot 104» (targata MI 71261 F, rubata il 22 maggio scorso, e guidata da un terzo uomo. Il giovane ha superato a piedi il giornalista, si è accostato alla siepe della trattoria, ha atteso che Tobagi passasse, ed ha fatto fuoco.

Dall’altra parte della strada assisteva alla scena l’altro terrorista. Poi ambedue hanno fatto di corsa i venti metri che li separavano dalla «Peugeot» in attesa col terzo complice, e saliti a bordo si sono dileguati. Non prima, però, di aver provocato l’incidente con la «127» rossa, che presenta una vistosa ammaccatura sul frontale.

Mentre l’assassino, come detto, aveva il volto parzialmente coperto dal berretto, gli altri terroristi hanno agito a viso scoperto. Per questo alla DIGOS stanno tentando di tracciarne un «identikit». Ma l’impresa non si presenta facile, per la scarsità di indicazioni.

La moglie di Walter Tobagi, che lascia due figli di nove e tre anni Luca e Benedetta, è giunta pochi minuti dopo l’assassinio, ed ha visto il corpo del marito a terra. Con lei c’era la figlia. Insieme erano uscite di casa, un palazzo signorile in via Solari 2 all’angolo con via Montevideo, pochi minuti dopo il giornalista, che si era avviato lungo via Salaino per raggiungere il garage di via Valparaiso dove posteggiava abitualmente la sua utilitaria.

Sul luogo del delitto, si sono recati molti giornalisti del «Corriere della Sera», dal direttore Franco di Bella a quasi tutti i cronisti del quotidiano milanese. La maggior parte di loro piangeva, le manifestazioni di intensa commozione sono cessate solo dopo la partenza del furgone funebre del Comune che ha trasportato il cadavere di Tobagi all’obitorio verso le 12,30.

Walter Tobagi, che avantieri sera fino all’una aveva presieduto una assemblea sul segreto professionale dei giornalisti al «Circolo della stampa», era evidentemente «nel mirino» da tempo. Lo dimostra l’esecuzione del delitto, con un «killer» appostato in un punto dove l’inviato del «Corriere» era solito passare, e due complici ad attenderlo all’angolo della via, per la fuga lungo via Valparaiso, strada con scarso traffico.

Pochissimi i testimoni in grado di tracciare un «identikit» degli assassini: il conducente della «Fiat 127» che ha avuto l’incidente con la «Peugeot» dei terroristi in fuga, e sembra, una persona affacciatasi ad una finestra del palazzo posto proprio di fronte al punto dove Tobagi è stato ucciso. Ambedue sono stati portati in questura. Scarse indicazioni sono state fornite dal titolare e dai dipendenti della trattoria davanti alla quale è stramazzato Tobagi. In effetti ampie tende impediscono dall’interno la visione della strada. Chi si trovava in trattoria, comunque, ha confermato che a sparare è stato un giovane con un berretto calato sulla fronte, che avrebbe esploso un paio di colpi. In realtà questi sarebbero di più: sul corpo di Tobagi apparivano evidenti i fori di alcuni proiettili, uno dei quali ha colpito il giornalista alla nuca, quasi come se si fosse trattato di un colpo di grazia. Colpito alle spalle, Tobagi non ha avuto nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo.

Il nome dell’inviato del «Corriere» – riferisce l’agenzia Italia – era stato trovato, tempo fa, in un elenco di nominativi di giornalisti stilato da terroristi. Successivamente gli era stata offerta una scorta, proposta poi caduta.

Le reazioni a caldo all’omicidio, tra i giornalisti presenti sul posto, erano improntate, oltre ovviamente a sgomento, anche ad una sorta di fatalismo. In effetti negli ultimi tempi era stata avvalorata l’ipotesi che i terroristi stessero preparando un attentato contro un noto giornalista della città. Infatti il 7 maggio era stato colpito Guido Passalacqua de «La Repubblica». Ieri Tobagi. Lo scorso mese un rapporto dei servizi di sicurezza, redatto sulla base di materiale sequestrato in un «covo», indicava tra i prossimi obiettivi dei terroristi, oltre ad alcuni agenti di custodia, anche un famoso giornalista «di un quotidiano milanese», che si era occupato ripetutamente di terrorismo. La notizia era stata pubblicata da un quotidiano di Torino.

Walter Tobagi era nato a Spoleto il 18 maggio 1947. Era iscritto all’albo di Milano dell’Ordine dei professionisti dal 7 luglio 1970. Dopo un’attività giovanile esplicata in giornali settimanali, agenzie e all’«Avanti», veniva assunto nel luglio 1969 presso la redazione dell’«Avvenire». Alcuni anni dopo passava al «Corriere d’Informazione» dove è rimasto sino al 1977.

Da quell’anno era inviato speciale presso il «Corriere della Sera»; attualmente stava svolgendo una serie di servizi nelle maggiori città italiane in funzione di sondaggio pre-elettorale delle varie situazioni nei diversi capoluoghi.

Avantieri, martedì, si era recato a Venezia da dove, dopo aver espletato la prima parte del suo incarico, era ripartito per essere a Milano in tempo utile per presiedere il convegno su «Fare cronaca fra segreto professionale e segreto istruttorio». Sedeva al tavolo della presidenza e si era limitato a fare un breve preambolo perché, ha dichiarato, preferiva lasciare spazio agli intervenuti che avevano la loro opinione da esprimere.

Tobagi, socialista, era diventato presidente dell’Associazione Lombardia Giornalisti nella primavera del 1978. Dopo il congresso di Pescara, nel corso del quale aveva presentato la nuova corrente di «Stampa democratica», al termine delle elezioni svoltesi nel 1979 era stato riconfermato presidente dell’Associazione.

«Noi avevamo molta cura e molto amore per Walter: era uno dei migliori elementi di cui poteva onorarsi il Corriere della Sera e il giornalismo. Era un giornalista eccellente e un uomo buono».

Sono parole del direttore del «Corriere della Sera» Franco Di Biella che si è incontrato con i giornalisti nel suo studio di via Solferino affiancato dal vice direttore Gaspare Barbiellini Amidei.

«Walter era già nell’elenco dei terroristi – ha affermato ancora Di Bella – come quelli che si sono occupati di terrorismo. Ci aveva chiesto ripetutamente negli ultimi tempi di non occuparsi più di terrorismo e noi avevamo cercato di accontentarlo in questo senso. Evidentemente aveva ricevuto minacce che forse il suo pudore così connaturato di persona riservata e schiva di esibizioni gli aveva fatto tenere per sé. E anche la moglie mi diceva stamattina – ha aggiunto Di Bella – che non gliene aveva parlato».

«Con me forse una volta, l’anno scorso, lo aveva fatto. So che poi con Gaspare Barbiellini Amidei si era confidato di questi suoi timori. Aveva la sensazione, forse più che la percezione precisa di essere nel mirino di giustizieri implacabili».

«Non è che Walter avesse dato nessun elemento né parlato di minacce precise – ha precisato immediatamente Barbiellini Amidei spiegando che si trattava piuttosto di sensazioni che ognuno di noi ha in questo reticolo mafioso del brigatismo e del terrorismo che ad un certo punto avviluppa chiunque se ne occupi a fondo».

«Mi aveva confidato – ha aggiunto il vice direttore – lo stato d’animo di chi ad un certo punto, a 33 anni, con due bambini, una moglie, un cuore pulito si sente a combattere contro dei fantasmi; quindi un desiderio di aria pulita, di aprire la finestra, di occuparsi di cose diverse, di giornalismo vero».

«Non si può parlare – secondo Barbiellini Amidei – di paura, ma piuttosto di un desiderio, avvertito profondamente da Tobagi, di ritornare alla normalità».

Tra le affermazioni rilasciate da Di Bella, la certezza che non si sia voluto colpire il giornalista Tobagi in se stesso ma l’Associazione lombarda dei giornalisti nella persona del suo presidente. Ciò non farebbe che proseguire, in pratica, lo stereotipo di Bachelet, colpito in quanto presidente del Consiglio superiore della Magistratura nella aberrante logica terroristica di «colpirne uno per educarne cento».

«Composta nella sua parrocchia la salma di Walter Tobagi», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 30 maggio 1980, p. 8.

Lo sapevi che…? 4 – Anche l’Italia ha la sua Betlemme: In Piemonte il borgo di 500 anime “ispirato” al Vangelo

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Nella frazione del Comune di Chivasso il forte legame con la Terra Santa. Nel 1968 il vescovo Bettazzi erigeva a Santuario la locale chiesa-cappella

È sempre speciale la festa di Natale nella frazione di Betlemme. No, non siamo in Palestina ma a tre chilometri a Nord di Chivasso nella diocesi di Ivrea, a 25 chilometri da Torino. Qui la devozione alla Natività ha radici ben salde e risale al Medioevo: alcune fonti riferiscono che nel territorio della frazione ci fosse un monastero, conosciuto come la Priorata con una chiesa intitolata a Gesù Bambino e una foresteria che accoglieva i pellegrini che si recavano in Terra Santa a Roma. Distrutta nel corso dei secoli, la chiesa, oggi santuario diocesano, è stata ricostruita nell’800 perché la devozione al Bambinello non si è mai affievolita.

Oggi, il Santuario appartiene al territorio della parrocchia del Duomo chivassese: il 3 marzo del 1966 per suggellare il legame con la Terra Santa è avvenuto il gemellaggio con la frazione e Betlemme di Giudea. Una delegazione dei 500 betlemmiti di Chivasso si recarono in Palestina accolti dalle autorità per ufficializzare “la fraternità spirituale”. In quell’occasione la parrocchia della Betlemme “originale” offrì alla Betlemme italiana (unica località nel nostro Paese che porta questo toponimo) una reliquia della capanna della Natività che è conservata in una grotta ricostruita sul modello di quella dove è nato Gesù, benedetta il 14 luglio 1968 dall’allora patriarca latino di Gerusalemme monsignor Giacomo Beltritti. L’8 dicembre dello stesso anno, l’allora vescovo di Ivrea, Luigi Bettazzi, erigeva la chiesa-cappella di Betlemme di Chivasso a Santuario intitolato a Gesù Bambino.

Oggi il campanile della chiesa svetta nella pianura chivassese attorniata dai campi del borgo rurale di Betlemme ed è meta di numerosi pellegrini.

«Ogni anno il periodo d’Avvento e le festività natalizie – spiega don Valerio D’Amico, viceparroco del Duomo di Chivasso – nella frazione di Betlemme sono particolarmente sentite perché qui la devozione a Gesù Bambino si tramanda da generazione in generazione da secoli. È solo sei mesi che sono arrivato in questo territorio ma ho subito percepito il legame forte dei frazionisti e di tutti i chivassesi con questo Santuario. La Novena che stiamo celebrando in questi giorni è molto partecipata e sentita e la Messa della notte di Natale, che celebreremo domani alle 22, sarà un momento forte per confermare il nostro legame privilegiato con la Terra Santa».

Nel settembre di quattro anni fa la Betlemme italiana è salita agli onori delle cronache perché Federico Chiolerio, un bambino che abita nella frazione e che allora aveva 6 anni, aveva inviato a papa Francesco un disegno della “sua” Betlemme proprio per comunicare al Pontefice la fortuna di abitare in un piccolo borgo che porta il nome della cittadina che ha dato i natali a Gesù. E papa Francesco, come è solito fare di quando in quando, ha preso il telefono e ha chiamato il piccolo Francesco per ringraziarlo di persona per avergli fatto conoscere un località in Italia che fa memoria della nascita del Bambino Gesù e dove la popolazione ne è devota in modo speciale. Molti chivassesi si ricordano di quella telefonata, non sono molte le frazioni italiane che hanno il privilegio di ricevere una telefonata da Santa Marta…

Marina Lomunno, «Anche l’Italia ha la sua Betlemme. In Piemonte il borgo di 500 anime “ispirato” al Vangelo», in “Avvenire”, sabato 23 dicembre 2017, p. 8.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 24 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

“Hodie scietis quia veniet Dominus; et cras videbitis gloriam eius” (Es 16,6-7): Oggi saprete che il Signore verrà a salvarci; e domani vedrete la sua gloria.
Con queste parole la liturgia di oggi si rivolge a noi: è la vigilia della Natività di Cristo. È l’ultimo giorno dell’attesa, giorno di profonda gioia, poiché il Signore sta per venire, e noi lo vedremo, come ogni anno, in quell’insolito luogo della sua nascita: in una stalla, in una mangiatoia. È questo, infatti, il luogo che gli uomini gli hanno “assegnato”: gli abitanti di Betlemme e, in un certo modo, tutti gli uomini. E questo stesso luogo Dio ha scelto per il suo Figlio. C’è ben da meditare su questa realtà, e noi lo faremo durante la Messa di mezzanotte.
Adesso, secondo l’usanza della vigilia, desidero esprimervi i miei più cordiali auguri. In questo momento, li formulo soprattutto come Vescovo di Roma, e desidero indirizzarli a tutti i Romani. Sì, io desidero che questi miei auguri giungano a ciascuno di voi, perché quest’oggi è un giorno in cui ogni uomo si avvicina all’altro uomo.
Desidero che questi miei auguri arrivino in ogni casa, in ogni famiglia. Nelle festività natalizie si sente maggiormente il bisogno di essere vicini ai propri familiari, nel calore del focolare domestico. Lasciate, dunque, che anch’io mi associ a questa vostra unione di cuori.
Ai genitori auguro che si realizzi quanto essi desiderano per i loro figlioli. Ai giovani auguro che si riveli loro in modo particolare l’umanità, cioè “la bontà e l’amore del Salvatore nostro” (cf. Tt 3,4).
Con lo stesso augurio mi reco spiritualmente in ogni parrocchia di Roma e in tutte le Case dei religiosi e delle religiose.
Mi rivolgo specialmente ai nomadi, ai malati, ai sofferenti, agli anziani, agli abbandonati, agli emarginati, a tutti coloro che sono soli e lontani dalle loro famiglie, perché accettino l’amore che offre loro Cristo per la salvezza di ogni uomo.
I miei auguri si estendono, inoltre, a tutti gli ambienti di lavoro, di studio, di attività artistica, di ricerca scientifica e di ogni attività umana.
Busso alle porte delle diverse Istituzioni della vita comunitaria, nei suoi molteplici aspetti, e dico: “Pace agli uomini di buona volontà”, perché è questo messaggio che è stato annunciato nella grotta di Betlemme.
Invito tutti all’incontro di mezzanotte, la vigilia natalizia, per il banchetto d’amore, che il Salvatore del mondo ci ha preparato.
Rivolgo particolari parole di riconoscenza e di comunione fraterna ai Sacerdoti, ai Vescovi, al Cardinale Vicario di Roma.

Carissimi Fratelli e Sorelle!
Che nella nostra vita possa avere attuazione quanto ci annuncia la liturgia di oggi: avvenga, dunque, che sappiamo (“scietis”), accettiamo, viviamo nel profondo della nostra coscienza la verità che “il Signore è venuto”.
Accettiamolo oggi (“hodie”), ricordando che quest’oggi è l’essenza di tutta la nostra vita sulla terra. E che domani (“cras”) potremo vedere la sua gloria ed essere tutti partecipi di essa!
La letizia del Natale vicino rende particolarmente viva la mia profonda afflizione per la grave sciagura aerea avvenuta ieri notte nei pressi di Palermo, causando numerose vittime, le quali sono in gran parte costituite da emigrati, che ritornavano alle loro case per trascorrere in famiglia le imminenti festività.
Ho già espresso al riguardo i miei sentimenti in un telegramma al Cardinale Arcivescovo di quella città. Desidero però rinnovare ora l’assicurazione della mia preghiera di suffragio per coloro che hanno perso la vita in tale incidente, mentre esprimo ai loro familiari la mia intima partecipazione al loro cordoglio e rivolgo ai feriti i miei voti e il mio incoraggiamento.

Racconti per lo spirito 38 – Basterebbe una piccola attenzione in più

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Ho letto per puro caso questa storiella qui sotto… può esser vera come no… io voglio credere che lo sia. Magari è da molto che gira nel web… io ci sono inciampata oggi…
Laura Parise

“Mentre mia moglie mi serviva la cena, mi feci coraggio e le dissi:
«Voglio il divorzio».
Vidi il dolore nei suoi occhi, ma chiese dolcemente:
«Perché?».
Non risposi e lei pianse tutta la notte. Mi sentivo in colpa, per cui sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restassero la casa, l’auto e il trenta per cento del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi e mi presentò le condizioni per accettare.
Voleva soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani:
«Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi portasti nella nostra camera da letto per la prima volta. In questo mese ogni mattina devi prendermi in braccio e devi lasciarmi fuori dalla porta di casa».
Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii…
Quando la presi in braccio il primo giorno eravamo ambedue imbarazzati, nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo:
«Grande papà, ha preso la mamma in braccio!»
Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati. Lei si appoggiò al mio petto e sentii il suo profumo sul mio maglione.
Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane, qualche ruga, qualche capello bianco.
Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più.
Ogni giorno era più facile prenderla in braccio e il mese passava velocemente.
Pensai che mi stavo abituando ad alzarla, e per questo, ogni giorno che passava la sentivo più leggera. Mi resi conto che era dimagrita tanto.
L’ultimo giorno, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse:
«Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio».
Per lui era diventato un momento basilare della sua vita.
Mia moglie lo abbracciò forte ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio. Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo… la abbracciai senza muovermi e sentii quanto era leggera e delicata… mi venne da piangere!
Mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose e la ragazza del negozio mi disse:
«Che cosa scriviamo sul biglietto?».
Le dissi:
«Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi».
Arrivai di corsa a casa e con il sorriso sulla bocca, ma mi dissero che mia moglie era all’ospedale in coma…
Stava lottando contro il cancro ed io non me n’ero accorto.
Sapeva che stava per morire e per questo mi aveva chiesto un mese di tempo, un mese perché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.
Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi… Queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo!!!”

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